lunedì 18 maggio 2015

Libertà e lavoro

 “Che cosa vuol dire libertà, che cosa vuol dire democrazia? Vuol dire prima di tutto fiducia del popolo nelle sue leggi: che il popolo senta le leggi dello Stato come le sue leggi, come scaturite dalla sua coscienza, non come imposte dall’alto… Il popolo italiano consacra alla memoria dei fratelli caduti per restituire all’Italia libertà e onore la presente Costituzione”.
Piero Calamandrei

Ci sono date nella storia di un Paese, che ne segnano profondamente la vita e il percorso umano e civico che il suo Popolo ha compiuto. Il 25 aprile appena trascorso ci ha ricordato che settanta anni fa l’Italia era finalmente liberata dalla dittatura. E’ stata una giornata segnata da molte celebrazioni; il Capo dello Stato si è recato al Teatro Piccolo di Milano, simbolo con il suo mecenate Giorgio Strehler, proprio di quel 25 aprile del 1945, quando invitò tutti i musicisti di Milano a suonare per la libertà, in tutte le strade della città. Molte commemorazioni sono state anche commoventi, come il ricordo delle molte stragi ad opera dai nazi fascisti, come Sant’Anna di Stazzema per citare, forse quella più rappresentativa, nella quale furono trucidati, in poche ore 560 civili italiani. Bellissimi e molto forti i ricordi di tutti i partigiani, ormai anziani, che in moltissimi programmi TV ci hanno ricordato che non si finisce mai di avere coraggio e di combattere per la libertà e la dignità del proprio Paese e della propria storia. Ed è sempre la storia, il nostro chiodo fisso, la base da cui partire per spiegare il presente. Il nostro presente oggi è caratterizzato da una politica che a Castelbuono dimentica il 25 aprile e il suo significato. La storia della mancanza delle bandiere sul prospetto del Municipio che i gruppi consiliari avversi al Sindaco hanno denunciato, oggi, proprio il 25 aprile assume un significato ancora più rilevante. Non ci sono simboli a Castelbuono che aiutano a comprendere quella storia, che rende onore al senso patriottico. Non ci sono state manifestazioni, non ci sono state commemorazioni, ma come direbbe qualcuno, foto gaudenti sui social network del Nostro allietato, senza neanche tanta convinzione, durante una scampagnata.  E se l’attuale amministrazione è sorda ai richiami del senso civico più profondo, spiace costatare che neanche le Istituzioni culturali hanno reso onore al 25 aprile. Anche il Primo maggio, altra data indicativa, oggi più che mai vista la grave crisi lavorativa, a Castelbuono si è ridotta a un menù a pagamento, servito nel solo parco pubblico, chiuso sempre alle famiglie e ai bambini ma, aperto per l’occasione. Non si ha notizia che in quella sede, si sia dibattuto di lavoro, si siano invitati ospiti, si siano avviati dialoghi, riflessioni. E anche lì foto compiacenti di fritture caserecce e bicchieri in evidenza. Che cosa resterà delle parole di Calamandrei, quale monito sul rispetto delle regole, oggi ahimè calpestate nella nostra amata Castelbuono? Che politica è questa che non si occupa di insegnare agli studenti, che non collabora con le scuole per inculcare il concetto primario che solo rispettando le regole, i luoghi e la storia, una Comunità può avere un futuro migliore e coeso? Quale idea ha del percorso storico l’attuale Assessore alla cultura?  Commovente è l’insegnamento di Calamandrei che ci racconta che le leggi sono scaturite dalla coscienza dell’uomo, come se fossero un tutt’uno. E a Castelbuono le Cassandre, si quelle che celebrano le sagre e gli improvvisati “eventi culturali” continuano nel sonno profondo della mancanza di senso civico e storico, contribuendo a rendere Castelbuono  una finta oasi nel deserto che avanza.

lunedì 20 aprile 2015

La questione morale.

“La questione morale esiste da tempo, ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle Istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico”.
E. Berlinguer

Dopo la denuncia da parte dell’opposizione, degli atti non trasparenti dell’amministrazione comunale, quello cui si dovrebbe pensare, automaticamente, è la questione morale. Molti certamente l’hanno fatto, come non pensare alle parole di Enrico Berlinguer quando si argomentano fatti di così tal rilevanza politica e civica. Al di là delle decisioni che ha preso l’opposizione o altri organi, quello che ci interessa è la questione morale del cittadino e non del politico. Da anni, ormai, si è aperto un dibattito, in tutta Italia, sulla sfiducia che i cittadini nutrono nei confronti della politica. La continua emorragia di voti, di tanti elettori che non vanno più a votare, è un sintomo evidente del disinteresse e della sfiducia. Ora, leggendo qualche commento sui social network, ci sono quelli che s’indignano per chi è di parte, ci sono quelli che legittimamente non comprendono la decisione dell’opposizione e ci sono quelli che vorrebbero derubricare gli atti poco trasparenti con argomenti del tipo: “ ah però ci sono le frane e noi pensiamo alle sedie”; è proprio questo il punto, se non ci fosse una morale di parte, la frase eticamente giusta sarebbe: “ ci sono le frane e ci sono le sedie”. Quando c’è di mezzo la morale, non ci sono argomenti prioritari, non si fa a gara cercando il pretesto per sminuire o per ridicolizzare l’azione di un gruppo politico piuttosto che di un altro. La morale non è appannaggio della politica ma, del cittadino attento che oggi, avendo tutti i mezzi, può liberamente informarsi, stare attento sulla conduzione, da parte della politica, dell’azione amministrativa e governativa. Aristotele, parlava non a caso di zoon politikon, affermava che l’uomo, in quanto animale sociale, è naturalmente portato a occuparsi della politica, affinché possa vivere in armonia con tutti gli altri uomini. Solo gli animali, esseri limitati e Dio che al contrario è onnipotente, secondo il filosofo greco, non hanno bisogno della politica. La politica è come sei ogni giorno, non solo durante le elezioni. E’ principio non uso personale. Il bisogno della politica nei momenti di crisi come questo, in cui a vari livelli ci accorgiamo della mediocrità delle classi dirigenti, dovrebbe farsi più acuto, più attento e non lasciare posto ai tanti “autointellettualoidi” che s’indignano per nulla e che giorno dopo giorno prendono campo con l’antipolitica. Prendere le distanze segnando la differenza. Non il fine personale ma quello comune è ciò che distingue una parte dall’altra.  Invece quello cui assistiamo sono parole vuote di quella parte che si abbarbica a un potere ridicolo e logorato, privo di sostanza e degno dell’apparenza.  Non c’è un Bene più prezioso di quello comune, non ci sono, a nostro avviso, battaglie più emozionanti di quelle che difendono le Istituzioni da quelli che non le rispettano e facendole si rispettano tutti i cittadini. La storia ci ha dato tante testimonianze di uomini e donne coraggiosi che hanno fatto di questo rispetto la loro ragione di vita. Per comprendere e sostenere la morale del Bene comune bisogna essere liberi da condizionamenti di sorta, avendo ben saldo l’ideale e difenderlo ad ogni costo.

domenica 22 marzo 2015

La libertà non è un’opinione

“La libertà di stampa è garantita solo a coloro che ne possiedono una”. 
A.J. Liebling
Le parole sono importanti, come scriveva Ignazio Silone, le parole sono pietre, fanno bene e male. Le usiamo per comunicare, per dire la nostra, riservandoci, quando accade, di scriverle con intelligenza e sensibilità. Il caso che ha riguardato l’allarme di boicottaggio lanciato dal blog Castelbuonolive in realtà è un falso problema. La redazione si è trincerata legittimamente sulla scelta, di continuare a pubblicare in modo del tutto discrezionale commenti anonimi, gridando alla libertà di stampa. Gli risponde, appellandosi sempre alla stessa libertà di stampa, l’altro blog, Castelbuono.org, che invece, attesta la linea del commento firmato. In nessuno dei due casi abbiamo riscontrato la necessità delle due redazioni, di spiegare in cos’altro si distinguono. Riportano spesso le stesse notizie, facendo a gara sul numero di accessi o sui tanto di moda “mi piace”, come se fossero metri idonei a capire dove sta di casa la verità. La libertà di stampa non è una coperta corta, non è appellandosi a essa che la si rispetta di per sé. E così com’è legittimo da parte delle redazioni di pubblicare, di darsi una linea più o meno discutibile, è altrettanto legittimo scegliere il blog o il giornale opportuno cui inviare i propri comunicati. La questione però che vogliamo approfondire è un’altra. La libertà di stampa è evocata da coloro i quali, anche su giornali locali, la utilizzano per colpire il vissuto personale delle persone, i cui nomi utilizzano, senza conoscenza alcuna e spesso solo per colpire la persona e non il suo operato. Questi amano definirsi scribacchini e non giornalisti come, se il solo termine, potesse attestare ancora di più la libertà loro. Invece ottengono l’effetto contrario: la totale mancanza di pudore e senso civico. Articoli privi di contenuto vero, di spessore morale, si aggirano con compiacenti giornali e blog come direbbe qualcuno “giornalai”, con il solo intento di scatenare risse e urla. Ignorano, con l’accezione latina del termine, che scrivere significa assumersi la responsabilità di un’onestà intellettuale che sbandierano, ma dietro la quale non vi è sostanza. E così come gli anonimi cui tutto è consentito purché siano di parte, essi, gli scribacchini, auto valutatisi donne e uomini di cultura, attaccano, provocano, usano inutili pretesti e non si firmano. Anche loro usano l’anonimato di una redazione per colpire e screditare. Scrivono ammettendolo essi stessi, solo dettati, cosa ancora più grave, da percezioni. Il nostro professore di filosofia, ci ha insegnato che prima di emettere un giudizio di qualsiasi genere esso sia, bisogna conoscere, ricercare la verità. Amare lo studio e avere rispetto delle persone e della loro storia, passa attraverso l’educazione al dovere e non al senso discrezionale del diritto di una libertà usata solo per difendere l’indifendibile. La libertà intellettuale è una conquista, è sacrificio è avere il coraggio di mettere in gioco quanto di più prezioso si ha per difendere ora un’idea, ora un’ideale, ora un amico, ora il Bene Comune. Essere liberi, non farsi condizionare è faticoso, costa cara la libertà per questo è scomodo colui il quale la difende, sapendo che pagherà in coerenza. Sconoscono l’ironia, non danno merito neanche alla vecchia tradizione di Castelbuono, la Satira, che con intelligenza colpiva senza ferire. Ancora oggi lo fa e molti dei bravissimi attori che ci hanno deliziato al Veglione, vengono proprio dall’oratorio. Ci vorrebbe per costoro il ritorno di quell’oratorio, non di quello che il senso comune negativamente esprime, ma di quello di qualche anno fa a Castelbuono. Un luogo educativo, di confronto vitale e onesto in cui la persona aveva la possibilità di crescere svolgendo attività creative e spirituali portante avanti con volontariato, intelligenza, coerenza e un forte senso di aggregazione civica e umana.

 Non sanno confrontarsi su certi livelli, fanno serpeggiare, come ci ha abituati certa politica, insinuazioni, voci, percezioni, dicevamo, senza crearsi il minimo scrupolo morale. A questi signori diciamo che il tempo del frastuono è finito, per noi, non è mai iniziato, stiano sereni, comincino, hegelianamente a cercare la verità e non fermarsi kantianamente all’apparenza. Sappiano che crescere è bello, conoscere è entusiasmante, capire è passione, comprendere è amore e lealtà.

venerdì 27 febbraio 2015

Nuovo simbolo di Castelbuono: le panchine

“ Solo su una panchina leggeva dentro di sé. L’anima come un giornale vecchio da accartocciare. Un passato ingiallito ai piedi suoi si posò. Solo su una panchina si addormentò”. (Peppino Di Capri- La Panchina).
I simboli si sa, hanno da sempre , segnato le epoche e le storie dell’umanità. Di recente abbiamo raccontato di cosa era, nel passato, Castelbuono e di quanto amore sia stato riversato ai suoi simboli più importanti, dall’intera Comunità. E siccome non si finisce mai di imparare, oggi in modo stupefacente la nostra amministrazione, e crediamo in particolare, per competenza, il primo cittadino e il neo Ass. all’arredo urbano Marcello D’Anna, che Castelbuono ha un nuovo simbolo. Così importate da dedicargli foto soddisfacenti e comunicato di rito. I più distratti si chiederanno di cosa stiamo parlando, presto detto: delle panchine.  Castelbuono, amici cari, si svecchia, ancora una volta s’innova e abbandona i suoi vecchi e stanchi simboli. Non più il Castello dei Ventimiglia, non più la Piazza Margherita, non più le sue montagne, il bosco, le tante fontane, no oggi come c’è ricordato dall’amministrazione, il simbolo della nostra Comunità è la panchina: Le panchine non sono solo elementi di arredo, ma costituiscono elemento fondamentale e indispensabile delle città, concorrono ad articolare lo spazio urbano e si connotano come l’espressione più immediata dell’immagine di una località”. E’ una notizia che ci deve inorgoglire, che segnerà la differenza rispetto a quanto ci comunicano i paesi limitrofi come Pollina, San Mauro, Gangi e Isnello sui finanziamenti che stanno ottenendo su diversi misure, tutti avuti grazie ad attente politiche di sviluppo e di conoscenza dei bisogni dei cittadini. In effetti a pensarci bene, le panchine fanno arredo, sono come dire, riposanti, e si prestano all’uso che più contraddistingue da qualche tempo Castelbuono: stare fermi.

Peccato che il nostro Primo cittadino e l’efficiente e altrettanto comunicativo Assessore D’Anna non prestino la stessa dedizione al resto del paese. Basta fare una passeggiata per il centro storico in orario di chiusura al traffico e ci si rende subito conto di come, i divieti non siano rispettati. A ogni ora, la Piazza Margherita è invasa dalle auto. Il prospetto della bellissima Ex Banca di Corte, in modo particolare nel periodo estivo, sempre coperto dai mille cartelloni pubblicitari. Immaginate per un attimo se a Firenze facessero la stessa cosa con Palazzo Vecchio, a Roma con Palazzo Chigi, a Palermo con la Cattedrale e potremmo continuare a iosa.  La Piazza Castello, ormai perenne parcheggio selvaggio. Per non parlare della Via Cefalù cui l’importante apertura della nuova Circonvallazione, posta come panacea dei mali del traffico della zona, non sia servita a niente. Anche lì, improvvisazione pura, vista la denuncia fatta in piena inaugurazione dall’Ass. Regionale venuto per l’occasione, sulle condizioni del manto stradale. I mezzi pesanti, infatti, continuano a passare dalla Via Cefalù a qualsiasi ora, congestionando il traffico. Come si pensa di fare turismo di qualità con queste politiche? E’ una Patria senza padri Castelbuono, senza alcun punto di riferimento, il passato non è preso ad esempio per correggere gli errori e spingerci al futuro. Per non parlare dei marciapiedi, vecchi e malandati; davanti a una delle famose panchine sono stati posti anche due grandi vasi. E i pedoni? Forse non meritano rispetto? Come si fa a mettere una panchina su un marciapiede abbastanza frequentato? Bisogna conoscerlo questo paese per amministrarlo. Come ci suggerisce qualcuno abbastanza intelligente: “Non è la sedia che fa la persona ma è la persona che fa la sedia”. Ci chiediamo che fine abbiano fatto gli ambientalisti di Castelbuono che nel passato hanno valorosamente portato avanti battaglie importanti per l’ambiente e la vivibilità di Castelbuono? Coloro i quali hanno contribuito con politiche giuste al miglioramento dell’ordine e della pulizia. Non a caso nel tempo il nostro paese è cresciuto in educazione ambientale e rispetto per il Bene pubblico. Perché oggi tacciono? E’ tutto un insieme quello che avviene, come abbiamo già ricordato, gli atti vandalici, il caos, l’assenza di programmazione, l’improvvisazione continua. Ci chiediamo quali sono i contenuti di queste politiche mordi e fuggi? Che idea si ha di Castelbuono e verso quale futuro si vuole traghettare? Come ogni leader che si rispetti, forse anche il Nostro, ha avuto una “visione” immaginifica del futuro e chissà, magari come recita la canzone: “…Un passato ingiallito ai piedi suoi si posò. Solo su una panchina si addormentò”.

venerdì 16 gennaio 2015

Forma e sostanza

“Qui ad Atene noi facciamo così.

Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.
 E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso”.  Pericle –Discorso agli atenisi.

Tutto ciò che esiste per Aristotele è fatto di forma e sostanza, di potenza e di un atto che ne giustifica la natura in se stessa compiuta. Tutte le cose hanno una forma e hanno una sostanza, gli uomini, gli animali, le cose, le regole stesse, anche loro sono dotate di una forma e di una sostanza. Una tazza di tè non è tale se non c’è il tè dentro che la qualifica; ciò significa che la forma, priva della sostanza è destinata a non avere un senso in se stesso compiuto. Anche la politica e in particolare chi Amministra, a vario titolo, è fatto di forma e sostanza ed è a esse che deve sempre tornare. Pericle però, ci conduce a un ragionamento più, se volete, ancora odierno. Oggi la forma ha preso il sopravvento sulla sostanza. La politica che si conduce a Castelbuono è fatta solo di personalismi esasperati e di, come già avevamo avuto modo di scrivere, di comunicati privi di sostanza. Ecco la forma, dicevamo, è l’alleata prediletta di chi, non avendo sostanza si trincera dietro l’apparenza. Avviene così che chiunque, sia contrario alla sola forma, cercando, invece, la sostanza, sia sempre attaccato da chi della forma ne ha fatto il suo unico principio. Di recente, infatti, un consigliere comunale ha scritto un comunicato per ringraziare i commercianti che si sono adoperati, con spirito civico, di addobbare il nostro paese con le luminarie natalizie. Che cosa ha fatto la politica della forma? Invece di unirsi al coro dei ringraziamenti, ha attaccato, offendendolo, chi, ha sentito per primo il dovere di scrivere quei ringraziamenti, invece di ringraziare egli stesso quei cittadini, come asseriva Pericle. La politica della forma è quella che, non avendo sostanza, si scaglia contro tutti quelli che, non sono d’accordo con lei, contro tutti quelli che, credono sia necessario un cambio di rotta per il nostro paese. Come reagisce la politica della forma invece di dare il buon esempio? Con la risata di chi prende in giro, con spavalderia; appropriandosi, non avendone dei suoi, meriti degli altri. Chi è contro la politica della forma commette, in altre parole, delitto di lesa maestà. La politica della forma non si ferma però solo a questo, perché non considerando la sostanza, calpesta costantemente le regole che sono la sostanza, pur di galleggiare. Ed è così che  la non regola diventa diritto acquisito. Ecco allora, programma le manifestazioni natalizie  e non solo, (come emerso dall’ultimo Consiglio comunale del 23 dicembre)  senza prendere impegni di spesa e senza rispettare la prassi amministrativa che è regola e quindi garanzia per tutti i cittadini. Attacca solo ed esclusivamente a livello personale chi non si adatta alla sua forma. Mai riesce a fare una contestazione di merito sul lavoro svolto ma sempre e solo accuse personali. Castelbuono oggi ha una forma strana, è un contenitore che dentro comincia a mancare di valori, diremmo anche, di un’avversione verso le regole. Quello che preoccupa di più è l’educazione distorta delle regole che sta passando. Per costruire ci vuole molto per distruggere poco. Si pensi per esempio alla raccolta differenziata che, di fatto, non esiste più, si pensi alla mensa scolastica distrutta, al caos del traffico, si pensi a tutti quei ragazzi dei quali nessuna delle Istituzioni comunali e culturali si sta preoccupando costruendo percorsi educativi e civici. La politica della forma e non della sostanza, lancia il messaggio che tutto si può fare se si siede su una poltrona istituzionale, perché non sa che, invece, proprio chi siede su quelle poltrone, come diceva Pericle, deve prima di tutti, avere rispetto del prossimo, delle regole, anteponendole a vacui e frivoli privilegi. In tutto questo manca l’aspetto più importante che è quello della stima, che è il livello più profondo dell’amore, del rispetto delle leggi, che da Pericle in poi, tutti i più grandi uomini di politica e di cultura hanno impresso alla nostra civiltà. Ci chiediamo allora, chi è oggi che da il buon esempio?



martedì 23 dicembre 2014

L’innovazione politica

Per comprendere le recenti vicende politiche verificatesi a Castelbuono, abbiamo, come spesso ci capita, chiesto aiuto alla storia. Rileggendo alcuni documenti e intervistando alcuni degli allora protagonisti politici, siamo giunti alla conclusione che Castelbuono da sempre è stato un laboratorio politico che ha innescato notevoli innovazioni. È opportuno a questo punto ricordare alcuni esempi che hanno confortato la nostra considerazione. Già nel 1948, subito dopo la guerra l’allora Sindaco Filippo Bonomo, votatissimo dai castelbuonesi, scelse come suo vice, la "Sindachessa" Nicla La Grua. Donna di grande fascino e preparazione, dotata di altissime doti intellettive che, di fatto, amministrò bene in anni molto difficili. Fu il primo esempio di quota rosa: innovazione politica. Nel 1985, nasce a Castelbuono il primo governo di “larghe intese”, quello che oggi troviamo a livello nazionale. Fautori di quel “compromesso storico” furono il MOP (ne facevano parte la Sinistra della DC, la Rete ed esponenti della società civile), il PSI, il PCI e il Gruppo Ambiente. Insieme elessero Sindaco Francesco Romeo del PSI: innovazione politica. Nel 1993, quando ancora a livello nazionale la politica arrancava nel cercare nuovi posizionamenti, (furono gli anni delle stragi mafiose, di tangentopoli) a Castelbuono nasce il primo Governo di Centro Sinistra, quello che anni dopo in Italia chiameremo Ulivo. Era il Movimento Democratico per Castelbuono di cui facevano parte, rigorosamente in ordine sparso, il PDS, i Verdi, la Rete, il PPI, parte del PSI e laici: innovazione politica. E ancora, nel 2006, nasce, prima delle elezioni amministrative, il Partito Democratico. Solo più tardi vedrà la luce, il Partito Democratico di Walter Veltroni, nel famoso “discorso del Lingotto”. Dopo questa breve ma, indicativa carrellata, come non possiamo ancora una volta, non considerare l’innovazione politica di questi ultimi mesi?  I tanti allontanamenti in Consiglio Comunale, le dissociazioni volontarie e non, le dimissioni richieste e non, hanno determinato una nuova forma di governo, quello Extra Consiliare. Ebbene sì, oggi ancora una volta la politica a Castelbuono ci sorprende, s’innova; infatti, non avendo più la maggioranza dei  suoi rappresentanti nell’organo istituzionale principale, cerca, come può altrove. Di fatto è un altrove prossimo, non altissimo, ma di certo vicino. Verrebbe da dire, non è solo una politica d’innovazione è proprio in movimento costante. Dicevamo, cerca come può sostegni, si appoggia, prende spunti e consigli da ingegneri della politica, padri nobili, presentatori, liberatori. A ben vedere, in questa nuova veste, ci pare non ci sia nessun politico come mai? Sarà un caso? E mentre Castelbuono galleggia a causa della politica Extra Consiliare, vediamo a poco a poco scemare tutti gli insegnamenti che la storia, recente e passata, nel bene e nel male ci aveva portato a essere punto di riferimento politico dell’intero territorio. Ci si può dimettere da tutto ma non da cittadini. La conclusione la affidiamo a Oriana Fallaci che scriveva: “Vi sono momenti nella vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo. Un dovere morale, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre”. Chi si farà avanti?

venerdì 28 novembre 2014

Segnare la differenza.

Se si dovesse rispondere alla domanda cosa ha di particolare Castelbuono? Che cosa significa veramente il detto “ Paisi comu ‘u nuostru mancu ‘a Merica”?  La risposta sarebbe: la castelbuonesità.
Castelbuono nel tempo è riuscita a distinguersi dagli altri paesi vicini per la sua forte identità. Il campanilismo dei castelbuonesi ha fatto scuola, non è solo un atteggiamento tronfio ma, ne è il DNA.
Tante sono le storie che raccontano quest’amore fatto di viscerale attaccamento alle tradizioni, ai luoghi, ai vicoli, al bosco, al Castello dei Ventimiglia. Emigrati che attraverso lunghi viaggi avventurosi e non, si legavano tramite lettera al proprio paese. Così la malinconia per i propri familiari si conciliava con quella verso il proprio paese.  Basta incontrare un paesano “fuori dalle mura” per chiedergli subito: “O paisi chi si dici”. E’ da sempre il paese, la nostra famiglia.
Il  nostro campanilismo ha segnato la differenza con i paesi vicini, non a caso, nel tempo, Castelbuono è cresciuta tutta insieme civilmente e socialmente senza lasciare indietro nessuno. L’amore, dicevamo viscerale, è stato tramutato in rispetto per il paese e in crescita culturale. Avere come identità i monumenti, il Castello, a Chianna N’nintra, a Chizzetta, ma anche le scuole, le Confraternite, le Istituzioni religiose e culturali, ha prodotto quella tutela del Bene Comune che è stato da esempio per molti.
C’è però un vecchio detto che dice che le cose belle sono destinate a durare poco, è così anche la castelbuonesità da più di un anno subisce un leggero ma costante deterioramento.
Gli atti vandalici che segnano Castelbuono da qualche tempo ormai, sono certamente un fatto preoccupante. Si è cominciato dalle scritte che hanno sfregiato le pareti esterne del Castello dei Ventimiglia, poi si è passati alle automobili, alle insegne commerciali e per finire alla fontanella dell’Arco del Castello. Simbolo di ristoro oggi, suo malgrado, si converte a simbolo della mancanza di rispetto verso il Bene Comune. In tempi in cui la comunicazione corre veloce, in cui si scrivono comunicati ogni cinque minuti per comunicare anche il nulla, non si è letto nessun comunicato ufficiale da parte delle Istituzioni comunali e culturali di Castelbuono. Nessuno che abbia un ruolo istituzionale ha condannato pubblicamente lo scempio prodotto. Al contrario si continua a parlare di turismo, di accoglienza, senza capire che se si lascia sola la comunità nell’emergenza di educazione civica, finirà ogni possibilità di  turismo, nessuna  crescita per Castelbuono. A chi importa veramente quello che è accaduto? Dove sono  finite le Cassandre che nel passato si sono indignate per molto meno?
Questo silenzio assordante rende ancora più grave il gesto vandalico. La storia che sempre ha avuto molto da insegnare a tutti, oggi è messa da parte, le sono preferite feste e sagre, e nulla più. Viviamo nel tempo di Narciso che si compiaceva solo della sua estetica, del piacere fine a se stesso, privo di contenuto.
Quell’amore di cui si parlava prima ha fatto da scudo nel passato proprio al Bene Comune. E’ inutile gridare ai commercianti di non vendere quelle diavolerie. Il problema non sono loro che fanno il proprio lavoro, è di tutti, dell’intera Comunità che non riesce più coralmente a indignarsi, a proteggere quanto il passato le ha restituito.
Il fatto grave denota una profonda assenza di educazione alla bellezza, alla nostra storia. Serve dunque un patto educativo tra le Istituzioni comunali, culturali, religiose, le famiglie e certamente la scuola. Non qualcosa che resti come d’abitudine declamata in qualche assemblea pubblica ma qualcosa di costante che insegni ai bambini, agli adolescenti ad avere cura del patrimonio pubblico e a difenderlo dall’ignoranza e dalla mancanza di rispetto,  come si fa con un amico.
La politica che per antonomasia è la guida di una comunità, dovrebbe tornare a occuparsi di queste cose, assumendosi il ruolo di unire i cittadini  per la crescita del senso civico e per formare al rispetto il cittadino di domani. Si dirà che la fontanella si potrà restaurare. Ciò è indubbiamente vero ma perché non s’investe in restauri conservativi coinvolgendo la comunità? Perché si deve correre ai ripari? Politiche da mordi e fuggi, oggi, invece, serve un progetto che guardi lontano e che sia foriero di morale e desiderio di conoscenza.
Educare, non significa tornare su strade già tracciate, ma spingere proprio al desiderio della conoscenza, partendo dalle proprie radici, fare esperienza, calpestare con senso compiuto i luoghi, le storie. Significa avere consapevolezza di quello che abbiamo, fermarsi senza appropriarsi ma, imparare a donare e desiderare sempre. Il desiderio della conoscenza, del rispetto devono essere la base di questo patto educativo. Un patto tra generazioni, un passaggio convinto e consapevole del Bene Comune. Questo segnale avrebbero dovuto dare le Istituzioni, sentirlo come dovere morale.
Un mito che dovrebbe tornare di moda, contro quello di Narciso, è quello di Telemaco, che guardava alla forza del passato, da cui attingere insegnamento, bellezza, coraggio, per costruire un futuro forte e in continuità con quello che i padri avevano fatto. Telemaco prende dall’assenza del padre il senso del suo andare; si mette in viaggio nell’eredità conoscendola e desiderando di portarla lontano conservandola.
Partire dunque dalla curiosità positiva del desiderio della conoscenza, della bellezza significa in definitiva continuare a costruire, significa amare, rispettare, avere senso civico; significa, infine, testimoniare quel sentimento di appartenenza che, nel tempo, ha impresso ciò che ha reso differente la nostra Comunità.
Non è forse arrivato il momento di tornare a  “sognare”… la differenza?