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mercoledì 16 ottobre 2019

CHIUSO



“Esistono luoghi che respiri e senti tuoi.
Come quelle persone che, anche se non hai mai incontrato, conosci da sempre”.
Fabrizio Caramagna

Camminare, andare su e giù, con gli occhi bassi guardare i propri passi. Andare, venire e tornare. Alzare la testa e guadare ad altezza del proprio sguardo quello che ti sta intorno. Case chiuse, sbarrate le porte e chiusi i balconi dove prima si vedeva la vita. La mattina fa meno impressione. Quasi tutti, la mattina escono per andare a lavorare è normale che chiudano tutte le finestre. La sera, invece, è quella che fa più impressione. Avete mai provato a fare una passeggiata per Castelbuono la sera? Strade poco illuminate per lo più, deserte e case immobili avvolte nel silenzio più cupo. Nessuna luce, nessun profumo della cena appena preparata. Non c’è traccia di persone che aprono quelle porte. Sfilze di case che creano le vie, tutte rigorosamente chiuse, alcune sembrano tristemente abbandonate. Nessuna voce, nessun racconto tra i balconi. Non ci sono panni stesi, nessun fiore. Anche la piazza più bella del mondo, per alcuni “ombelico del mondo” è vuota.  Andate in via Mario Levate, scendendo sulla destra ci sono quindici case chiuse. Andate in via Mustafà e troverete lo stesso. A Strata ranni, Via Maurolico, Via Cappuccini. Andate a piedi, noi lo abbiamo fatto e la tristezza ci ha preso il cuore. Non parliamo di tarda sera, no, basta andare intorno alle 19 e non vedere nessuno. Ve lo ricordate cosa era prima il vespro? Era un appuntamento assiduo della giornata, dopo il lavoro andare a fare la passeggiata, incontrarsi, chiacchierare. Vedersi appunto. La nostra Agorà è vuota, struggente nel suo ordine al quale manca la vita e la vitalità di chi, come noi, da bambino la affollava con giochi fino all’ultimo respiro. E’ sofferenza, è straniamento vedere cambiare così rapidamente Castelbuono. Un malinconico lungo addio tra due generazioni che non si scambieranno mai il testimone. Nessuno ne parla apertamente, nessun incontro pubblico su questo, ci mancherebbe! Una società, ormai, solo di alcuni che si spartiscono tutto e il resto muore e a loro non importa. Nessuno ne parla. Solo sogni di gloria e propaganda dipingendo un paese che non c’è più. Stridono certi discorsi, stride la mediocrità data a certe notizie che di sensazionale non hanno nulla. Scialbo e inutile è il potere che non s’interroga, che prende e non da. Mediocre è non confrontarsi, non aprirsi e non ammettere che un problema sociale forte esiste e che non è solo dei ragazzi che vanno via per il lavoro. Certo è anche quello, ma c’è di più. Ci sono legami che finiscono, ci sono vite che non nasceranno più qui, che non andranno nelle nostre scuole, che non compreranno più nei pochi e resistenti negozi ancora aperti. Il paese è cambiato in peggio; è terribile sempre, quando si perdono le persone. La bufala del turismo che avrebbe portato ricchezza, che avrebbe dato lavoro a tutti. L’ecologia accostata solo a un cassonetto tolto senza interrogarsi sui veri cambiamenti degli stili di vita. Il nulla, questo è successo negli ultimi anni. Un potere autoreferenziale che non riesce a sostenere lo sguardo di chi la pensa diversamente e per questo attacca dalla mattina alla sera. Era bella Castelbuono, tanta gente, le foto di un tempo lo raccontano. I discorsi della storia lo ricordano. La vitalità, la genialità erano azioni quotidiane. L’ironia madre della vera Castelbuonesità.
Siamo pochi adesso, siamo anche più soli perché quando non c’è il ritorno ideale, la cosa che resta è la solitudine.




martedì 20 novembre 2018

LA MALINCONIA



“Se si domanda a un malinconico quale ragione egli abbia per esser così, cosa gli pesa, risponderà che non lo sa, che non lo può spiegare. In questo consiste lo sconfinato orizzonte della malinconia”.
Søren Kierkegaard
Gli antichi greci, che tutto ci hanno insegnato, ritenevano la malinconia una bile oscura, melànos che in  greco vuol dire nero e cholè che significa bile, entrambi i termini rendono esaustivo il significato. Anche il grande Ippocrate, padre di tutti i medici se ne occupò, e trovò, proprio in quel significato lo stato d’animo che molti uomini provano. Sicuramente non è un bel sintomo la malinconia, ci costringe a volgere lo sguardo al passato che il ricordo edulcora, anziché osservare il presente che è denso di insidie. Così, quando non abbiamo il coraggio di ammettere che ci siamo messi in un tunnel senza via d’uscita, guardiamo al passato glorioso che le cronache ci raccontano. Di quel passato togliamo tutto quello che non ci piace e selezioniamo solo quello che, pensiamo, abbia contribuito a farci grandi. La mente sa essere davvero incredibile. Alcuni pensano, anche grandi nella storia. Nascondersi e rifugiarsi sono sport molto praticati a Castelbuono e proprio per questa ragione, si cerca insistentemente il passo che fu di un tempo. Lentamente lo troviamo, non abbiamo neanche bisogno di inventare nulla, nessuna fantasia, non serve. Allora così, Castelbuono guarda a quello che era venti anni prima e riapre le porte. Neanche vale la pena chiedersi, quando le ha chiuse, semplicemente non serve. Guardiamo ad altro, al passato anche quando dobbiamo scegliere la classe dirigente. Basta dare uno sguardo veloce e furtivo e possiamo prenderci quella che altri hanno portato all’altare e che però non hanno saputo né valorizzare né fermare quando era il momento opportuno. Il malinconico, non lo sa perché si sente così, fa e basta quello che il passato gli richiama. La sua malinconia non ha orizzonti. Dimentica anche le promesse dal palco, che Castelbuono non sarebbe mai più stata “vittima” delle sagre. Ragion per cui si sarebbe lavorato a un turismo di cultura e storia. Niente di tutto questo, con la classe dirigente di un altro e con il passato che incombe, non c’è posto per la cultura figuriamoci per la storia, tolta anche come tema dagli esami di maturità. Dimenticare è la medicina migliore; meglio ancora, ricordare solo quello che si vuole, tende a fare galleggiare lievi verso un futuro incerto.  In linea perfetta con la politica nazionale, languiscono la voglia e il bisogno di qualcuno di ascoltare altri discorsi, di trovare luoghi, Agorà, possibili per un confronto all’altezza della storia. L’asino, animale docile e favoloso, cui però non è stato mantenuto (neanche a lui, figuriamoci!), un futuro radioso, fatto di pet therapy, allevamenti, produzione dell’attimo latte di asina che ci avrebbe portato ricchezza e benessere. Quanti convegni, quanti incontri, quanta pubblicità e propaganda…proprio in quel passato! Ridotto anche lui a simbolo di un passato che ritorna grazie alla malinconia. A pensarci bene l’asino un po’ malinconico è.





venerdì 20 luglio 2018

La palla


“L'uomo che si lamenta del modo in cui la palla rimbalza è probabilmente quello che l'ha fatta cadere.” 
Lou Holtz
Da circa un anno assistiamo a una preoccupante assenza di dialettica politica, culturale e sociale che ha ridotto a lume di candela il dibattito pubblico. Assente, ormai da qualche tempo, qualsiasi tema propagandato in campagna elettorale, riguardante grandi progetti, meravigliose visioni, enormi sogni…che mai si sono realizzati, e non solo nell’ultimo anno.
Il dibattito, invece, è tra due competitor che evidentemente peccano in due cose: non avere capito che la campagna elettorale è finita da un pezzo e seconda cosa non avere capito i ruoli che ricoprono.
Siamo ormai abituati a una mancanza istituzionale che ha avvilito il clima politico e sociale della nostra amata Italia, ma qui le cose non vanno meglio.
Post su facebook avvelenati e privi, non solo di sintassi, ma anche di rispetto, si rincorrono in continuazione esasperando, non solo i temi che non sono spiegati per quello che sono, ma anche i toni e le intenzioni.
Come il gioco della palla, qualcuno non fa altro che lanciarla, ora a te, ora a me, prima c’eri tu, ora non ci sono io ecc.…è tutto un susseguirsi di rimpalli verbali, di accuse personali, di antipatie portate all’ossimoro. E i temi? E i cittadini che hanno coccolato in campagna elettorale promettendo quei sogni appunto di cui si diceva prima? Anche l’aumento del pane diventa tema per attacchi e insinuazioni, mai quello della benzina che a Castelbuono è diventato vergognoso. E mentre la cronaca locale, ci preoccupa per quello che sta accadendo ai nostri giovani, alle donne, ai bambini indifesi, la politica fa scena nelle piazze, nelle feste e nell’imminente estate che, ovviamente, tutti ci invidieranno. (sic!)
Sarebbe ora di smetterla, di mettersi dentro le cose, di studiare, di avere rispetto, di finirla nel cercare pretesti inutili, anche perché non ci sono più alibi, per due ragioni. Chi oggi è all’opposizione non si può dire ignaro di quanto accaduto nel passato. Fa specie pensare che a qualcuno dia fastidio l’aumento del biglietto del Museo Civico, quando l’ha amministrato, sempre nel passato, senza alcun rispetto per l’Istituzione e in modo leggero.  Sempre le carte parlano, no vox populi, come fa qualcuno. O cadere dal pero per la questione Teatro le Fontanelle, o la vergona assoluta della frana della via Tenente Ernesto Forti. Al contrario chi oggi amministra, invece di tirare sempre in ballo il predecessore, dovrebbe dirci come intende risolvere i veri problemi di questo paese. No. Il pane, oggi conta di più, fingendo un’inutile vicinanza ai cittadini, tirando fuori crisi economiche e storture populiste varie.
Sarebbe opportuno, capire a questo punto chi ha fatto cadere la palla, chi ha iniziato il rimbalzo, intanto noi aspettiamo che ci sia finalmente una dialettica vera, intelligente e profonda.




martedì 19 settembre 2017

La passerella

“Il dubbio è una passerella che trema tra l'errore e la verità.“
G. Bufalino

L’estate appena trascorsa è iniziata velocemente, con un ritmo vertiginoso sono piovute come dal cielo, nomine su nomine, alcune di carattere gratuito altre onerose. Esperti si avvicenderanno per rendere Castelbuono un centro permanente di progettazione; tutti i settori saranno privilegiati, nessuno escluso. Qualcuno si è chiesto come mai ci sono esperti a titolo gratuito e altri, al contrario, a titolo oneroso… Non conosciamo la ragione, però, con un azzardo filosofico, ci torna utile la teoria calviniana sul lavoro: in buona sostanza, meno valido è, meno bisogna retribuirlo…Ma non vogliamo pensare male! Attendiamo con curiosità sviluppi. Mentre nelle piazze estive esplode il talento degli organizzatori nostrani degli eventi più importanti, nella piazza principale, a seguito di uno stanco e sempre uguale festival jazz, si avvicendano personalità che a vario titolo discutono su temi, a volte anche incerti. Treni, strade, lavoro, cultura, leggi fiscali, criminalità, turismo, reddito delle famiglie, famiglie, mafia, crescita, bisogni, bellezze naturali e paesaggistiche. E ancora: cibo di strada (ultima trovata!), enogastronomia, agricoltura, giovani che restano e giovani che vanno via. Con tutti questi argomenti si sarebbe potuto costruire un programma elettorale per le future elezioni regionali o nazionali. E se, qualcuno dei partecipanti ha saputo argomentare anche in modo interessante, restano al palo risposte a tante domande e la confusione aumenta. Qualcuno la chiama schizofrenia, cioè quell’incapacità di rispondere alla domanda…argomentando con altre domande o sorvolando. Non ci sono state risposte sul rifacimento delle strade, e però parlano di sviluppo del turismo. Ci daremo all’agricoltura biologica e però non sappiamo con quale acqua…con quale rete idrica. Diventeremo un polo turistico che non conosce stagioni…e però non abbiamo servizi al turismo a iniziare dai servizi igienici. Valorizzeremo il bosco…e però non si sa chi farà i sentieri e chi si prenderà cura della manutenzione degli stessi. Andiamo avanti, non ci preoccupano neanche le migliaia di giovani che hanno lasciato il nostro territorio perché privo ormai di molte prospettive…No, la politica risponde che hanno fatto bene ad andare via così faranno esperienza e poi torneranno. Torneranno a fare cosa? Rimandare, rimandare, continuamente le risposte vere è il vero tema delle passerelle, ed è inutile che si dica che ci sono tante opportunità se la politica non scenderà dal qual palco e comincerà a fare sul serio. Non basta il talento che abbiamo visto ancora una volta per le vie del nostro paese nelle notti estive. Non bastano le intelligenze, le competenze se ad accompagnarle, senza colori, ma con tanta trasparenza e dignità non sarà la politica, in modo serio per tutti senza piageria di parte. E così siamo rimasti con tanti e tanti dubbi, come ci ricorda Gesualdo Bufalino, ancora una volta tra l’errore (magari di averli votati) e le verità che da soli abbiamo scoperto…

lunedì 19 giugno 2017

CASTELBUONO E’ LIQUIDA



 
“Se oggi si può ancora parlare di «rivoluzioni» lo si può fare solo a posteriori – quando, guardando indietro, ci rendiamo conto che si sono accumulati tanti cambiamenti piccoli e apparentemente insignificanti, ma sufficienti a produrre una trasformazione qualitativa, e non solo incrementale, della condizione umana. Privata dei suoi originari referenti, l’idea di «rivoluzione» è stata banalizzata: la usano e ne abusano quotidianamente gli autori di spot pubblicitari, per presentare come «rivoluzionario» ogni prodotto «nuovo e migliorato».” 

Z. Bauman

La campagna elettorale è finita, portando via con sé speranze, certezze, delusioni, soddisfazioni e lacerazioni. Sentimenti diversi hanno agitato i movimenti politici, prima, durante e dopo.

Sono stati mesi intensi, lunghe notti a pensare strategie, a incontrare i cittadini, a scrivere, pensare e riordinare le idee per il futuro. E’ stato un tempo lungo per la voglia di credere che Castelbuono potesse cambiare davvero, che fosse finalmente arrivato il tempo del nuovo, al contrario è stato un tempo breve per i toni che hanno condizionato tutta la campagna elettorale.
A differenza di molti, non abbiamo scritto nulla il giorno dopo l’esito elettorale, perché abbiamo voluto attendere, meditare, riflettere…E’ bastato poco per decidere di scrivere questo pezzo, è bastato, infatti, andare a rileggere quello che nei mesi precedenti avevamo scritto. Tutto molto prevedibile.
Una campagna elettorale, agitata da una parola che ne ha fatto da filo conduttore: tradimento.
Iniziò tutto da un tradimento, prima umano poi politico; traditi, sono stati i militanti, traditi coloro i quali volevano il cambiamento e non la restaurazione. Traditi amici che sono stati messi alla berlina da chi ha deciso di sostenere candidati insostenibili. Tradito, è stato il futuro preferendogli il passato. Un mancato ricambio generazionale, non voluto dai tanti che democraticamente hanno eletto l’uomo forte e non il cambiamento. Deliri dai comizi contro gli uomini e non contro gli avversari politici; attacchi personali e non alle idee, poche in verità ne abbiamo sentite; dicono solo che il leader che ha paura della testa parla alla pancia dei cittadini, ai loro bisogni. Castelbuono è come un corpo umano, in cui i pensieri non bastano a governare gli istinti. Allora la restaurazione, li favorisce, li corteggia, li incoraggia, come humus della sua azione politica vincente. La paura prende alla pancia, come un pugno non alla testa; la paura è male fisico, il leader lo sa, e spinge quel pugno, con un sorriso imbonitore, agitando dal palco accuse e toni da stadio. Il leader che vince senza compagni, che abbraccia uomini che non hanno nulla a che vedere con la sua storia, rinuncia definitivamente al ruolo di padre “nobile” per ricoprirne un altro, meno politico, molto tattico, autoreferenziale e, dunque, spudoratamente populista. Abbiamo sempre difeso la democrazia, non solo quella delle primarie, e anche oggi lo faremo, il leader ha vinto e quindi merita di governare. Quello che ci preoccupa è però il clima che si è istaurato a Castelbuono; dopo la vittoria, i vincitori non hanno fatto altro che aggredire e prendersi beffa dei vinti. Con un crescendo di parole, post, atteggiamenti; i vinti, da parte loro, hanno risposto con altrettanta veemenza alle aggressioni verbali, neanche fossero una corazzata, contro gli altri. L’hanno fatto  in campagna elettorale quando hanno attaccato le persone e non i politici. Sembrano essere svaniti nel nulla i principi basilari di una comunità: la solidarietà, il rispetto verso l’altro, il riconoscere le competenze e le appartenenze; questo disconoscimento continuo, rende Castelbuono liquida, come l’acqua che prende la forma del contenitore in cui si trova, senza  fare opposizione…liquido che scivola via senza attrito, così la moltitudine si fa portare ora a destra ora a sinistra, tanto non cambia nulla…
Incoerenze, finzioni, tatticismi, amici che si sono rivelati peggiori dei nemici, sorrisi ingannevoli, maschere, tutte, avrebbe detto Pirandello. Maschere che hanno avuto in testa solo la vittoria di uno contro il modello di un rinnovamento di tanti. Contro l’idea che anche altri sono capaci di fare politica, e invece no, l’ego ha vinto sui molti, l’arrivismo sulle idee, i veti sulle persone. Chi vince, in democrazia deve legittimamente governare, e dovrebbe farlo con i “compagni”, con chi ha valori, ideali e progetti di politica amministrativa-gestionale da condividere …Castelbuono merita in fin dei conti questo esito, lo merita perché da dieci anni ha smesso di interessarsi della politica, lo merita perché il livello culturale e civico relativo al bene comune si è inabissato per rincorrere l’interesse personale. Lo merita perché l’unico partito strutturato ha dimostrato di avere i piedi di argilla e di subire ancora la sudditanza del leader, che prima se ne va, poi piazza i suoi, poi li toglie…una politica che assomiglia sempre più a Monopoli o a Risiko!
Le rivoluzioni per essere compiute hanno bisogno di tempo, esse però sono rivoluzioni anche quando invece di andare avanti tornano indietro. Castelbuono ha dimostrato di avere perso di vista la sua castelbuonsità, quel senso di appartenenza, quel senso di Comunità, perché i vincitori non salutano più neanche i vinti. Non osiamo pensare cosa diranno di queste nostre righe… Dovrebbero sapere però che quella democrazia che loro sbandierano secondo i casi, permette a chiunque di esprimere ogni  diritto di critica. E noi lo abbiamo sempre fatto e continueremo.
Ed è questo il dato più importante, Castelbuono non è pronta a cambiare, a chiudere il libro per scriverne uno nuovo. Ha, invece, ancora bisogno dell’uomo forte che risolve i problemi, che sa rispondere all’avversario tuonando e non ragionando. Ha bisogno ancora di contraddizioni, di non trovare spiegazioni ai tradimenti, ai volta gabbana, agli amici che deludono e non rispondono più.
Ha bisogno di non entrare nelle cose, di sentirsi abbastanza distante per non assumersi la responsabilità.
Un paese diviso, lacerato, forse anche umiliato che però è connivente con lo stato delle cose.
Governeranno ed è giusto che sia così, ma non necessariamente stavolta dobbiamo aspettare cinque anni per giudicare. Li conosciamo, sono un libro aperto, mosse, parole, tattiche…
Noi pensiamo al contrario, che avere idee diverse, dimostrare senso critico sia il sale vero della democrazia,  dell’azione e della crescita umana.
 Essere in disaccordo, avere lo scontro tra diverse opinioni, tra diverse visioni del giusto, dell'ingiusto, e così via, è quello che avremmo voluto come confronto politico e auspichiamo che sempre ci possa essere.
Vi lasciamo con una frase di Bauman che rende bene quello che pensiamo…e che è solo rimandato…
“Nell'idea dell'armonia e del consenso universale, c'è un odore davvero spiacevole di tendenze totalitarie, rendere tutti uniformi, rendere tutti uguali. Alla fine questa è un'idea mortale, perché se davvero ci fosse armonia e consenso, che bisogno ci sarebbe di tante persone sulla terra? Ne basterebbe una: lui o lei avrebbe tutta la saggezza, tutto ciò che è necessario, il bello, il buono, il saggio, la verità. Penso che si debba essere sia realisti che morali. Probabilmente dobbiamo riconsiderare come incurabile la diversità del modo di essere umani”
Castelbuono ha  ancora tanta strada da fare e ha bisogno di tanto coraggio per scrivere ancora… perché siamo sempre più consapevoli che certi valori non cambiano con il tempo. Rimangono alla base del nostro vivere quotidiano e di una società. In qualunque epoca. A maggior ragione, oggi, in cui molti “ideali” sembrano sbiadirsi perché giudicati meno importanti o vengono sostituiti da pericolosi rigurgiti populisti, abbiamo bisogno di persone intellettualmente oneste e corrette che dimostrino con il loro esempio che i valori etici e culturali sono fondamentali per poter sostenere e far andare avanti una società civile.




 




lunedì 20 marzo 2017

La Rivoluzione culturale


“Essere liberi nella propria mente e nel proprio spirito, senza alcuna sudditanza esteriore, e al contempo coltivare una scrupolosa obbedienza interiore alla verità (o, che è lo stesso, al bene, alla giustizia, alla bellezza, all’amore): questo è il senso della vita spirituale, ed è questo l’obiettivo che intendo promuovere.” 

Vito Mancuso

Nessuno ha urlato, nessuno ha lanciato invettive, nessuno ha attribuito colpe a qualche altro. C’è stato chi ha fatto autocritica, c’era anche chi si è commosso, chi ha voluto attestare di essere lì per aiutare, per testimoniare la propria disponibilità. C’erano ritorni spontanei, c’erano i compagni negli anni dispersi. Qualcuno ha richiamato al rispetto delle regole e della persona, al bene della democrazia. Poteva parlare chiunque, non c’erano liste prescritte, squadre di amici precostituite, nessuna voce si accavallava ad altre. Si è parlato della storia e del futuro. Si sono cercati gli occhi, si è dato piacere alle orecchie, si è nutrita la ragione. C’era la sobrietà e c’era il piacere di ascoltare. C’erano i “padri” e c’erano i figli e nessuna figura divisiva. C’era il silenzio, quello cui non siamo più abituati, c’era perché si faceva attenzione alle parole, giuste, misurate, pensate, posate. Niente attacchi personali allora? Niente accuse mediocri? Niente che sia lontano da come dovrebbe essere la politica? Che si sia interrotto il corso mediocre in cui ci hanno gettato, è ancora presto per dirlo, ma quanto sarebbe bello poterla chiamare Rivoluzione culturale. E’ arrivato quel tempo tanto atteso in cui bisogna sciogliere ogni remora e camminare insieme con gli altri, avere chiaro il percorso da fare secondo le giuste categorie. Unire e non dividere, condividere idee, persone, azioni al fine di risollevare le nostre esistenze in un cammino comune. Preferire tutti e non solo alcuni. Lasciamoli andare quelli che non ne sono capaci e andiamo a cercare chi vuole partecipare. Giuriamo a noi stessi che non si farà più la politica solo durante il periodo elettorale, ma che la faremo ogni giorno, che ogni momento saremo politici. Non facciamo numero, non serve, l’attuale amministrazione ne è l’esempio evidente, facciamo invece, qualità. Realizziamo tutto quello che nel passato sono state promesse mai realizzate. Apriamo le nostre istituzioni culturali alla nostra crescita e a quella delle future generazioni e non solo di qualcuno. Teniamo pulito questo paese, non solo dai rifiuti, ma dalla mentalità egoistica e clientelare di certa politica, dalle esasperanti prime donne. Liberiamo il nostro spirito da sudditanze inutili che ci impoveriscono e non ci permettono di camminare a testa alta. Non rancore ma dolore dobbiamo provare per quello che è stato. Il dolore per le bassezze, per gli attacchi personali, per le gelosie che abbiamo subito, per le disuguaglianze, per i tradimenti. Questo dolore dobbiamo lenire, non con la vendetta, ma con il sapere e la bellezza e renderlo humus del nostro cammino, perché solo così non lo proveremo più e finalmente ne saremo liberi. Dedichiamoci con tutti i nostri sensi alla giustizia, alla bellezza del nostro paese. Educhiamoci al rispetto altrui, a quello doveroso verso le istituzioni, torniamo a dire ciò che pensiamo, non cercando il freddo e facile consenso, ma per dare il nostro fattivo contributo. Non merce di scambio le nostre idee ma  mattoni per costruire. Apriamo la mente, mettiamo al centro l’individuo, la scuola, gli artigiani, gli anziani, facciamo squadra comune per i bambini e gli adolescenti. Giuriamo e non promettiamo che non lasceremo indietro nessuno, che daremo di nuovo un ruolo al nostro paese nel comprensorio. Diciamo che siamo affidabili perché ci fidiamo di quello che diciamo e lo portiamo avanti, non per uso personale, ma comune. Al contrario, non facciamo propaganda né promesse vane che sappiamo non potremo mantenere. Apriamo il Parco delle Rimembranze ai bambini, alle famiglie e non solo alle merci. Torniamo a passeggiare per il centro storico senza che il primo cittadino entri a suo piacimento  senza rispettare le regole, con la sua macchina. Torniamo a dare il buon esempio, così come l’hanno dato i “Padri” in assemblea. Noi “figli” che spesso ci siamo lamentati delle politiche degli altri adesso, non abbiamo più scuse, non possiamo più chiudere gli occhi.  Obbediamo alla verità, giuriamo di essere trasparenti, leali, di non sottrarci mai al confronto. Cerchiamo quello che ci hanno fatto perdere. Prediamo il testimone delle cose vere e torniamo a correre. Facciamolo con amore, con senso di responsabilità, intelligenza, lucidità e  spirito di servizio. Essere liberi ci permetterà con umiltà, di venire fuori da quel dolore, per  crescere e insistere affinché, un giorno molto vicino, potremo dire, di essere stati capaci di segnare davvero la differenza.

 

lunedì 19 dicembre 2016

Il valore delle cose

“E come possiamo intenderci se nelle parole che io dico metto il senso e il valore delle cose che sono dentro me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente, le assume col senso e il valore che hanno per sé nel mondo che egli ha dentro?”
Luigi Pirandello


E’ trascorso un altro anno, abbiamo cercato di raccontarlo, di essere attenti ai percorsi, alle persone, alle parole e ai gesti. Abbiamo avuto la presunzione di ritagliarci un ruolo, anche scomodo, per dire la nostra, per svolgere, come crediamo di sapere fare, il nostro ruolo civico. Abbiamo avuto la fortuna di essere letti e seguiti, da detrattori e non e di questo siamo grati a tutti. L’anno è stato lungo e tormentato, abbiamo conosciuto amici e perso nemici, abbiamo inseguito la trasparenza e ci siamo ritrovati muri invalicabili. Abbiamo cercato di essere presenti, con l’ironia, con la tempestività, con la rabbia e l’orgoglio di chi pensa che valga la pena scrivere per questo paese. Tante parole e più loro crescono più cresce la voglia di starci dentro quelle parole, di sceglierle bene, una a una, per ricamare la tela culturale e civica di questo paese. Ci siamo occupati del passato, del presente, adesso vogliamo occuparci del futuro. E abbiamo pensato, come fanno i bambini quando scrivono la lettera a Babbo Natale, di scrivere anche noi il regalo che ci aspettiamo. Cari lettori, conoscete la tecnica del kintsugi? Viene dall’Oriente, da molto lontano, da una cultura molto diversa dalla nostra, che distrugge e non conserva, abituata a gettare e non costruire. Il kintsugi insegna a non buttar via i pezzi di ceramica rotti, ma a ripararne le crepe con oro e argento. Il kintsugi è l’arte di valorizzare ogni piccolo fallimento, di riprendere e rimettere insieme con valore, (ecco l’oro e l’argento), i pezzi caduti. Ci vuole tempo, pazienza e costanza per rimettere i pezzi al loro posto e una volta sistemati, l’oggetto sarà ancora più prezioso. Ogni fallimento dunque se valorizzato, può rivelarsi come la cosa più bella e preziosa che abbiamo. Questo è quello che vorremmo come regalo, un candidato sindaco che sappia essere capace di ricucire i pezzi dispersi, che con autorevolezza metta fine alle beghe personali e che sia capace di una dialettica alta. Che parli di politica e che valorizzi la critica facendone arte proficua, che sappia ascoltare e non attaccare. Abbiamo bisogno di una personalità trasversale che unisca i cittadini attorno ad un progetto comune, capace di farci uscire tutti, dalle case così come dalla mediocrità cui ci ha relegati la politica tutta. Non sogni, ma progetti reali, non chimere, non scuse e piagnistei del “soldi non ce ne sono”, non mercificazione delle intelligenze e valorizzazione delle clientele. Per fare questo, c’è bisogno di una classe dirigente che capisca che non può vincere difendendo il passato e criticando il presente, ma di una che sappia comprendere che solo demolendo il presente si può costruire il futuro. Bisogna uscire dalla mentalità provinciale di quelle figure che escono solo durante le elezioni, presenti in tutti gli schieramenti. Bisogna guardare oltre, dire -grazie, ma facciamo da noi-. La dialettica politica a Castelbuono è divenuta una Babele, anche all’interno degli stessi partiti chi non la pensa nello stesso modo ed ha il coraggio di dirlo, è subito attaccato personalmente e messo alla berlina. Pochezze di uomini senza argomenti e politici improvvisati. Non capiscono, loro signori, che quest’atteggiamento, metterà alla berlina proprio loro, allontanandoli dai cittadini e dal buon senso comune. Non servono più strategie e tatticismi, serve qualcuno che attui quella rivoluzione culturale di cui tante volte abbiamo scritto. Volare alto, avere idee, sapere mettere e diffondere entusiasmo, non rancore, non lotte individuali ma capacità di trascinare un forte movimento di opinione. Serve una personalità che abbia una grande capacità di ascolto lontana da chi, oggi, si gira lo sguardo altrove pur di non dare risposte. E allora si sarà bellissimo correre insieme verso un senso diverso delle cose, verso la valorizzazione delle nostre istituzioni, verso quei luoghi che dovrebbero appartenere a tutti ma, che sono finiti con l’essere poltrone e basta. Siamo convinti che sia la persona a fare il ruolo e non viceversa e per questo crediamo che solo rompendo gli schemi, possa nascere una nuova fase. Tornare dunque a dare valore alle cose e alle persone, a quello che dicono, che pensano e che vogliono fare. La vera lezione che questa classe dirigente deve capire, prima che sia troppo tardi, è che c’è bisogno di tutti, dei vecchi e dei giovani, e non solo di essa.



lunedì 21 novembre 2016

Gli scomparsi


“Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si era visto in estate, vedere di giorno quel che si era visto di notte.” 

J.Saramago.

Come chiusi dentro un Grande Fratello di letteraria memoria, la nostra attenzione è pilotata dalla comunicazione politica solo su alcuni temi. Castelbuono è nello stesso tempo, il paese della musica, del pane, del fungo, della natura, dei dolci, dei fiori, del teatro.  Siamo talmente tante cose da non essere più nulla e questo nulla diviene esso stesso evento. Tutto è EVENTO da cavalcare e propagandare diventando il cavallo di battaglia di un’Amministrazione senza idee e senza obiettivi. Appropriarsi dei successi e delle capacità delle associazioni che organizzano a vario titolo le manifestazioni, significa vantarsi del nulla. Bisognerebbe ringraziare e non vantarsi. Chi non ha idee, non plaude mai a chi le ha, ma le nasconde cercando di farle proprie al momento opportuno. E contro questo tipo di comunicazione grandiosa che vuole nascondere il resto, noi, al contrario, proprio del resto vogliamo parlare. Così come un locale “Chi l’ha visto?”, vogliamo sapere che fine hanno fatto al Museo Civico, il Premio Tesi e il Premio Castelbuono Architettura che non sono banditi da due anni? Legati al Premio Architettura che fine hanno fatto i restauri da realizzare con i fondi di accantonamento del Museo Civico? Progetti di restauro già pervenuti al Museo, relativi a Fontana Venere Ciprea, Portone della Sala del Principe, Fontana di San Paolo e uno dei due altari laterali della Matrice Nuova. Perché non si è più fatto il restauro già finanziato del pavimento d’ingresso del Castello?  A che punto è il progetto di restauro della Cappella Palatina, annunciato in consiglio comunale dagli amministratori del Museo? Nessuno che abbia ricordato culturalmente e storicamente la nascita del Castello avvenuta esattamente settecento anni fa. Ma qui una ragione forse c’è, e forse è legata al fallimento del Cinquantesimo anniversario della nascita del Museo Civico. Ma andiamo avanti. Sono o no arrivati i fondi di rendicontazione regionali al Museo naturalistico? Esiste ancora il Centro studi Marco e Rosa Speciale? Cosa realmente si consuma dentro Casa Speciale? Qualcuno ha notizia del Tavolo tecnico delle Istituzioni culturali, o della Commissione sul lascito Paolo Cicero, che di “speciale” ha solo il fatto di essere nata con il botto ed essere finita nel silenzio più totale? Il Consorzio universitario che “gestiva” in parte Palazzo Failla, che progetti ha per Castelbuono? E Palazzo Failla, qualcuno se ne ricorda o ormai è divenuta anch’esso sala banchetti privati e basta? Chissà come è ridotto il giardino dei Ventimiglia che si trova al suo interno.  Il piano traffico, il mercato del contadino? Di Centropolis ci occuperemo con una riflessione ad hoc perché lo merita. Sono solo alcuni esempi che abbiamo voluto ricordare, ai quali non sappiamo se ci saranno delle spiegazioni, come su altri temi e altri interrogativi la politica da ambo le parti tace. Tace l’Amministrazione intenta solo a rifarsi il look in vista del passaggio elettorale e tace l’opposizione, in linea su come ha agito. Nessuno si rende conto di quanta identità stia perdendo Castelbuono, siamo tutto e siamo niente, siamo proiettati verso un’idea di paese turistico data per realizzata, ma che manca di tutto. E a quelli che dicono che in passato si è scommesso sulla cultura, ricordiamo che si in parte è vero, ma che se ancora dopo più di venti anni ancora parliamo di come ricostruire il Teatro Le Fontanelle, di come sarebbe necessaria una Fondazione culturale che gestisca il patrimonio storico e artistico, evidentemente qualcosa non ha funzionato. Per scrivere una nuova storia, bisogna fare chiarezza, fare quella sana autocritica che nella politica è mancata, per cui la colpa non è mai di nessuno. Il nuovo ha bisogno del vecchio solo per evolversi; è il nuovo che deve scrivere il futuro non il vecchio che appartiene al passato. Come un film, bisogna tornare a guardare e riguardare la storia degli ultimi venti  anni, sequenza dopo sequenza, analizzare, segnare, per comprendere e non solo capire, come e perché le nostre Istituzioni culturali oggi navigano a vista, senza un progetto coeso e senza tenere conto né dei fini istituzionali, né dei bisogni dei cittadini. Fintanto che esse, si rivolgeranno solo al probabile turista, dimenticandosi dei castelbuonesi non ci sarà mai una crescita culturale.  Occorre tornare a guardare, dunque, e ricreare quel mondo di cose perdute dietro un’improvvisata politica che distrugge e non costruisce.  Dovremmo tutti ricordare che l’idealismo non è difendere le nostre idee quando non costa niente. Ma è quando costa che vale la pena praticarlo.

N.B: apprendiamo con favore che, nei giorni in cui l’articolo andava in stampa, finalmente è stato bandito il Premio Tesi del Museo Civico.