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venerdì 27 agosto 2021

ERA D'ESTATE

 


IO ME LE RICORDO COME ERANO LE ESTATI QUANDO ERO PICCOLA. NON C’ERANO CANCELLI, NESSUNA RECINZIONE, LE CASE ERANO TUTTE APERTE E COLLEGATE FRA LORO DA SEMPLICI VIOTTOLI.

LE GIORNATE PASSAVANO FACENDO CAPANNE GIRANDO CON LE BICI, ASPETTANDO I CUGINI E GLI ZII CHE ARRIVAVANO DA LONTANO E POI, INSIEME, SI PASSAVA IL TEMPO.

IL TEMPO ERA LUNGO UNA VOLTA, NON C’ERA LA FRENESIA DI ANDARE CONTINUAMENTE IN PAESE.

GLI APERITIVI NON ESISTEVANO, C’ERANO LE CROCCHE’ O IL PANUZZO CALDO CHE LA NONNA SFORNAVA DI CONTINUO.

RARAMENTE C’ERA IL MARE, SALVO CHE, NON TI PORTAVANO GLI ZII PIU’ GIOVANI. ERA D’ESTATE QUANDO SI PROGRAMMAVANO I TEMPI DELLE CONSERVE.

IN PROSSIMITA’ DU CAVIRI DI SANT’ANNA, SI SECCAVANO I POMODORI IN AMPI E SALATI CANNIZZI, LA SERA POI, SI AVEVA L’ACCORTEZZA DI RIENTRALI PER NON FARLI AGGREDIRE DALL’UMIDITA’.

POI ERA LA VOLTA DEI FICHI E INFINE IL LAVORO PIU’ ARDUO E MASSACRANTE, QUELLO DI FARE LA SALSA.

DI POMERIGGIO, NEL TARDO POMERIGGIO DI ANDAVA, VESTITI BENE, A TROVaRE IL VICINO DI CASA, CI SI SEDEVA NELLA TICCHIENA. C’ERA CHI RICAMAVA, CHI ASCOLTAVA I RACCONTI DELLA PIU’ ANZIANA E SI BEVEVA UN LIQUIDO MERAVIGLIOSO, L’ACQUA CON LO SPIROPPO DI AMARENA. CHE MERAVIGLIA QUELLE AMERENE DEL FRUTTETO SOTTO CASA, ROSSE, GRANDI, POLPOSE TURGIDE, ERA UNA MERAVIGLIA QUEL SUCCO, UN VERO NETTARE DEGLI DEI.

POI, ARRIVAVA LA SERA ED ERAVAMO SEMPRE TANTI, NON C’ERANO I TELEFONINI PER CUI CHI ARRIVAVA ERA DESTINATO A RIMANERE A CENA INSIEME A NOI.

ERAVAMO TANTI E PER COMUNICARCI QUALCOSA, SI CHIAMAVA AD ALTA VOCE DI CASA IN CASA. CI SI METTEVA NEL PUNTO IN CUI LA VOCE SI SAREBBE SENTITA MEGLIO DALL’ALTRA PARTE E SI CHIAMAVA. SI CHIAMAVA FINO A QUANDO QUALCUNO, DALL’ALTRA PARTE NON RISPONDEVA. ERANO SEMPRE NOMI FEMMINILI, MAI MASCHILI. ERANO ANCHE NOMI COMUNI, MA SEMPRE FEMMINILI.

ERA SEMPLICE QUELLA VITA, CERTAMENTE PIU’ FATICOSA, MA SEMPLICE. NON C’ERANO I SELFIE, NON C’ERANO LE USCITE SERALI, MA C’ERANO LE SDRAIO DOVE RIPOSARSI E GUARDARE IL CIELO. INFINITO, COME IL TEMPO D’ESTATE.

C’ERANO LE TORCE PERCHE’, DAI QUEI VIOTTOLI SI TORNAVA A CASA ANCHE A TARDA SERA E CI FACEVANO COMPAGNIA LE LUCCIOLE.

C’ERANO LE RANE, C’ERANO I RICCI, A VOLTE ANCHE QUALCHE BONARIA VOLPE.

NON C’ERANO MAI SITUAZIONI IN CUI TI SENTIVI SOLA, NON C’ERA MAI LA POSSIBILITA’ CHE LO FOSSI…E OGGI, PENSO CHE QUELLO SI, ERA DAVVERO UN PRIVILEGIO.

C’ERANO TUTTI, SI STAVA INSIEME ED ERAVAMO TANTI. ERA BELLO PER QUESTO.

 ERA CALDO IL TEMPO E BUONA L’ARIA. ERA D’ESTATE.

martedì 19 giugno 2018

Noi siamo altro


“Non esiste una moralità pubblica e una moralità privata. La moralità è una sola, perbacco, e vale per tutte le manifestazioni della vita. E chi approfitta della politica per guadagnare poltrone o prebende non è un politico. È un affarista, un disonesto”.
Sandro Pertini
Cambiamento, lo chiamano il governo del cambiamento, come se di per sé fosse un fatto positivo. Nuove facce, metodi diversi, urla a convenienza, poltrone che si chiamano contratto: è il populismo bellezza. Qui come altrove.
Quello che preoccupa di più non è il contratto, che, a naso, sarà pressoché irrealizzabile, ma l’insinuarsi di quella cultura populista per cui si parla solo con slogan, si da la colpa agli altri del mancato agire. Qui come altrove.
L’aria che si respira in giro non è delle migliori, anche noi a Castelbuono siamo stati abituati a promesse da paese di Bengodi, a risate sonore e squadre compatte che difendono senza chiedersi un solo perché, il loro idolo. Qui come altrove.
Quello che ci preoccupa è l’insinuarsi delle apolitica populista nel seno della società, così come fu per il berlusconismo.
La politica dovrebbe in realtà essere altro, partire dai bisogni dei cittadini e non propagandare le eccellenze. E intanto, così facendo, piano piano, aumentano i prezzi, come quello dei tagliandi dei parcheggi, del biglietto d’ingresso al Museo Civico, una volta Museo di tutti i cittadini ora solo di alcuni “contemporanei”, senza che nessuno ne parli e con l’avallo di chi amministra. Come se ci fossero due Castelbuono: una atta solo alla speculazione pubblicitaria, poco patinata in verità, e sempre più povera di contenuti e l’altra che affonda sempre più. Quella che non ha Santi in Paradiso e che si vede umiliata e tralasciata in questo turbinio di turismo-cultura-enogastronomia. Allora noi decidiamo di essere altro, rispetto anche alla pagina ufficiale del Comune che, udite, udite! invece di mostrare i fatti salienti che riguardano la Comunità, ci racconta che per fortuna in Piazza Margherita abbiamo avuto la presenza, niente meno che della sorella di Belen Rodriguez, al secolo Letizia! Fatti che davvero il mondo ci guarda e ci invidia.
Più succedono queste cose, più si susseguono queste notizie e noi, ci sentiamo altro, loro stessi ci fanno sentire altro. Siamo quelli che ascoltano che non puntano il dito rosi da pregiudizi, siamo sempre pronti al confronto anche aspro, purché sia fatto d’idee, rispetto e intelligenza. Siamo altro rispetto alla mancanza di dialettica vera che si registra.  Al voluto silenzio ovattato. Siamo altro rispetto alla mancanza di attenzione verso chi ha più bisogno. Siamo altro nel rispetto, sempre non a convenienza, delle regole e delle persone. E’ proprio vero che la morale è una sola, e siamo altro proprio perché la onoriamo sempre.





lunedì 20 marzo 2017

La Rivoluzione culturale


“Essere liberi nella propria mente e nel proprio spirito, senza alcuna sudditanza esteriore, e al contempo coltivare una scrupolosa obbedienza interiore alla verità (o, che è lo stesso, al bene, alla giustizia, alla bellezza, all’amore): questo è il senso della vita spirituale, ed è questo l’obiettivo che intendo promuovere.” 

Vito Mancuso

Nessuno ha urlato, nessuno ha lanciato invettive, nessuno ha attribuito colpe a qualche altro. C’è stato chi ha fatto autocritica, c’era anche chi si è commosso, chi ha voluto attestare di essere lì per aiutare, per testimoniare la propria disponibilità. C’erano ritorni spontanei, c’erano i compagni negli anni dispersi. Qualcuno ha richiamato al rispetto delle regole e della persona, al bene della democrazia. Poteva parlare chiunque, non c’erano liste prescritte, squadre di amici precostituite, nessuna voce si accavallava ad altre. Si è parlato della storia e del futuro. Si sono cercati gli occhi, si è dato piacere alle orecchie, si è nutrita la ragione. C’era la sobrietà e c’era il piacere di ascoltare. C’erano i “padri” e c’erano i figli e nessuna figura divisiva. C’era il silenzio, quello cui non siamo più abituati, c’era perché si faceva attenzione alle parole, giuste, misurate, pensate, posate. Niente attacchi personali allora? Niente accuse mediocri? Niente che sia lontano da come dovrebbe essere la politica? Che si sia interrotto il corso mediocre in cui ci hanno gettato, è ancora presto per dirlo, ma quanto sarebbe bello poterla chiamare Rivoluzione culturale. E’ arrivato quel tempo tanto atteso in cui bisogna sciogliere ogni remora e camminare insieme con gli altri, avere chiaro il percorso da fare secondo le giuste categorie. Unire e non dividere, condividere idee, persone, azioni al fine di risollevare le nostre esistenze in un cammino comune. Preferire tutti e non solo alcuni. Lasciamoli andare quelli che non ne sono capaci e andiamo a cercare chi vuole partecipare. Giuriamo a noi stessi che non si farà più la politica solo durante il periodo elettorale, ma che la faremo ogni giorno, che ogni momento saremo politici. Non facciamo numero, non serve, l’attuale amministrazione ne è l’esempio evidente, facciamo invece, qualità. Realizziamo tutto quello che nel passato sono state promesse mai realizzate. Apriamo le nostre istituzioni culturali alla nostra crescita e a quella delle future generazioni e non solo di qualcuno. Teniamo pulito questo paese, non solo dai rifiuti, ma dalla mentalità egoistica e clientelare di certa politica, dalle esasperanti prime donne. Liberiamo il nostro spirito da sudditanze inutili che ci impoveriscono e non ci permettono di camminare a testa alta. Non rancore ma dolore dobbiamo provare per quello che è stato. Il dolore per le bassezze, per gli attacchi personali, per le gelosie che abbiamo subito, per le disuguaglianze, per i tradimenti. Questo dolore dobbiamo lenire, non con la vendetta, ma con il sapere e la bellezza e renderlo humus del nostro cammino, perché solo così non lo proveremo più e finalmente ne saremo liberi. Dedichiamoci con tutti i nostri sensi alla giustizia, alla bellezza del nostro paese. Educhiamoci al rispetto altrui, a quello doveroso verso le istituzioni, torniamo a dire ciò che pensiamo, non cercando il freddo e facile consenso, ma per dare il nostro fattivo contributo. Non merce di scambio le nostre idee ma  mattoni per costruire. Apriamo la mente, mettiamo al centro l’individuo, la scuola, gli artigiani, gli anziani, facciamo squadra comune per i bambini e gli adolescenti. Giuriamo e non promettiamo che non lasceremo indietro nessuno, che daremo di nuovo un ruolo al nostro paese nel comprensorio. Diciamo che siamo affidabili perché ci fidiamo di quello che diciamo e lo portiamo avanti, non per uso personale, ma comune. Al contrario, non facciamo propaganda né promesse vane che sappiamo non potremo mantenere. Apriamo il Parco delle Rimembranze ai bambini, alle famiglie e non solo alle merci. Torniamo a passeggiare per il centro storico senza che il primo cittadino entri a suo piacimento  senza rispettare le regole, con la sua macchina. Torniamo a dare il buon esempio, così come l’hanno dato i “Padri” in assemblea. Noi “figli” che spesso ci siamo lamentati delle politiche degli altri adesso, non abbiamo più scuse, non possiamo più chiudere gli occhi.  Obbediamo alla verità, giuriamo di essere trasparenti, leali, di non sottrarci mai al confronto. Cerchiamo quello che ci hanno fatto perdere. Prediamo il testimone delle cose vere e torniamo a correre. Facciamolo con amore, con senso di responsabilità, intelligenza, lucidità e  spirito di servizio. Essere liberi ci permetterà con umiltà, di venire fuori da quel dolore, per  crescere e insistere affinché, un giorno molto vicino, potremo dire, di essere stati capaci di segnare davvero la differenza.