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sabato 4 gennaio 2020

IL RIFUGIO


“Acquisire l’abitudine di leggere è costruire per te stesso un rifugio da quasi tutte le miserie della vita”.
William Somerset Maugham
E’ capitato a tutti nella vita di trovarsi smarriti per una qualche vicenda vissuta e cercare con animosità un rifugio per stare meglio. Le strade, a volte, diventano tortuose, ci s’incammina in ardue salite che rendono molto difficile il cammino e allora occorre trovare un posto al sole dove, piano piano, ricominciare a respirare. Alcuni anni fa, questo è successo a noi. A quasi nessuno è sfuggita la nota e sconcertante vicenda che ci ha visti vittime prima e poi travolti. Troppo pubblico il ruolo, troppo importante l’istituzione, troppo grave quanto accaduto. Fu per noi, una vicenda scioccante e dolorosa che ci vide, per molto tempo, al centro di discussioni avvincenti per alcuni versi, e deprecabili per altri. Fu un periodo difficile, fatto di scelte radicali e parole importanti. Fu in quel momento che avemmo il bisogno di cercare un rifugio. Per noi leggere e scrivere sono sempre stati comportamenti non solo quotidiani, ma anche vitali. Non c’è stato giorno nella vita, in cui non abbiamo avuto un libro con noi e una matita e un quaderno, rigorosamente con copertina rigida, su cui scrivere. Questi due elementi vitali ci hanno condotto piano piano a questo giornale. Da quel momento l’intelligenza raffinata di chi lo guida, la storia innata e palese de “Le Madonie”, la sua autorevolezza e allo stesso tempo la sua distinta ironia, sono stati per noi il Rifugio. Lo sappiamo, questo non è un addio, è solo un momento di riflessione, se volete anche una dichiarazione di stima e affetto che ci lega a queste pagine. Il suo bianco e nero, ostinatamente esibito contro un mondo digitale che ha nei colori la sua stessa connotazione, le sue pagine, fogli, che da potere strappare appena c’è una notizia da conservare. Il suo motto…noi restiamo in montagna, sono la nostra identità, il segno distintivo della nostra appartenenza. Ci dicono chi siamo in un momento in cui Castelbuono è un luogo ameno governato da una falsa morale che non ha nulla da insegnare e lo sa e per questo è prepotente. L’ironia, dicevamo, al contrario della prepotenza, denuda ciò che stona in una Comunità rendendolo quello che è, un fenomeno ridicolo. Nessun altro giornale come Il Bancarello è mai riuscito in questo. Mai un copia e incolla, ma riflessioni che hanno raccontato personaggi, luoghi, contorni, battaglie politiche e civili. La montagna, si quella che è il nostro orizzonte a fare la sfondo alla testata. Il Rifugio dunque, quello che periodicamente abbiamo trovato nella nostra posta, aspettandolo con gioia e trovandolo con rassicurazione. Un amico quasi, che viene a raccontarci cosa succede in Piazza Margherita e nel nostro territorio. L’ha fatto per 100 anni e se pensiamo, quanto sono lunghi e quante persone hanno collaborato al Bancarello per raccontare il nostro paese, non finiremmo mai di scrivere. Un onore, per noi, essere parte di questa storia, di questo racconto corale senza fine. Un incentivo non solo alla scrittura, ma la voglia di imparare e capire come si raccontano i fatti, le persone. Una scuola di pensiero, capace di creare in noi la voglia di andare avanti. Se si ha un Rifugio nella vita, ci si scrollano di dosso tutte le vicende negative senza dimenticare che ci hanno segnato. Si riesce a guardare dall’alto in basso quelle persone che ci hanno leso senza alcun motivo e che però ci hanno danneggiato. Se si riesce ad avere un Rifugio, si ha la possibilità di credere in qualcosa che capisce come sei fatto e che per questo valorizza le tue capacità e le espone, rassicurando la tua dignità. Infine, se si ha un Rifugio, si cementifica l’importanza di leggere, scrivere e costruire per te stesso per segnare la differenza contro tutte le miserie della vita.




lunedì 20 maggio 2019

LA SCUOLA CHE C'E', IMPRESSIONI SULL'I.C. FRANCESCO MINA' PALUMBO


“La conoscenza che viene acquisita con l'obbligo non fa presa nella mente. Quindi non usate l'obbligo, ma lasciate che la prima educazione sia una sorta di divertimento; questo vi metterà maggiormente in grado di trovare l'inclinazione naturale del bambino.” Platone
Tutte le storie iniziano con “C’era una volta…” questa, invece, cambia le regole del gioco, e inizia così “ C’è questa volta…”. Non è facile trovare ambienti lavorativi così dinamici e ricchi di diversità e idee. Ascoltare la dirigente dell’I. C. Francesco Minà Palumbo,  Antonella Cancila, è stato davvero interessante, sentire parole di apprezzamento per i docenti e gli studenti ancora di più. Siamo troppo spesso abituati a dare per scontati tanti discorsi, molti fatti, non ci chiediamo più come nascono le cose. Come s’innescano certi meccanismi. Abbiamo mai pensato a cosa fanno tutte quelle ore, studenti e docenti chiusi dentro una scuola? E poi, sono davvero “chiusi”?  Se c’è una parola che descrive questa scuola, è apertura; lo è verso il territorio, i suoi bisogni, le mille peculiarità. Apertura verso le richieste che vengono dagli studenti, verso il lavoro che instancabilmente compiono ogni giorno i docenti. 800 alunni e le loro famiglie, tra Castelbuono e Isnello, significano una fetta importante delle nostre Comunità, ricchezza e valore che devono andare di pari passo con la crescita culturale e civica. Lavoro delicato che non dobbiamo dare per scontato. Apertura è quella che la scuola ha continuato a dare, oggi ancora con più enfasi, al progetto Erasmus, che vede il coinvolgimento di sei nazioni compresa la nostra. Ci sono docenti che sono già andati in Turchia e Spagna per le riunioni di coordinamento, a maggio arriveranno ventiquattro studenti da Olanda, Germania, Spagna, Gran Bretagna, Turchia che saranno ospitati da altrettante “nostre” famiglie. Uno scambio culturale ricchissimo che li vedrà viaggiare per tutta la Sicilia alla scoperta del nostro territorio e delle nostre bellezze. Il progetto, incentrato sull’ambiente, il 24 maggio avrà anche una celebrazione in Piazza Margherita e la sera un momento conviviale nel bellissimo Chiostro di San Francesco. Apertura verso la diversità, verso chi viene da lontano, è questo il progetto “Fuori dal labirinto” che la scuola in collaborazione alla Coop. L’Aquilone e il Vescovado di Cefalù ha voluto fortemente ponendo l’accento sul suo ruolo di agenzia di educazione. Non sono mancati i momenti di difficoltà nei casi di alcuni ragazzi con storie particolari, ma il senso di umanità e la collaborazione, come ricorda la dirigente, hanno fatto superare tutto. E poi ancora, progetti che hanno titoli evocativi, “La Legalità”, “Diversamente uguali”, “I Giusti” con la costruzione del giardino dei Giusti. Progetti sull’alimentazione, sugli affetti “Ti voglio bene e ti dico no”. Le gare, quelle di matematica, quelle sportive, i concorsi, come quello celebrato in questi giorni a Città di Castello, nel quale la nostra scuola ha fatto incetta di premi, su oltre sessanta scuole partecipanti. Un flusso continuo di idee e educazione civica e di bellezza.
Apertura è quella mediazione che la Dirigente ha voluto promuovere tra le diverse figure professionali per fare emergere il meglio, un clima che ha ancora accresciuto la voglia degli studenti di rimanere a scuola nel pomeriggio per proseguire le diverse attività.
Apertura è anche armonia, quando si parla di musica, e allora come non continuare con il corso musicale, uno dei migliori del settore. Ormai i bravissimi docenti, giovani ed entusiasti di strumento musicale, da qualche tempo ci hanno abituati a giovani talenti musicali.  Settantaquattro elementi oggi formano l’orchestra musicale dell’Istituto, e tra qualche girono saranno protagonisti del Concorso musicale per le scuole di Città di Castello in Umbria. Apertura e serenità nel tono e nella voglia di raccontare la scuola traspaiono dalle parole e dall’atteggiamento della Dirigente che intende con più forza e ostinazione, aprire la scuola al territorio, accanto alle istituzioni come in occasione del FAI, sia con quelle di Castelbuono sia con quelle di Isnello. Per il primo anno nel vicino borgo madonita è stato inaugurato il FAI e anche in questo caso la parola è: apertura.   Collaborazione con le Istituzioni comunali e culturali, con gli agenti del territorio, rispetto per i ruoli e il lavoro di tutti sono ingredienti essenziali per la scuola della Dirigente Cancila.
E anche se questa è scuola dell’obbligo, qui l’unico obbligo che abbiamo riscontrato è quello di avere voglia di conoscersi, di fare squadra. Una scuola come la voleva Platone, aperta e senza inutili orpelli, nessun senso di superiorità dei ruoli; nessuna autorità ma tanta autorevolezza. Divertirsi nel senso latino del termine, DIVERTERE, fare cose diverse, assaggiare tanti frutti, parlare tante lingue, ascoltare tanti strumenti. Si è proprio così, come l’orchestra d’altronde, in cui ogni singolo elemento è indispensabile per la riuscita dell’armonia, se poi il direttore d’orchestra ha come filosofia l’apertura, il gioco è fatto.





martedì 20 novembre 2018

LA MALINCONIA



“Se si domanda a un malinconico quale ragione egli abbia per esser così, cosa gli pesa, risponderà che non lo sa, che non lo può spiegare. In questo consiste lo sconfinato orizzonte della malinconia”.
Søren Kierkegaard
Gli antichi greci, che tutto ci hanno insegnato, ritenevano la malinconia una bile oscura, melànos che in  greco vuol dire nero e cholè che significa bile, entrambi i termini rendono esaustivo il significato. Anche il grande Ippocrate, padre di tutti i medici se ne occupò, e trovò, proprio in quel significato lo stato d’animo che molti uomini provano. Sicuramente non è un bel sintomo la malinconia, ci costringe a volgere lo sguardo al passato che il ricordo edulcora, anziché osservare il presente che è denso di insidie. Così, quando non abbiamo il coraggio di ammettere che ci siamo messi in un tunnel senza via d’uscita, guardiamo al passato glorioso che le cronache ci raccontano. Di quel passato togliamo tutto quello che non ci piace e selezioniamo solo quello che, pensiamo, abbia contribuito a farci grandi. La mente sa essere davvero incredibile. Alcuni pensano, anche grandi nella storia. Nascondersi e rifugiarsi sono sport molto praticati a Castelbuono e proprio per questa ragione, si cerca insistentemente il passo che fu di un tempo. Lentamente lo troviamo, non abbiamo neanche bisogno di inventare nulla, nessuna fantasia, non serve. Allora così, Castelbuono guarda a quello che era venti anni prima e riapre le porte. Neanche vale la pena chiedersi, quando le ha chiuse, semplicemente non serve. Guardiamo ad altro, al passato anche quando dobbiamo scegliere la classe dirigente. Basta dare uno sguardo veloce e furtivo e possiamo prenderci quella che altri hanno portato all’altare e che però non hanno saputo né valorizzare né fermare quando era il momento opportuno. Il malinconico, non lo sa perché si sente così, fa e basta quello che il passato gli richiama. La sua malinconia non ha orizzonti. Dimentica anche le promesse dal palco, che Castelbuono non sarebbe mai più stata “vittima” delle sagre. Ragion per cui si sarebbe lavorato a un turismo di cultura e storia. Niente di tutto questo, con la classe dirigente di un altro e con il passato che incombe, non c’è posto per la cultura figuriamoci per la storia, tolta anche come tema dagli esami di maturità. Dimenticare è la medicina migliore; meglio ancora, ricordare solo quello che si vuole, tende a fare galleggiare lievi verso un futuro incerto.  In linea perfetta con la politica nazionale, languiscono la voglia e il bisogno di qualcuno di ascoltare altri discorsi, di trovare luoghi, Agorà, possibili per un confronto all’altezza della storia. L’asino, animale docile e favoloso, cui però non è stato mantenuto (neanche a lui, figuriamoci!), un futuro radioso, fatto di pet therapy, allevamenti, produzione dell’attimo latte di asina che ci avrebbe portato ricchezza e benessere. Quanti convegni, quanti incontri, quanta pubblicità e propaganda…proprio in quel passato! Ridotto anche lui a simbolo di un passato che ritorna grazie alla malinconia. A pensarci bene l’asino un po’ malinconico è.





lunedì 13 agosto 2018

L'assente


“ Questa è tradizione, la parola tradizione viene dal latino tradere, significa tramandare/consegnare quindi oggi ai giovani, ai ragazzi ai bambini è consegnato questo tesoro che è la devozione a sant’Anna”.
Discorso del Vescovo Mons. Marciante alla comunità di Castelbuono
Tum, tum, tum…inizia presto la festa, la mattina del 22 luglio, alle prime luci del giorno, “i Maschiati” ci svegliano per dirci che la festa è iniziata. Santa Maddalena apre la “fera”, voluta dai Ventimiglia tanti secoli fa. Dentro il Castello è tutto una tempesta di riti sacri e devoti ad Anna. Aprite il portone centrale, chiudete la biglietteria, non si paga biglietto in quei giorni. D’altronde la devozione non ha prezzo. Mettete il tavolino dietro il portone centrale e che inizi la raccolta per la festa. Sali su, chiudi le porte, apri le finestre. Attenti ai bambini che non se infilino nell’inferriata, pulite la Sacra Cappella, il mattino presto c’è la prima messa e iniziano ad arrivare i fedeli. Già i fedeli, quelli che non si stancano mai, quelli che vengono più volte al giorno per stare lì anche in silenzio, lì accanto a lei. Mi raccomando i cordoni, non facciamo che passino dietro, dove non si può. Il balcone della Sacrestia deve rimanere aperto perché si possa ammirare il magnifico panorama che hanno scelto di farci vedere secoli fa i Ventimiglia. E’ arrivato il frigorifero che servirà a tenere fresca l’acqua per tutti i volontari del Comitato di Sant’Anna, è una fatica ma mattetelo nelle carceri. Alle 19.00 chiudete le porte del Museo, si va solo su in cima nella Sacra Cappella. La sera accendete presto le luci, ci sono i Vespri, quelle preghiere sussurrate al tramonto che è uno spettacolo ascoltare. E’ il venticinque finalmente esce, ed è esposta, dopo un anno era ora, l’abbiamo attesa tanto. Tac, tac, tac.  sette volte, in un silenzio irreale. I turisti si affollano, i devoti hanno l’atteggiamento della commozione e della fierezza insieme. Per questo li distingui, guardano la loro nonna con occhi diversi dagli altri. Sali, scendi, mille volte le scale, mille botti e tum, tum, tum è mezzogiorno, e poi di nuovo tum, tum, tum è l’imbrunire. La vita, il tempo sono scanditi dai colpi di cannone, come nelle feste che si rispettano. Sali e scendi mille volte e non senti la stanchezza. Il ventisette, chiusi a doppia mandata dentro la Sacra Cappella, il Presidente del Comitato di Sant’Anna, il Direttore del Museo Civico e qualche volontario del Comitato, cuciono finalmente l’oro e preparano con attenzione la Cappa dorata del Sacro Reliquario. Poi scende, bellissima, austera, brillante ed è commozione per tutti, si piange, si ride, si alzano le braccia al cielo, si prega il Rosario in dialetto antico, si abbellisce la Vara che la porterà il giro per la gioia di tutti. Ci sono da preparare le candele, centinaia e centinaia per tutti i confrati e tutti coloro che parteciperanno alla Solenne processione. Un turbinio continuo la festa dentro il Castello, che chi non l’ha mai vissuta, non può comprendere o forse sapere. Un lavoro enorme, massacrante perché tutto sia rispettato, onorato com’è giusto che sia. Un lavoro che va Diretto, governato nei minimi dettagli. Peccato che chi avrebbe dovuto dirigerlo non c’è stato, neanche quando, per quel terribile vento di tramontana che si è alzato nelle notti scorse, creando una forte corrente, ha distrutto le lampadine, (speriamo solo quelle) dei bellissimi lampadari della Cappella. Ora, e sappiamo di non essere fuori da coro, chi avrebbe dovuto, per contratto di lavoro e per rispetto istituzionale, essere presente e lavorare a tutto quello che in poche righe abbiamo raccontato, non solo ha fatto un torto ai presenti che non si sono risparmiati, ma anche a tutti i cittadini di Castelbuono, considerato che ruolo ricopre e perché. Siamo consapevoli che, le istituzioni si onorano solo se si onorano i cittadini. Tutto il resto è manifesto estetico, giusto per occhi di chi guarda l’’ultima sera la solenne Processione. Manifesto estetico che, certamente non passerà alla storia e non farà tradizione, come ci ha magnificamente ricordato il vescovo.




venerdì 20 luglio 2018

La palla


“L'uomo che si lamenta del modo in cui la palla rimbalza è probabilmente quello che l'ha fatta cadere.” 
Lou Holtz
Da circa un anno assistiamo a una preoccupante assenza di dialettica politica, culturale e sociale che ha ridotto a lume di candela il dibattito pubblico. Assente, ormai da qualche tempo, qualsiasi tema propagandato in campagna elettorale, riguardante grandi progetti, meravigliose visioni, enormi sogni…che mai si sono realizzati, e non solo nell’ultimo anno.
Il dibattito, invece, è tra due competitor che evidentemente peccano in due cose: non avere capito che la campagna elettorale è finita da un pezzo e seconda cosa non avere capito i ruoli che ricoprono.
Siamo ormai abituati a una mancanza istituzionale che ha avvilito il clima politico e sociale della nostra amata Italia, ma qui le cose non vanno meglio.
Post su facebook avvelenati e privi, non solo di sintassi, ma anche di rispetto, si rincorrono in continuazione esasperando, non solo i temi che non sono spiegati per quello che sono, ma anche i toni e le intenzioni.
Come il gioco della palla, qualcuno non fa altro che lanciarla, ora a te, ora a me, prima c’eri tu, ora non ci sono io ecc.…è tutto un susseguirsi di rimpalli verbali, di accuse personali, di antipatie portate all’ossimoro. E i temi? E i cittadini che hanno coccolato in campagna elettorale promettendo quei sogni appunto di cui si diceva prima? Anche l’aumento del pane diventa tema per attacchi e insinuazioni, mai quello della benzina che a Castelbuono è diventato vergognoso. E mentre la cronaca locale, ci preoccupa per quello che sta accadendo ai nostri giovani, alle donne, ai bambini indifesi, la politica fa scena nelle piazze, nelle feste e nell’imminente estate che, ovviamente, tutti ci invidieranno. (sic!)
Sarebbe ora di smetterla, di mettersi dentro le cose, di studiare, di avere rispetto, di finirla nel cercare pretesti inutili, anche perché non ci sono più alibi, per due ragioni. Chi oggi è all’opposizione non si può dire ignaro di quanto accaduto nel passato. Fa specie pensare che a qualcuno dia fastidio l’aumento del biglietto del Museo Civico, quando l’ha amministrato, sempre nel passato, senza alcun rispetto per l’Istituzione e in modo leggero.  Sempre le carte parlano, no vox populi, come fa qualcuno. O cadere dal pero per la questione Teatro le Fontanelle, o la vergona assoluta della frana della via Tenente Ernesto Forti. Al contrario chi oggi amministra, invece di tirare sempre in ballo il predecessore, dovrebbe dirci come intende risolvere i veri problemi di questo paese. No. Il pane, oggi conta di più, fingendo un’inutile vicinanza ai cittadini, tirando fuori crisi economiche e storture populiste varie.
Sarebbe opportuno, capire a questo punto chi ha fatto cadere la palla, chi ha iniziato il rimbalzo, intanto noi aspettiamo che ci sia finalmente una dialettica vera, intelligente e profonda.




martedì 19 giugno 2018

Noi siamo altro


“Non esiste una moralità pubblica e una moralità privata. La moralità è una sola, perbacco, e vale per tutte le manifestazioni della vita. E chi approfitta della politica per guadagnare poltrone o prebende non è un politico. È un affarista, un disonesto”.
Sandro Pertini
Cambiamento, lo chiamano il governo del cambiamento, come se di per sé fosse un fatto positivo. Nuove facce, metodi diversi, urla a convenienza, poltrone che si chiamano contratto: è il populismo bellezza. Qui come altrove.
Quello che preoccupa di più non è il contratto, che, a naso, sarà pressoché irrealizzabile, ma l’insinuarsi di quella cultura populista per cui si parla solo con slogan, si da la colpa agli altri del mancato agire. Qui come altrove.
L’aria che si respira in giro non è delle migliori, anche noi a Castelbuono siamo stati abituati a promesse da paese di Bengodi, a risate sonore e squadre compatte che difendono senza chiedersi un solo perché, il loro idolo. Qui come altrove.
Quello che ci preoccupa è l’insinuarsi delle apolitica populista nel seno della società, così come fu per il berlusconismo.
La politica dovrebbe in realtà essere altro, partire dai bisogni dei cittadini e non propagandare le eccellenze. E intanto, così facendo, piano piano, aumentano i prezzi, come quello dei tagliandi dei parcheggi, del biglietto d’ingresso al Museo Civico, una volta Museo di tutti i cittadini ora solo di alcuni “contemporanei”, senza che nessuno ne parli e con l’avallo di chi amministra. Come se ci fossero due Castelbuono: una atta solo alla speculazione pubblicitaria, poco patinata in verità, e sempre più povera di contenuti e l’altra che affonda sempre più. Quella che non ha Santi in Paradiso e che si vede umiliata e tralasciata in questo turbinio di turismo-cultura-enogastronomia. Allora noi decidiamo di essere altro, rispetto anche alla pagina ufficiale del Comune che, udite, udite! invece di mostrare i fatti salienti che riguardano la Comunità, ci racconta che per fortuna in Piazza Margherita abbiamo avuto la presenza, niente meno che della sorella di Belen Rodriguez, al secolo Letizia! Fatti che davvero il mondo ci guarda e ci invidia.
Più succedono queste cose, più si susseguono queste notizie e noi, ci sentiamo altro, loro stessi ci fanno sentire altro. Siamo quelli che ascoltano che non puntano il dito rosi da pregiudizi, siamo sempre pronti al confronto anche aspro, purché sia fatto d’idee, rispetto e intelligenza. Siamo altro rispetto alla mancanza di dialettica vera che si registra.  Al voluto silenzio ovattato. Siamo altro rispetto alla mancanza di attenzione verso chi ha più bisogno. Siamo altro nel rispetto, sempre non a convenienza, delle regole e delle persone. E’ proprio vero che la morale è una sola, e siamo altro proprio perché la onoriamo sempre.





sabato 19 maggio 2018

La realtà



“Si tratta di vivere il tempo che ci è stato dato con le sue difficoltà.” 
Aldo Moro

Scrivere non è mai un atto semplice, bisogna sapere usare bene le parole, individuare bene i concetti, sapere vedere oltre a quello che si vede con gli occhi. Aprire la mente, osare il pensiero e farlo emergere sviluppando un senso critico atro rispetto a quanto si dice in giro.
Scrivere è coraggio ancora di più in tempi così paurosi, in cui una certa velata serenità è squarciata da notizie di violenza oscura e complessa. Castelbuono, da sempre è raccontata come il paese degli eventi e delle estati che non finiscono mai, ma oggi si trova a sbattere la faccia contro un muro alto, alto fatto di bugie, omertà, silenzio assordanti, in cui chi è più debole ne soffre tutte le conseguenze. Non è forse che andando dietro, in questi ultimi anni, ai primati vani come, del paese più bello, la migliore raccolta differenziata, dando premi per il migliore piatto tipico, la più spiccata personalità e via discorrendo ci si è persi? Manca, è evidente, una regia sociale e politica che abbia un progetto di crescita sociale e culturale che serva a tutti i cittadini. Non parliamo, ovviamente, delle tante iniziative che si susseguono nel fine settinana, ma di un progetto più ampio che lasci perdere i proclami soliti cui siamo abituati e che neanche sentiamo più, e verta verso un’attenzione vera e concreta verso quei bisogni celati dall’omertà e da un inesistente controllo sociale che gridano vendetta.
Bisogna, allora guardare la realtà per quello che è, conoscerla, Castelbuono, è un paese come tutti gli altri, con i suoi pro e i suoi contro, e oggi, dovrebbe iniziare a distinguersi per la capacità di mettere insieme vincitori e vinti verso un unico obiettivo, salvaguardare le famiglie e i minori nei confronti di chi è violento.
Sarebbe opportuno, a questo punto, parlare meno di turismo e cibo di strada e percorrerle insieme quelle strade buie che restano distanti dalla piazza gremita di forestieri.
Serve un patto sociale e politico tra l’amministrazione, le scuole, le associazioni di volontariato, la chiesa, le associazioni culturali che segni una volta per tutte una svolta nel mare magnum della follia quotidiana. A noi il tema sta molto a cuore, lo sentiamo, lo viviamo quasi giornalmente e per questo sentiamo l’esigenza di uscire dalla dialettica degli ultimi tempi volta soltanto alle solite invettive personali, per andare oltre, per fare in modo, che le famiglie, i minori e i giovani che sono rimasti sentano di vivere in un paese bello, sì, ma sicuramente attento e solerte. E per questo faremo la nostra parte. Serve sentire, oggi più che mai, parole vere e concrete, fatti, azioni che possano essere di sollievo a quanti in questo momento non ne hanno. Si tratta, come diceva Moro, di vivere il nostro tempo con le sue difficoltà, con meno lustrini e più consapevole sostanza educativa e culturale.





martedì 19 settembre 2017

La passerella

“Il dubbio è una passerella che trema tra l'errore e la verità.“
G. Bufalino

L’estate appena trascorsa è iniziata velocemente, con un ritmo vertiginoso sono piovute come dal cielo, nomine su nomine, alcune di carattere gratuito altre onerose. Esperti si avvicenderanno per rendere Castelbuono un centro permanente di progettazione; tutti i settori saranno privilegiati, nessuno escluso. Qualcuno si è chiesto come mai ci sono esperti a titolo gratuito e altri, al contrario, a titolo oneroso… Non conosciamo la ragione, però, con un azzardo filosofico, ci torna utile la teoria calviniana sul lavoro: in buona sostanza, meno valido è, meno bisogna retribuirlo…Ma non vogliamo pensare male! Attendiamo con curiosità sviluppi. Mentre nelle piazze estive esplode il talento degli organizzatori nostrani degli eventi più importanti, nella piazza principale, a seguito di uno stanco e sempre uguale festival jazz, si avvicendano personalità che a vario titolo discutono su temi, a volte anche incerti. Treni, strade, lavoro, cultura, leggi fiscali, criminalità, turismo, reddito delle famiglie, famiglie, mafia, crescita, bisogni, bellezze naturali e paesaggistiche. E ancora: cibo di strada (ultima trovata!), enogastronomia, agricoltura, giovani che restano e giovani che vanno via. Con tutti questi argomenti si sarebbe potuto costruire un programma elettorale per le future elezioni regionali o nazionali. E se, qualcuno dei partecipanti ha saputo argomentare anche in modo interessante, restano al palo risposte a tante domande e la confusione aumenta. Qualcuno la chiama schizofrenia, cioè quell’incapacità di rispondere alla domanda…argomentando con altre domande o sorvolando. Non ci sono state risposte sul rifacimento delle strade, e però parlano di sviluppo del turismo. Ci daremo all’agricoltura biologica e però non sappiamo con quale acqua…con quale rete idrica. Diventeremo un polo turistico che non conosce stagioni…e però non abbiamo servizi al turismo a iniziare dai servizi igienici. Valorizzeremo il bosco…e però non si sa chi farà i sentieri e chi si prenderà cura della manutenzione degli stessi. Andiamo avanti, non ci preoccupano neanche le migliaia di giovani che hanno lasciato il nostro territorio perché privo ormai di molte prospettive…No, la politica risponde che hanno fatto bene ad andare via così faranno esperienza e poi torneranno. Torneranno a fare cosa? Rimandare, rimandare, continuamente le risposte vere è il vero tema delle passerelle, ed è inutile che si dica che ci sono tante opportunità se la politica non scenderà dal qual palco e comincerà a fare sul serio. Non basta il talento che abbiamo visto ancora una volta per le vie del nostro paese nelle notti estive. Non bastano le intelligenze, le competenze se ad accompagnarle, senza colori, ma con tanta trasparenza e dignità non sarà la politica, in modo serio per tutti senza piageria di parte. E così siamo rimasti con tanti e tanti dubbi, come ci ricorda Gesualdo Bufalino, ancora una volta tra l’errore (magari di averli votati) e le verità che da soli abbiamo scoperto…

martedì 18 luglio 2017

Il mondo di sotto


“La mente dei viventi non umani è del tutto funzionale alla vita del corpo e in quanto tale è priva di possibilità di evasione o di menzogna. La mente degli esseri umani al contrario evade abbastanza spesso dalla realtà e altrettanto spesso non esita a mentire: omette, inventa, simula, dissimula, non vede quello che c’è, ma sempre quello che non c’è. La mente mente. Per questo essa ha bisogno di una specifica virtù che la guidi. Phrēn, la mente, ha bisogno di phrónesis, la saggezza. Phrónesis-saggezza è la luce che indirizza la mente, è la facoltà di discernere, di soppesare e valutare una cosa, una persona, una situazione per quello che sono in sé e per quello che sono nel loro contesto, e poi di decidere e rimanere coerenti con la decisione presa. La saggezza è il ragionamento che dirige l’agire verso il bene.

 Vito Mancuso.

Tempo d’inganni e di speranze, tempo di attese e rese; tempo di apparentamenti e di spaesamenti. C’è un tempo per tutto e per tutto c’è un tempo. Nel nostro paese sembra calata una coltre di presunzione, fatta di assenza di stile e di parole non dette. Prima si parlava tanto, tutti avevano tanto da dire…ora il silenzio la fa da padrone. Parole vere attenzione, perché di altre ne abbiamo a iosa. E’ il mondo di sotto che si muove, che non si manifesta, ma che agisce all’insaputa dei “compagni” per trarne guadagno. E’ il mondo dei mercanti di etica che si affannano tra loro a ricevere un segno, un segnale, forse anche una telefonata che li rincuori per l’avvenire, loro che nel passato le mani non se le sono sporcate e che per quel poco, pochissimo che hanno fatto aspettano adesso la grazia! E’ un modo silente che sa di non dovere parlare, di aspettare, di dare un colpo al cerchio e una alla botte. Nuovismi da Balena bianca dei nostri giorni che si accreditano tra le file di un partito che forse in fin dei conti non è mai esistito.

Opposizioni inesistenti alla miseria morale, posizioni latenti che affascinano il mondo di sotto e lo alimentano. Censure, collaborazioni fittizie con alcuni, contratti scritti con penne indelebili per altri.

Molti visi, poche voci, pensieri celati, “mi piace” esibiti come a dire…”io non sono contro di te…è stato quel che è stato solo per due mesi…ora torniamo a essere noi…”. Noi chi? Il mondo di sotto resta così celato e la nostra mente vede e non vede; scorge, intravede in modo approssimato quello che sta succedendo o forse che non è mai finito. Nessun cambiamento anzi una forte restaurazione anche nei rapporti, meno autentici sono, meglio è e più facile è per il Mondo di sotto ottenere e non dare. Evade dunque, il Mondo di sotto dalla realtà, la cela, cerca di padroneggiare i fatti ergendosi a simbolo. Due sono le categorie che non aderisco al mondo di sotto: chi da esso è censurato e tenuto lontano perché temuto; l’altra categoria è quella delle persone sagge, quelle che sanno che la mente da sola mente e quindi si affidato al libero pensiero pur di segnare la differenza e di essere veramente alternativi.

Ci vuole tanta saggezza e tanta libertà per non cadere nel Mondo di sotto, per non avvicinarsi alla tentazione di fare parte di questa variegata ed eticamente malandata compagine. Faticosa è la mente del mondo di sotto, omette, inventa, simula, dissimula, non vede quello che c’è, vede quello che non c’è ma lo  omette, inventa altro, simula e dissimula, vede quello che c’è ma parla di  quello che non c’è.

Noi lo osserviamo da tempo il Mondo di sotto, lo vediamo plasticamente anche sui social darsi da fare; lo scorgiamo nelle case, quando chiusa la porta dice “ non è mia responsabilità…” lo abbiamo conosciuto ne portiamo ancora le ferite. Non lo assecondiamo, lo leggiamo cercando di mantenere la mente lucida e il cuore libero, sperando di diventare, un giorno,  abbastanza saggi da mantenere sempre la giusta distanza.

 

lunedì 20 marzo 2017

La Rivoluzione culturale


“Essere liberi nella propria mente e nel proprio spirito, senza alcuna sudditanza esteriore, e al contempo coltivare una scrupolosa obbedienza interiore alla verità (o, che è lo stesso, al bene, alla giustizia, alla bellezza, all’amore): questo è il senso della vita spirituale, ed è questo l’obiettivo che intendo promuovere.” 

Vito Mancuso

Nessuno ha urlato, nessuno ha lanciato invettive, nessuno ha attribuito colpe a qualche altro. C’è stato chi ha fatto autocritica, c’era anche chi si è commosso, chi ha voluto attestare di essere lì per aiutare, per testimoniare la propria disponibilità. C’erano ritorni spontanei, c’erano i compagni negli anni dispersi. Qualcuno ha richiamato al rispetto delle regole e della persona, al bene della democrazia. Poteva parlare chiunque, non c’erano liste prescritte, squadre di amici precostituite, nessuna voce si accavallava ad altre. Si è parlato della storia e del futuro. Si sono cercati gli occhi, si è dato piacere alle orecchie, si è nutrita la ragione. C’era la sobrietà e c’era il piacere di ascoltare. C’erano i “padri” e c’erano i figli e nessuna figura divisiva. C’era il silenzio, quello cui non siamo più abituati, c’era perché si faceva attenzione alle parole, giuste, misurate, pensate, posate. Niente attacchi personali allora? Niente accuse mediocri? Niente che sia lontano da come dovrebbe essere la politica? Che si sia interrotto il corso mediocre in cui ci hanno gettato, è ancora presto per dirlo, ma quanto sarebbe bello poterla chiamare Rivoluzione culturale. E’ arrivato quel tempo tanto atteso in cui bisogna sciogliere ogni remora e camminare insieme con gli altri, avere chiaro il percorso da fare secondo le giuste categorie. Unire e non dividere, condividere idee, persone, azioni al fine di risollevare le nostre esistenze in un cammino comune. Preferire tutti e non solo alcuni. Lasciamoli andare quelli che non ne sono capaci e andiamo a cercare chi vuole partecipare. Giuriamo a noi stessi che non si farà più la politica solo durante il periodo elettorale, ma che la faremo ogni giorno, che ogni momento saremo politici. Non facciamo numero, non serve, l’attuale amministrazione ne è l’esempio evidente, facciamo invece, qualità. Realizziamo tutto quello che nel passato sono state promesse mai realizzate. Apriamo le nostre istituzioni culturali alla nostra crescita e a quella delle future generazioni e non solo di qualcuno. Teniamo pulito questo paese, non solo dai rifiuti, ma dalla mentalità egoistica e clientelare di certa politica, dalle esasperanti prime donne. Liberiamo il nostro spirito da sudditanze inutili che ci impoveriscono e non ci permettono di camminare a testa alta. Non rancore ma dolore dobbiamo provare per quello che è stato. Il dolore per le bassezze, per gli attacchi personali, per le gelosie che abbiamo subito, per le disuguaglianze, per i tradimenti. Questo dolore dobbiamo lenire, non con la vendetta, ma con il sapere e la bellezza e renderlo humus del nostro cammino, perché solo così non lo proveremo più e finalmente ne saremo liberi. Dedichiamoci con tutti i nostri sensi alla giustizia, alla bellezza del nostro paese. Educhiamoci al rispetto altrui, a quello doveroso verso le istituzioni, torniamo a dire ciò che pensiamo, non cercando il freddo e facile consenso, ma per dare il nostro fattivo contributo. Non merce di scambio le nostre idee ma  mattoni per costruire. Apriamo la mente, mettiamo al centro l’individuo, la scuola, gli artigiani, gli anziani, facciamo squadra comune per i bambini e gli adolescenti. Giuriamo e non promettiamo che non lasceremo indietro nessuno, che daremo di nuovo un ruolo al nostro paese nel comprensorio. Diciamo che siamo affidabili perché ci fidiamo di quello che diciamo e lo portiamo avanti, non per uso personale, ma comune. Al contrario, non facciamo propaganda né promesse vane che sappiamo non potremo mantenere. Apriamo il Parco delle Rimembranze ai bambini, alle famiglie e non solo alle merci. Torniamo a passeggiare per il centro storico senza che il primo cittadino entri a suo piacimento  senza rispettare le regole, con la sua macchina. Torniamo a dare il buon esempio, così come l’hanno dato i “Padri” in assemblea. Noi “figli” che spesso ci siamo lamentati delle politiche degli altri adesso, non abbiamo più scuse, non possiamo più chiudere gli occhi.  Obbediamo alla verità, giuriamo di essere trasparenti, leali, di non sottrarci mai al confronto. Cerchiamo quello che ci hanno fatto perdere. Prediamo il testimone delle cose vere e torniamo a correre. Facciamolo con amore, con senso di responsabilità, intelligenza, lucidità e  spirito di servizio. Essere liberi ci permetterà con umiltà, di venire fuori da quel dolore, per  crescere e insistere affinché, un giorno molto vicino, potremo dire, di essere stati capaci di segnare davvero la differenza.

 

giovedì 23 febbraio 2017

Il precedente


 

“Colui che fece per viltà il gran rifiuto”

Dante  Alighieri,  Inferno III canto

Difficile in questi giorni non pensare a quanto la storia e la letteratura ci vengano in soccorso per decifrare quanto sta succedendo. Difficile ancora è credere che, tra le pieghe della realtà, non si celi qualcosa di pericoloso. Non siamo stupiti della decisione del “Già visto” a candidarsi per la poltrona di sindaco, lo abbiamo scritto mesi fa, era nelle cose, nel suo carattere autoreferenziale, giungere a questo risultato. Conosciamo la storia politica di questo paese, ne conosciamo gli attori, i passaggi, le fasi drammatiche che hanno condotto a quanto sta avvenendo. In politica, così come nella vita, bisogna avere la memoria lunga e non dimenticare volutamente, ma ricordare per migliorare. Oggi, al contrario, assistiamo a un’involuzione. Il “Già visto”, grida dal palco la parola “Compagni” nei confronti di quelli cui sta tendendo la trappola, li invita a una riflessione che lui ha “Già rivisto”, li scuote a suo dire, perché loro avranno le regole democratiche, ma lui ha la società civile. Le regole appunto, quelle tanto maltrattate da chi oggi amministra,  sono definitivamente surclassate dalla autoreferenzialità di chi crede che da solo, possa vincere. Il Metodo, quello che dà valore al merito, da lui prima condiviso, viene  messo da parte, superato dagli eventi, dalle firme richieste e non raccolte a furor di popolo (quale popolo?). Si sottrae dunque alla democrazia interna per “applicarne”  qualche altra pro domo propria. Con lui si vince, non con le scelte democratiche. Lui ha le idee, gli altri no. Pur di vincere va con chi non gli è stato mai Compagno, con chi non ha nulla a che vedere con la sua storia, con chi, non ha altro interesse che salire sull’eventuale (pensano!) carro del vincitore. Crea il precedente dunque, da questo momento in poi non avrà più senso avere regole, avere un progetto, rispettare i passaggi, perché basterà assoldare qualcuno, raccogliere delle firme e il gioco è fatto. Tutto e il contrario di tutto, purché si  vinca, purché sia lui a vincere.  Non c’è più una strada da percorrere insieme con chi condivide, democraticamente, le  stesse idee per la realizzazione di un progetto politico, ma vincere. Sembra quasi di assistere alla “performance” di un novello grillino, contrario per definizione a tutto, purché si vinca, purché si rompa. Ecco, ha rotto con quel movimento che lo ha deluso, che non è stato subordinato a lui. Ci chiediamo: finché era il candidato sindaco del coordinamento, le regole andavano bene? Il movimento era giusto e corretto? Finché c’è stata quella sudditanza atavica che ha investito il centrosinistra in questo paese, andava tutto bene? Si scaglia contro il partito democratico, provocando anche una pantomima grottesca, nell’illusione, forse, di convincere i più “resistenti”  a credere che i partiti siano il male oscuro. Se la prende con  quelli che chiama ancora spudoratamente compagni, mentre si fa coccolare da chi gli è stato sempre contro. Si bea di essere incontrollabile, si gloria di un passato amministrativo a cui in tanti hanno partecipato, non solo lui. Ritiene di essere la luce alla fine del tunnel, è l’aurora boreale, quella chimera che tutti aspettano. Tutti chi? Fuggire dai 43 e abbracciare i 723 è quello che lo metterà probabilmente ai margini. Chi fugge e non combatte, chi si allontana e non accetta le “regole democratiche” si getta con tutto se stesso verso l’ignoto. Grida dal palco e lo fa con il piglio dell’uomo politico che non si arrende e macina tutti, offende la dignità altrui, ”con lui si vince con lei no”.  Inveisce contro il candidato designato, dicendo subito però che ne ha grande stima. Si arrampica sugli specchi cercando una giustificazione che non ha presa nella piazza che ascolta. Il sogno che ha sempre in mente è solo suo, crede che quella folla fosse lì per acclamarlo, non per ovvia curiosità. Pochi quelli che alla fine si congratulano, per lo più “ex altrui”, oggi folgorati dal “Già visto”.  Gli “ex Compagni” da una parte, gli avventori con le lacrime agli occhi, dall’altra. Come Celestino V che fece per viltà il gran rifiuto. Rifiuta la democrazia, rifiuta di assumersi la responsabilità che l’assemblea gli ha affidato, quella di mettersi al servizio della Comunità e non del proprio Io. Da ex compagno, lui non gli altri, va veloce altrove. Non ammetterà mai che quel sogno che racconta sempre era talmente debole che oggi, di tutto il lavoro svolto negli anni, non ne è rimasto quasi  nulla. Si dice lacerato, combattuto e, con fare compiaciuto, ripete che:  “lui non può abbandonare il “popolo“ che gli ha  affidato questa grande responsabilità”. Si arrampica, cade, dice tutto e il contrario di tutto. Sostiene che tanti processi devono essere governati, ribadisce che da via Sant’Anna bisogna uscire per fare rinascere Castelbuono. Fa serpeggiare l’idea che un “impegno così gravoso” non può essere svolto  da una donna già occupata a lavare, stirare, dedita alla  famiglia, che non può avere tempo per la politica. Serve un uomo, l’Uomo di esperienza.  Cerca appigli, si gira, si dimena, fa un cerchio con le mani, non indica ma addita con le parole. Lui che in Piazzetta è cresciuto e che in Piazza Margherita ha governato, richiama la piazza che non lo va a salutare ma, che lo guarda con gli occhi di chi ha “già visto” queste scene.  Tenta di far presa sulla sua popolarità che lo metterà al riparo dagli avversari, convinto che solo con quella i giochi sono fatti. Dimentica volutamente che, a “segnare la differenza” non sarà la gente  che riempie la piazza per ovvia curiosità, ma quella che si sentirà coinvolta a partecipare ad un progetto politico  di rinascita seria per Castelbuono. A nostro parere Il “Già visto” è andato davvero oltre; oltre l’amicizia, oltre quegli uomini e donne che evoca sempre come scelti da lui, inventati quasi dal suo genio politico. E’ andato oltre le regole, la democrazia, l’appartenenza. E’ andato oltre il rispetto della sua stessa storia politica.

mercoledì 20 luglio 2016

Chi tace acconsente


“La notte in cui tutte le vacche sono nere”

G.W Hegel

Abbiamo atteso tanto, troppo forse per capire cosa stia succedendo nella politica castelbuonese. L’attesa, si sa, per noi impazienti, è una vera tortura.  A ben vedere, però, i risultati ci sono e, a meno di non sbagliarsi, sono anche eloquenti. Abbiamo osservato, letto, partecipato ad  assemblee pubbliche e  scritto, ma nulla, non succede nulla. Certo c’è la” necessità” del posizionamento di tanti gruppi che si fanno notare in vista delle  prossime elezioni. Democrazia, bene comune, partecipazione, cittadinanza, attenzione verso il prossimo, il “nuovo che avanza”,  riciclati che sempre attendono il momento opportuno per farsi vivi. In questo marasma mancano i temi, quelli giornalieri. Sono scomparsi dalla vita pubblica e dalla politica le questioni importanti di Castelbuono. Volete qualche esempio? Non si parla più della circonvallazione, della zona artigianale, del traffico e dei rifiuti. Partirà o no il nuovo piano dei rifiuti? Scomparsi i temi che riguardano le istituzioni culturali. Il complesso monumentale di San Francesco ormai ad uso di banchetti e feste private, senza che ci sia un regolamento. A proposito che fine ha fatto il trasferimento del Museo naturalistico Francesco Minà Palumbo? Silenzio tombale sul Teatro Le Fontanelle. Scomparsa anche la Commissione consiliare sul patrimonio Paolo Cicero che entro un anno dal suo insediamento avrebbe dovuto darci lumi sulla annosa questione. Eppure è passato abbondantemente l’anno e nulla. Silenzio. Ancora,  comunicati di un’importante istituzione culturale del nostro paese ci invitano ad assistere ad un concerto. Lo stesso, si legge, è a pagamento, basta comprare un biglietto da un euro e ci si può godere la musica. Giusto, va bene contribuire, ma la stessa istituzione culturale, verso la quale nel passato l’opposizione era dedita a critiche pretestuose, si sta ponendo la domanda se è stata fatta una variazione di bilancio che giustifichi, con un capitolo apposito, l’entrata di queste somme? Chiediamo loro:  sono o no soldi pubblici ? A ben pensare ciò che è veramente scomparso è il ruolo dell’opposizione, tutto ormai può succedere senza colpo ferire, perché l’opposizione tace. E perché tace? Forse si sta organizzando per urlare tre mesi prima delle elezioni questi temi spinosi, dal palco dei comizi? Roba da vecchia politica, scene viste e riviste che non fanno bene al paese. Nessuno di loro spiega ai cittadini cosa stia accadendo, nessuno si prende la briga di andarli a cercare. A cosa serve il consiglio comunale? A cosa servono i gruppi consiliari che tempo orsono si sono staccati in forte polemica dall’attuale amministrazione? Cosa hanno fatto di diverso? Che Castelbuono pensano di raccontare alle prossime elezioni, se già oggi tacciono? In cosa hanno segnato la differenza? Nessuno di loro ha capito che la politica serve a creare senso da cui poi, solo dopo, viene il consenso. E’ così aveva ragione Hegel. Anche  la politica a Castelbuono è come una notte, molto lunga, in cui tutte le “vacche” sono nere.