Se si dovesse rispondere alla
domanda cosa ha di particolare Castelbuono? Che cosa significa veramente il
detto “ Paisi comu ‘u nuostru mancu ‘a Merica”? La risposta sarebbe: la castelbuonesità.
Castelbuono nel tempo è riuscita
a distinguersi dagli altri paesi vicini per la sua forte identità. Il
campanilismo dei castelbuonesi ha fatto scuola, non è solo un atteggiamento
tronfio ma, ne è il DNA.
Tante sono le storie che
raccontano quest’amore fatto di viscerale attaccamento alle tradizioni, ai
luoghi, ai vicoli, al bosco, al Castello dei Ventimiglia. Emigrati che
attraverso lunghi viaggi avventurosi e non, si legavano tramite lettera al
proprio paese. Così la malinconia per i propri familiari si conciliava con
quella verso il proprio paese. Basta
incontrare un paesano “fuori dalle mura” per chiedergli subito: “O paisi chi si
dici”. E’ da sempre il paese, la nostra famiglia.
Il nostro campanilismo ha segnato la differenza
con i paesi vicini, non a caso, nel tempo, Castelbuono è cresciuta tutta
insieme civilmente e socialmente senza lasciare indietro nessuno. L’amore,
dicevamo viscerale, è stato tramutato in rispetto per il paese e in crescita
culturale. Avere come identità i monumenti, il Castello, a Chianna N’nintra, a
Chizzetta, ma anche le scuole, le Confraternite, le Istituzioni religiose e
culturali, ha prodotto quella tutela del Bene Comune che è stato da esempio per
molti.
C’è però un vecchio detto che
dice che le cose belle sono destinate a durare poco, è così anche la castelbuonesità
da più di un anno subisce un leggero ma costante deterioramento.
Gli atti vandalici che segnano
Castelbuono da qualche tempo ormai, sono certamente un fatto preoccupante. Si è
cominciato dalle scritte che hanno sfregiato le pareti esterne del Castello dei
Ventimiglia, poi si è passati alle automobili, alle insegne commerciali e per
finire alla fontanella dell’Arco del Castello. Simbolo di ristoro oggi, suo
malgrado, si converte a simbolo della mancanza di rispetto verso il Bene
Comune. In tempi in cui la comunicazione corre veloce, in cui si scrivono
comunicati ogni cinque minuti per comunicare anche il nulla, non si è letto
nessun comunicato ufficiale da parte delle Istituzioni comunali e culturali di
Castelbuono. Nessuno che abbia un ruolo istituzionale ha condannato
pubblicamente lo scempio prodotto. Al contrario si continua a parlare di
turismo, di accoglienza, senza capire che se si lascia sola la comunità
nell’emergenza di educazione civica, finirà ogni possibilità di turismo, nessuna crescita per Castelbuono. A chi importa
veramente quello che è accaduto? Dove sono finite le Cassandre che nel passato si sono
indignate per molto meno?
Questo silenzio assordante rende
ancora più grave il gesto vandalico. La storia che sempre ha avuto molto da
insegnare a tutti, oggi è messa da parte, le sono preferite feste e sagre, e
nulla più. Viviamo nel tempo di Narciso che si compiaceva solo della sua
estetica, del piacere fine a se stesso, privo di contenuto.
Quell’amore di cui si parlava
prima ha fatto da scudo nel passato proprio al Bene Comune. E’ inutile gridare
ai commercianti di non vendere quelle diavolerie. Il problema non sono loro che
fanno il proprio lavoro, è di tutti, dell’intera Comunità che non riesce più
coralmente a indignarsi, a proteggere quanto il passato le ha restituito.
Il fatto grave denota una
profonda assenza di educazione alla bellezza, alla nostra storia. Serve dunque
un patto educativo tra le Istituzioni comunali, culturali, religiose, le
famiglie e certamente la scuola. Non qualcosa che resti come d’abitudine
declamata in qualche assemblea pubblica ma qualcosa di costante che insegni ai
bambini, agli adolescenti ad avere cura del patrimonio pubblico e a difenderlo
dall’ignoranza e dalla mancanza di rispetto,
come si fa con un amico.
La politica che per antonomasia è
la guida di una comunità, dovrebbe tornare a occuparsi di queste cose,
assumendosi il ruolo di unire i cittadini per la crescita del senso civico e per formare
al rispetto il cittadino di domani. Si dirà che la fontanella si potrà
restaurare. Ciò è indubbiamente vero ma perché non s’investe in restauri
conservativi coinvolgendo la comunità? Perché si deve correre ai ripari? Politiche
da mordi e fuggi, oggi, invece, serve un progetto che guardi lontano e che sia
foriero di morale e desiderio di conoscenza.
Educare, non significa tornare su
strade già tracciate, ma spingere proprio al desiderio della conoscenza,
partendo dalle proprie radici, fare esperienza, calpestare con senso compiuto i
luoghi, le storie. Significa avere consapevolezza di quello che abbiamo,
fermarsi senza appropriarsi ma, imparare a donare e desiderare sempre. Il
desiderio della conoscenza, del rispetto devono essere la base di questo patto
educativo. Un patto tra generazioni, un passaggio convinto e consapevole del
Bene Comune. Questo segnale avrebbero dovuto dare le Istituzioni, sentirlo come
dovere morale.
Un mito che dovrebbe tornare di
moda, contro quello di Narciso, è quello di Telemaco, che guardava alla forza
del passato, da cui attingere insegnamento, bellezza, coraggio, per costruire
un futuro forte e in continuità con quello che i padri avevano fatto. Telemaco
prende dall’assenza del padre il senso del suo andare; si mette in viaggio nell’eredità
conoscendola e desiderando di portarla lontano conservandola.
Partire dunque dalla curiosità
positiva del desiderio della conoscenza, della bellezza significa in definitiva
continuare a costruire, significa amare, rispettare, avere senso civico;
significa, infine, testimoniare quel sentimento di appartenenza che, nel tempo,
ha impresso ciò che ha reso differente la nostra Comunità.
Non è forse arrivato il momento
di tornare a “sognare”… la differenza?
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