venerdì 7 marzo 2014

Attraversare non è andare

E’ stato un anno lungo, infinito, pieno di cose accadute, molte delle quali volute, altre no ma sicuramente non successe.

Così in un pomeriggio di pioggia, a distanza di un anno, quasi esatto, mi viene da scrivere, e di riprendere il mio blog, abbandonato.
E voglio scrivere su una differenza, sulla quale i fatti accaduti mi hanno portato a riflettere.

E’ bella la differenza che c’è fra l’accadere e, il succedere, è sostanziale, non è indifferente e regola, quasi, tutto quello che riusciamo a vivere, a sognare, a fare, a pensare nella nostra vita.
Passa il tempo, il tempo passa e spesso non ci accorgiamo che la maggior parte di quello che viviamo accade e non succede.

Non ho mai creduto all’imponderabile, ho creduto, invece, alle e nelle coincidenze, non ho mai amato il caso, mi sa di cosa instabile, di qualcosa che sfugge, che nega l’ineluttabile razionalità e nello stesso tempo l’andare discontinuo del cuore.

Pensiamo che tutto ciò che viviamo succede, come se fosse un foglio già scritto. Il succedere viene dopo l’innesco di qualcosa che ognuno di noi ha fatto in modo di creare.
Succede che la macchina cammina…se la metti in moto. Succede che ti bagni se piove…Succede che ti scotti se tocchi il fuoco.

Il succedere da sempre una spiegazione, e ancora, il succedere, ha una spiegazione in sé.
Soffermiamoci adesso sull’accadere.
Accade qualcosa quando non lo aspettiamo. L’accadere e privo di spiegazioni. Accade qualcosa quando meno ci interessa, quando non abbiamo preventivato, come nel succedere, cosa e come gestirla. Accade quando non pensiamo.

Quando siamo in balia dell’accadere, non ci sono più limiti, non ci esistono più barriere, difese.

L’accadere è un incidente, qualcosa di assolutamente imprevisto, non calcolato e proprio per questo a differenza del succedere, non da tregua.
Esso s’insinua nella tua vita, nel bene così come nel male, e ti cambia, forse anche per sempre.

Esso, l’accadere ci costringe a evolvere, nel bene così come nel male; da questa evoluzione usciamo migliori o peggiori, fieri con le ossa rotte.

E’ con l’accadere e non con il succedere che la vita non è più la stessa.
Il succedere è un viaggio prenotato, l’accadere è un biglietto acquistato all’ultimo minuto.

L’accadere nega la possibilità di scegliere, con esso non si ha la libertà di potere stabilire il movimento. E’ un salto nel buio.
Si attraversano tante cose nella vita, ogni giorno a ognuno succede di dovere attraversare cose che succedono, di andare oltre, di varcare la frontiera, di saltare il fosso.

Quando le cose accadano, si sta fermi, non ci sono strade da attraversare, non ci sono ponti che ci collegano ad altro.
E’ nell’accadere che il cambiamento principale sia quello di rimanere fermi, di non andare ma di lasciarsi attraversare.
Siamo noi stessi, il ponte, la strada, l’imponderabile citato prima.

Aspetto allora il prossimo pomeriggio non uggioso per comprendere quanto sia stata lunga e difficoltosa e nuova la strada del cambiamento accaduto.




lunedì 26 novembre 2012



Io le invettive non le lancio contro nessuno, non mi piace scagliare anatemi, gli anatemi sono espressione di fanatismo e c'è troppo fanatismo nel mondo.

E. Berlinguer.

Ieri ci sono state le primarie del centrosinistra, ieri in Italia un fiume di gente ha preso il suo tempo e invece di darsi all’antipolitica l’ha speso per dare un segno di democrazia. Con la giornata di ieri, sembrano lontanissimi i tempi dell’antipolitica, del berlusconismo rampante, delle polemiche contro a prescindere dall’oggetto della polemica. Ieri in Italia quasi cinque milioni d’italiani sono andati a votare per partecipare, per dire come vedono il futuro, per attestare che loro ci sono. Ci siamo.
Ieri è stata una bella pagina di politica, di storia del nostro paese, spesso e volentieri bistrattato, deriso, ma, vivo nella sua democrazia. Ieri in Italia il popolo si è mosso. Un popolo colorato, ansioso, speranzoso, idealista, concreto, un popolo variopinto. E’ bello il popolo di sinistra.
Gli italiani nei bar, nelle piazze, sui treni, in spiaggia dicono tutti che si dovrebbe fare la rivoluzione, che si dovrebbe scendere in piazza: “ ma sì, non se ne può più”….” E’ arrivato il momento”….”Siamo come la Grecia”. Poi quel tipo di rivoluzione non si compie mai.
Ma in Italia, terra nei secoli dominata, la vera rivoluzione si compie sempre democraticamente, la stanchezza, lo scoramento, il pensare di voler cambiare si fa con la partecipazione.
Ieri a dispetto delle beghe di paese un popolo si è mosso, ieri non c’è stato limite alla voglia di segnare la strada. Chi si è recato ai seggi, c’è andato per portare il suo segnale, per dire andiamo in questa direzione. Ieri la sinistra ha dimostrato di esserci, non tanto, come spesso dico, nei coordinamenti dei partiti, non nelle stanze del potere, non nei giochi fatti; ieri il popolo ha definito una cosa importante: siamo noi la sinistra, siamo noi che decidiamo. State attenti, non lo dimenticate.
E allora al diavolo chi c’era seduto per raccogliere la tua firma, al diavolo le provocazioni, al diavolo l’essere etichettati, al diavolo tutti, ieri l’unica cosa vera era la volontà di sinistra. Al diavolo le invettive di chi non sa cosa sia la sinistra perché non hai mai respirato la sua aria e non ne ha mai avuto neanche la curiosità. Ieri il popolo di sinistra ha preteso rispetto da parte di tutti. La sinistra ha spiegato il suo stile.
La democrazia è questo, è quando il popolo si muove nei momenti più complicati della storia, quando si pensa di stare per affondare. L’italiano è così, vede la barca che affonda e quando pensa che non ci sia più nulla da fare, riesce a salvarsi.
Io sono fiera di quello che è accaduto ieri e pace se oggi ci sono state delle polemiche. Ieri il popolo di sinistra ha vinto, quel popolo che non si è fatto rottamare.


sabato 24 novembre 2012

Le belle statuine


 

"La parola scritta mi ha insegnato ad ascoltare la voce umana, pressappoco come gli atteggiamenti maestosi delle statue m'hanno insegnato ad apprezzare i gesti degli uomini, Come gli atteggiamenti maestosi e immoti delle statue m'hanno insegnato ad apprezzare i gesti degli uomini"

Marguerite Yourcenar, “Memorie di Adriano”


Capita a volte di imbattersi, nella vita, in situazioni strane che nulla hanno a  che vedere con te. Capita a volte di trovarsi seduti, su di una panchina, con una persona che non ti somiglia, che non ha nulla  a che vedere lontanamente da quello che sei tu. Capita a volte di trovarsi di fronte a delle belle statuine.
Ci sono persone che, si muovono, si atteggiano, che parlano come se detenessero solo loro la verità .Ci sono persone che vivono come se tutto dipendesse da loro e per questo non sanno confrontarsi.
Poi ti capita di sederti con loro, su di una panchina,  di ascoltare cosa dicono, di guadare i loro gesti, di sentire il tono della voce, (quasi sempre gridano); guardi il loro modo di vestire, i loro capelli sempre perfetti , sempre ordinati, con la tinta fresca fresca. Sono anche truccate, sempre, non si dica mai uscire di casa senza un filo di ombretto e l’immancabile rossetto dal colore vivace per farsi notare.
Hanno, quasi sempre, le Hogan, la borsa firmata, Luis Vuitton (magari!!!), ma nella fattispecie, essendo provinciali, una marca con la cartina va bene uguale, questo passa il negozio di riferimento.
Pensano di avere sempre ragione, peccato ci credano solo loro. Quando parlano per asserire qualcosa si pongono fisicamente come se stessero dicendo delle verità importanti, come se avessero la chiave di volta; il progetto più importante, l’obiettivo, il fine…sono sempre loro. Salvo poi scoprire il nulla.
Al principio di spiazzano, ti sorridono, ti cercano, ti telefonano sempre, chiamano il tuo nome con il diminutivo, anche se con te non hanno confidenza, ti fanno tante moine, e per farlo parlano male di quello che c’era prima di te, seduto sulla stessa panchina. Allora tu pensi: però simpatica questa , a me fa tanti complimenti!
Poi ad un certo punto tu, anche se resti seduto su quella panchina subisci lo stesso trattamento di quello che c’era seduto prima di te e cadi, solo in apparenza, nelle bassezze, nel curtiglio, nel non capire a che gioco stiamo giocando.
Poi rileggi le “Memorie di Adriano” e tutto diventa più chiaro.
“La parola scritta mi ha insegnato ad ascoltare la voce umana”…e quella di queste persone è stridula, nervosa, stentata, impacciata…insicura.
Continui a leggere “come gli atteggiamenti maestosi e immoti delle statue m’hanno insegnato ad apprezzare i gesti degli uomini” …queste persone di maestoso non hanno nulla, la tinta è tinta, il rossetto va via, le Hogan si consumano, la voce si abbassa.
“come gli atteggiamenti maestosi e immoti delle statue m’hanno insegnato ad apprezzare i gesti degli uomini” e allora, solo a questo punto, ricordi la tua storia, ricordi che, mentre tuo nonno vestiva nei negozi migliori della città, queste persone non esistevano, ricordi che quando tua madre si è laureata queste persone non c’erano. Pensi che quando a casa tua qualcuno, per passare il tempo, traduce ancora dal latino, queste persone non hanno mai comprato neanche il vocabolario d’italiano.
Allora in quel momento senti che, quando ti hanno insegnato che la cosa importante nella vita, la più importante è dire sempre la verità, quella che ti impone di non parlare mai male degli altri ma, caso mai, di sfidarli sui contenuti. Allora in quel momento ti senti salva, ti senti, finalmente, distante, ritorni in te. E quelle persone diventano piccole, piccole, ritornano al loro posto,  lontane da quella panchina e tu puoi tornare ad ascoltare Jazz suite di Shostakovic e rileggere “Le memorie di Adriano”.


sabato 3 novembre 2012

“ Credo per capire, ma capisco per credere”.



 Negli ultimi mesi si sono avvicendate varie elezioni, l’Italia, si sa, è il Paese in cui si vota con più frequenza. Mi è capitato spesso di leggere sui vari social networks, sui blog, vari articoli relativi allo stato dell’arte della politica. Si sa, io ho sempre appoggiato una certa politica di sinistra e si sa anche che, quando quella politica, fatta solo di apparenza, tale solo perchè legata a un simbolo, ha cambiato i suoi valori, quelli per cui era nata, allora ho fatto altre scelte, guidate dalla mia storia. Per tale ragione mi si è accusato di essere trasformista, di salire sul carro dei vincitori, una “certa” pasionaria di sinistra dell’ultima ora mi ha apostrofato così: quella capace solo di “leccare il sedere”.
Ora da questo breve incipit, si capisce che livello ha toccato la “politica” non solo qui, ma in generale in tutta Italia. Dopo le elezioni non ho mai letto un’autocritica, da parte di chi, ha perso pur avendo fatto moltissimo. Non ho mai letto un’analisi dei fatti, ma solo invettive contro chi ha vinto. La politica si è ridotta a questo perché, non ci sono più valori, perché pur di creare un partito, ci si lascia avvicinare, da tutti coloro i quali, fino a qualche tempo prima erano distratti da altro e al contrario, mortificare quelli che ci sono sempre stati. L’importante in politica è avere la memoria lunga, è avere cognizione di quali sono i fatti, di cosa ci sta dietro certi progetti, conoscere le persone, la loro storia. Oggi tutti sono rottamatori, tutti pronti a fare del partito di riferimento campo di battaglia per la rivoluzione. Salvo poi, conferire, nel loro quotidiano, con le stesse pratiche di una politica vecchia e obsoleta.
Il berlusconismo ci ha piegati? Berlusconi è il male degli ultimi venti anni?  Queste non sono affermazioni solo, per certi versi assiomi, però a questi bisogna accostare altri punti interrogativi: Chi ha fatto in modo che Berlusconi diventasse quello che è? Chi ha permesso che le classi operarie, che la classe media se impoverisse?  Chi ha iniziato a demolire la scuola italiana? Chi ha iniziato la riforma del lavoro che oggi ci dobbiamo sorbire? Chi ha messo in mezzo ad una strada la mia generazione?
Ecco io sono sempre stata di sinistra, la mia famiglia è cresciuta con quei valori, mio nonno è stato Sindaco socialista di questo paese ed io so quali sono i punti di riferimento della sinistra. Lo sono nel quotidiano, lo sono quando studi, quando ti fermi per strada a parlare con le persone. Sono quelli che ti accostano a certi aspetti del sociale che altri dimenticano troppo facilmente. Lo sono nella capacità di creare di avere una visione del futuro nella consapevolezza che, solo l’aggregazione e l’uguaglianza possono portarci a vivere meglio.
Che cosa ha fatto una certa sinistra nel nostro Paese? Quale opposizione c’è stata? Quali sono le regole del gioco cui si è sottratta andando contro la sua stessa storia?
Ora a mio avviso non ci può essere rottamazione senza porsi queste domande…e queste domande se le devono fare tutte quelle persone che hanno vissuto con i valori di sinistra, non le pasionarie dell’ultima ora. Quelle mortificano quanti hanno creduto, lavorato, studiato, vissuto in un certo modo.
Scrivere è importante, le parole sono importanti. Scrivere che il PD in Sicilia ha vinto è vero ma, bisognerebbe anche chiedersi e scrivere perché ha perso la metà dei voti. Scrivere che Grillo ha fatto il boom è vero ma, chiedersi il perchè deve essere un imperativo morale.
Ora con molta serenità dico che tutte queste nuove leve non sanno nulla di quello che c'è voluto per arrivare dove siamo, è gente che con molta approssimazione si fa guidare da un capo, da un riferimento di turno, cambiando il quale cambia pure il turno. Oggi questo avviene perché non si legge, perché non ci s’informa, perché non ci si è appassionati a nulla, così nascono le pasionarie, così la politica si è piegata a invettive solo di tipo personale. La storia è importante quella di ogni singolo individuo, quello che ha fatto dov’era quando si compiva la storia. La vera politica è quella che si allontana l’invettiva privata per far emergere quella pubblica, lo “scontro” aspro sul campo, non nelle segrete stanze. Napoleone fu sconfitto sul campo non in Parlamento.
Facebook, oggi è la nuova terra di nessuno, dove ognuno può ergersi a giudice della vita degli altri, delle scelte e criticare l’aspetto privato, senza conoscerlo, senza porsi una minima domanda, quella più lamentare. Io una domanda da fare a queste pasionarie ce l’ho: Tu dov’eri? I tuoi dov’erano?
Non ci si può alzare una mattina e svegliarsi con dei valori, non ci si può improvvisare attori di un film se non si conoscere la storia. Oggi si recita a soggetto, oggi molti hanno un copione, per cui scrivono i commenti, i famosi status, salvo poi cancellarli, magari su suggerimento, magari quando non hanno come controbattere, proprio perché non conoscono la storia. Essere di sinistra significa avere il coraggio delle proprie azioni, portarle fino in fondo, non nascondersi dietro un dito. Essere di sinistra significa credere di potere lottare per un bene comune. Essere di sinistra oggi è esserlo indipendentemente dai partiti di riferimento.
Grillo prende un sacco di voti per questo, perché la sinistra ha perso quei valori, perché si è adagiata su certe nuove  leve che, storicamente, nulla hanno a che vedere con essa. E allora la politica si riduce a tagliare gli stipendi ai deputati, a guardare quante case hanno a quante volte vanno in vacanza, senza poi avere dopo di questo, una vera progettualità. Se la sinistra non avesse abbandonato i suoi valori e la sua storia oggi non saremmo a questo punto.
Allora aveva ragione De Pretis : "Credo per capire, ma capisco per credere”.

domenica 16 ottobre 2011

Ottobre

"..per un motivo o per l'altro, sono un triste esiliato. In un modo o nell'altro, viaggio con la nostra terra e continuo a vivere con me, laggiù, lontano, le mie essenze longitudinali della mia patria"
Pablo Neruda

Stamattina ho aperto un libro e come spesso accade ho letto qualcosa che mi assomiglia. Sono giorni strani quelli di ottobre, è un mese a me non particolarmente simpatico, anche se è il 5 di ottobre, io mi sento sempre spostata in avanti, per me ottobre ha solo una data il 20. E allora il pensiero corre lontano,va indietro, più indietro possibile e le smanie affiorano tutte, le mancanze si fanno concrete.
Ottobre è il mese in cui spendo di più, in cui leggo di più, in cui sto meno a casa, in cui uso di più il telefono, in cui ascolto più musica, è il mese dei rendiconti, delle assenze che pesano, dei malumori e della voglia di futuro.
Tutto assume forse lontane, visi che non ricordo bene, voci che sono più nella mia fantasia che nella mia memoria e questa a poco a poco si fa sempre meno lucida.
Allora cosa fare? Scrivere per il vecchio detto, verba volant scripta manent, anche se in questa breve storia la versione dei fatti è solo la mia.
Così, ad ottobre, mi sento come Neruda, una triste esiliata, alla ricerca di una completezza che non c'è e che concretamente non ci sarà mai, di una storia che, come un video sempre uguale, racconta sempre le stesse cose, che non scorre perchè non c'è più tempo, perchè quel tempo è finito, forse troppo presto.
Resta solo il ricordo della sera a Mandrazze, mentre il grilli cantano, le donne cucinano, i bambini giocano e gli uomini discutono fumando sigari americani.
E' bella la mia storia, l'infanzia che ho vissuto, io vorrei che la vivessero tutti i bambini del mondo, così quel tempo è la mia patria lontana, il mio non luogo, nel quale l'esilio non è contemplato, dove la tristezza non ha casa, serate in cui i grilli cantano beati e il profumo dei gelsomini inebria l'aria, è un tempo nel quale non c'è spazio per ottobre.

domenica 9 ottobre 2011

Steve Jobs..discorso all'Università di Stanford


Sono onorato di essere qui con voi oggi, nel giorno della vostra laurea presso una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai laureato. A dir la verità, questa è l’occasione in cui mi sono di più avvicinato ad un conferimento di titolo accademico. Oggi voglio raccontarvi tre episodi della mia vita. Tutto qui, nulla di speciale. Solo tre storie.

La prima storia parla di “unire i puntini”.

Ho abbandonato gli studi al Reed College dopo sei mesi, ma vi sono rimasto come imbucato per altri diciotto mesi, prima di lasciarlo definitivamente. Allora perchè ho smesso?

Tutto è cominciato prima che io nascessi. La mia madre biologica era laureanda ma ragazza-madre, decise perciò di darmi in adozione. Desiderava ardentemente che io fossi adottato da laureati, così tutto fu approntato affinché ciò avvenisse alla mia nascita da parte di un avvocato e di sua moglie. All’ultimo minuto, appena nato, questi ultimi decisero che avrebbero preferito una femminuccia. Così quelli che poi sarebbero diventati i miei “veri” genitori, che allora si trovavano in una lista d’attesa per l’adozione, furono chiamati nel bel mezzo della notte e venne chiesto loro: “Abbiamo un bimbo, un maschietto, ‘non previsto’; volete adottarlo?”. Risposero: “Certamente”. La mia madre biologica venne a sapere successivamente che mia mamma non aveva mai ottenuto la laurea e che mio padre non si era mai diplomato: per questo si rifiutò di firmare i documenti definitivi per l’adozione. Tornò sulla sua decisione solo qualche mese dopo, quando i miei genitori adottivi le promisero che un giorno sarei andato all’università.

Infine, diciassette anni dopo ci andai. Ingenuamente scelsi un’università che era costosa quanto Stanford, così tutti i risparmi dei miei genitori sarebbero stati spesi per la mia istruzione accademica. Dopo sei mesi, non riuscivo a comprenderne il valore: non avevo idea di cosa avrei fatto nella mia vita e non avevo idea di come l’università mi avrebbe aiutato a scoprirlo. Inoltre, come ho detto, stavo spendendo i soldi che i miei genitori avevano risparmiato per tutta la vita, così decisi di abbandonare, avendo fiducia che tutto sarebbe andato bene lo stesso. OK, ero piuttosto terrorizzato all’epoca, ma guardandomi indietro credo sia stata una delle migliori decisioni che abbia mai preso. Nell’istante in cui abbandonai potei smettere di assistere alle lezioni obbligatorie e cominciai a seguire quelle che mi sembravano interessanti.

Non era tutto così romantico al tempo. Non avevo una stanza nel dormitorio, perciò dormivo sul pavimento delle camere dei miei amici; portavo indietro i vuoti delle bottiglie di coca-cola per raccogliere quei cinque cent di deposito che mi avrebbero permesso di comprarmi da mangiare; ogni domenica camminavo per sette miglia attraverso la città per avere l’unico pasto decente nella settimana presso il tempio Hare Krishna. Ma mi piaceva. Gran parte delle cose che trovai sulla mia strada per caso o grazie all’intuizione in quel periodo si sono rivelate inestimabili più avanti. Lasciate che vi faccia un esempio:

il Reed College a quel tempo offriva probabilmente i migliori corsi di calligrafia del paese. Nel campus ogni poster, ogni etichetta su ogni cassetto, erano scritti in splendida calligrafia. Siccome avevo abbandonato i miei studi ‘ufficiali’e pertanto non dovevo seguire le classi da piano studi, decisi di seguire un corso di calligrafia per imparare come riprodurre quanto di bello visto là attorno. Ho imparato dei caratteri serif e sans serif, a come variare la spaziatura tra differenti combinazioni di lettere, e che cosa rende la migliore tipografia così grande. Era bellissimo, antico e così artisticamente delicato che la scienza non avrebbe potuto ‘catturarlo’, e trovavo ciò affascinante.

Nulla di tutto questo sembrava avere speranza di applicazione pratica nella mia vita, ma dieci anni dopo, quando stavamo progettando il primo computer Machintosh, mi tornò utile. Progettammo così il Mac: era il primo computer dalla bella tipografia. Se non avessi abbandonato gli studi, il Mac non avrebbe avuto multipli caratteri e font spazialmente proporzionate. E se Windows non avesse copiato il Mac, nessun personal computer ora le avrebbe. Se non avessi abbandonato, se non fossi incappato in quel corso di calligrafia, i computer oggi non avrebbero quella splendida tipografia che ora possiedono. Certamente non era possibile all’epoca ‘unire i puntini’e avere un quadro di cosa sarebbe successo, ma tutto diventò molto chiaro guardandosi alle spalle dieci anni dopo.

Vi ripeto, non potete sperare di unire i puntini guardando avanti, potete farlo solo guardandovi alle spalle: dovete quindi avere fiducia che, nel futuro, i puntini che ora vi paiono senza senso possano in qualche modo unirsi nel futuro. Dovete credere in qualcosa: il vostro ombelico, il vostro karma, la vostra vita, il vostro destino, chiamatelo come volete... questo approccio non mi ha mai lasciato a terra, e ha fatto la differenza nella mia vita.

La mia seconda storia parla di amore e di perdita.

Fui molto fortunato - ho trovato cosa mi piacesse fare nella vita piuttosto in fretta. Io e Woz fondammo la Apple nel garage dei miei genitori quando avevo appena vent’anni. Abbiamo lavorato duro, e in dieci anni Apple è cresciuta da noi due soli in un garage sino ad una compagnia da due miliardi di dollari con oltre quattromila dipendenti. Avevamo appena rilasciato la nostra migliore creazione - il Macintosh - un anno prima, e avevo appena compiuto trent’anni... quando venni licenziato. Come può una persona essere licenziata da una Società che ha fondato? Beh, quando Apple si sviluppò assumemmo una persona - che pensavamo fosse di grande talento - per dirigere la compagnia con me, e per il primo anno le cose andarono bene. In seguito però le nostre visioni sul futuro cominciarono a divergere finché non ci scontrammo. Quando successe, il nostro Consiglio di Amministrazione si schierò con lui. Così a trent’anni ero a spasso. E in maniera plateale. Ciò che aveva focalizzato la mia intera vita adulta non c’era più, e tutto questo fu devastante.

Non avevo la benché minima idea di cosa avrei fatto, per qualche mese. Sentivo di aver tradito la precedente generazione di imprenditori, che avevo lasciato cadere il testimone che mi era stato passato. Mi incontrai con David Packard e Bob Noyce e provai a scusarmi per aver mandato all’aria tutto così malamente: era stato un vero fallimento pubblico, e arrivai addirittura a pensare di andarmene dalla Silicon Valley. Ma qualcosa cominciò a farsi strada dentro me: amavo ancora quello che avevo fatto, e ciò che era successo alla Apple non aveva cambiato questo di un nulla. Ero stato rifiutato, ma ero ancora innamorato. Così decisi di ricominciare.

Non potevo accorgermene allora, ma venne fuori che essere licenziato dalla Apple era la cosa migliore che mi sarebbe potuta capitare. La pesantezza del successo fu sostituita dalla soavità di essere di nuovo un iniziatore, mi rese libero di entrare in uno dei periodi più creativi della mia vita.

Nei cinque anni successivi fondai una Società chiamata NeXT, un’altra chiamata Pixar, e mi innamorai di una splendida ragazza che sarebbe diventata mia moglie. La Pixar produsse il primo film di animazione interamente creato al computer, Toy Story, ed è ora lo studio di animazione di maggior successo nel mondo. In una mirabile successione di accadimenti, Apple comprò NeXT, ritornai in Apple e la tecnologia che sviluppammo alla NeXT è nel cuore dell’attuale rinascimento di Apple. E io e Laurene abbiamo una splendida famiglia insieme.

Sono abbastanza sicuro che niente di tutto questo mi sarebbe accaduto se non fossi stato licenziato dalla Apple. Fu una medicina con un saporaccio, ma presumo che ‘il paziente’ne avesse bisogno. Ogni tanto la vita vi colpisce sulla testa con un mattone. Non perdete la fiducia, però. Sono convinto che l’unica cosa che mi ha aiutato ad andare avanti sia stato l’amore per ciò che facevo. Dovete trovare le vostre passioni, e questo è vero tanto per il/la vostro/a findanzato/a che per il vostro lavoro. Il vostro lavoro occuperà una parte rilevante delle vostre vite, e l’unico modo per esserne davvero soddisfatti sarà fare un gran bel lavoro. E l’unico modo di fare un gran bel lavoro è amare quello che fate. Se non avete ancora trovato ciò che fa per voi, continuate a cercare, non fermatevi, come capita per le faccende di cuore, saprete di averlo trovato non appena ce l’avrete davanti. E, come le grandi storie d’amore, diventerà sempre meglio col passare degli anni. Quindi continuate a cercare finché non lo trovate. Non accontentatevi.

La mia terza storia parla della morte.

Quando avevo diciassette anni, ho letto una citazione che recitava: “Se vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo, uno di questi c’avrai azzeccato”. Mi fece una gran impressione, e da quel momento, per i successivi trentatrè anni, mi sono guardato allo specchio ogni giorno e mi sono chiesto: “Se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?”. E ogni volta che la risposta era “No” per troppi giorni consecutivi, sapevo di dover cambiare qualcosa.

Ricordare che sarei morto presto è stato lo strumento più utile che abbia mai trovato per aiutarmi nel fare le scelte importanti nella vita. Perché quasi tutto - tutte le aspettative esteriori, l’orgoglio, la paura e l’imbarazzo per il fallimento - sono cose che scivolano via di fronte alla morte, lasciando solamente ciò che è davvero importante. Ricordarvi che state per morire è il miglior modo per evitare la trappola rappresentata dalla convinzione che abbiate qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c’è ragione perché non seguiate il vostro cuore.

Un anno fa mi è stato diagnosticato un cancro. Effettuai una scansione alle sette e trenta del mattino, e mostrava chiaramente un tumore nel mio pancreas. Fino ad allora non sapevo nemmeno cosa fosse un pancreas. I dottori mi dissero che con ogni probabilità era un tipo di cancro incurabile, e avevo un’aspettativa di vita non superiore ai tre-sei mesi. Il mio dottore mi consigliò di tornare a casa ‘a sistemare i miei affari’, che è un modo per i medici di dirti di prepararti a morire. Significa che devi cercare di dire ai tuoi figli tutto quello che avresti potuto nei successivi dieci anni in pochi mesi. Significa che devi fare in modo che tutto sia a posto, così da rendere la cosa più semplice per la tua famiglia. Significa che devi pronunciare i tuoi ‘addio’.

Ho vissuto con quella spada di Damocle per tutto il giorno. In seguito quella sera ho fatto una biopsia, dove mi infilarono una sonda nella gola, attraverso il mio stomaco fin dentro l’intestino, inserirono una sonda nel pancreas e prelevarono alcune cellule del tumore. Ero in anestesia totale, ma mia moglie, che era lì, mi disse che quando videro le cellule al microscopio, i dottori cominciarono a gridare perché venne fuori che si trattava una forma molto rara di cancro curabile attraverso la chirurgia. Così mi sono operato e ora sto bene.

Questa è stata la volta in cui mi sono trovato più vicino alla morte, e spero lo sia per molti decenni ancora. Essendoci passato, posso dirvi ora qualcosa con maggiore certezza rispetto a quando la morte per me era solo un puro concetto intellettuale:

Nessuno vuole morire. Anche le persone che desiderano andare in paradiso non vogliono morire per andarci. E nonostante tutto la morte rappresenta l’unica destinazione che noi tutti condividiamo, nessuno è mai sfuggito ad essa. Questo perché è come dovrebbe essere: la Morte è la migliore invenzione della Vita. E’ l’agente di cambio della Vita: fa piazza pulita del vecchio per aprire la strada al nuovo. Ora come ora ‘il nuovo’ siete voi, ma un giorno non troppo lontano da oggi, gradualmente diventerete ‘il vecchio’e sarete messi da parte. Mi dispiace essere così drammatico, ma è pressappoco la verità.

Il vostro tempo è limitato, perciò non sprecatelo vivendo la vita di qualcun’altro. Non rimanete intrappolati nei dogmi, che vi porteranno a vivere secondo il pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui zittisca la vostra voce interiore. E, ancora più importante, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione: loro vi guideranno in qualche modo nel conoscere cosa veramente vorrete diventare. Tutto il resto è secondario.

Quando ero giovane, c’era una pubblicazione splendida che si chiamava The whole Earth catalog, che è stata una delle bibbie della mia generazione. Fu creata da Steward Brand, non molto distante da qui, a Menlo Park, e costui apportò ad essa il suo senso poetico della vita. Era la fine degli anni Sessanta, prima dei personal computer, ed era fatto tutto con le macchine da scrivere, le forbici e le fotocamere polaroid: era una specie di Google formato volume, trentacinque anni prima che Google venisse fuori. Era idealista, e pieno di concetti chiari e nozioni speciali.

Steward e il suo team pubblicarono diversi numeri di The whole Earth catalog, e quando concluse il suo tempo, fecero uscire il numero finale. Era la metà degli anni Settanta e io avevo pressappoco la vostra età. Nella quarta di copertina del numero finale c’era una fotografia di una strada di campagna nel primo mattino, del tipo che potete trovare facendo autostop se siete dei tipi così avventurosi. Sotto, le seguenti parole: “Siate affamati. Siate folli”. Era il loro addio, e ho sperato sempre questo per me. Ora, nel giorno della vostra laurea, pronti nel cominciare una nuova avventura, auguro questo a voi.

Siate affamati. Siate folli.

lunedì 20 giugno 2011

L'articolo che mi ha fatto innamorare di Concita De Gregorio

Ciao mondo e dicci grazie, siamo il Sud che alza la testa

Guardateci bene, voi che non ci avevate creduto.

Venite vicino a questo stadio, entrate nell’astronave bianca che si apre.

Ancora più vicino, non abbiate paura: veniteci dentro.

Ecco bravi, così, passate sotto la fiaccola accesa, non fermatevi seguite la musica.

Entrate in questo campo di grano.

Sentite le parole che dicono “dio ci consenta di essere sempre capaci di danzare in cerchio”, è un nostro poeta.

Guardateci danzare, vi piace?

Sono le nostre danze.

E questo è il nostro cielo, questa notte tiepida.

Questa maliconia la nostra amica, questa insonnia la nostra unica cura.

Ora ci vedi bene, mondo, ci vedi da vicino.

La nostra gente ti saluta.

Ti ha aperto la casa per un mese intero, la conosci.

Guardaci ancora, prima di ripartire.

Siamo noi, eccoci qui: siamo la Grecia.

Siamo quelli che non ci credeva nessuno, al principio.

Siamo quelli del Sud che fanno tardi e poi arrivano di corsa: come farete voi così confusi e lenti?, dicevate voi del Nord, e ridevate dubitando.

Come farà la Grecia che è così piccola, e polverosa e povera a preparare case e strade per tutti? Faremo.

“May the dances last forever”, suona la musica adesso, qui nello stadio meraviglioso che Calatrava ha disegnato per noi.

Che la danza non si fermi mai.

Siete tranquilli, vi sentite sicuri?

Avete visto, non c’è stato bisogno degli uomini neri venuti con le armi dall’America per proteggervi tutti: avevate così tanta paura, del terrorismo delle bombe delle stragi, ma era perchè non ci conoscevate bene, voi che qui ci venite in vacanza d’estate, con un pareo e una guida che traduce il nostro alfabeto.

Noi siamo il Sud e siamo l’Est.

Noi degli arabi siamo i vicini, e non abbiamo uomini in guerra con loro.

Le nostre truppe sono a casa, i nostri politici sono accorti.

Era sbagliato aver paura, qui, avete visto?

Ora guarda tutte queste bandiere, mondo: sono le tue.

Guarda questa mezzaluna che facciamo scendere dal cielo, e le stelle che abbiamo fatte accendere per te.

E’ vero.

C’erano stadi vuoti al principio: ma sarai d’accordo che sono gli stadi più belli del mondo.

Erano vuoti perchè la gente era in vacanza, a ferragosto, e un po’ perchè l’avevi tanto spaventata coi tuoi incubi.

Noi non abbiamo incubi, la notte: stiamo svegli, beviamo, fumiamo, facciamo l’amore.

Quando siamo tornati a casa abbiamo riempito gli stadi e le piste, hai visto?, guarda quanti siamo adesso e’ qui: decine di migliaia.

E’ vero.

Abbiamo fischiato l’America.

Poco, al principio, al galà di apertura, poi più forte per strada quando ci avete detto: “arriva Colin Powell” e fortissimo qua dentro quella sera che doveva correre Kenteris, il nostro eroe, e invece la parte dei padroni l’avete fatta voi, anzi loro.

L’America.

Noi non amiamo gli americani; noi siamo nati già vecchi, con la polvere bianca della storia che lascia la sua impronta sui nostri pensieri e i nostri dubbi, loro sempre così giovani, giovani e a volte prepotenti.

E’ vero, abbiamo applaudito gli afgani e i palestinesi e gli iracheni: sono un sud anche loro, e sono gli ultimi, un po’ ci somigliano.

E’ vero abbiamo applaudito i francesi, i tedeschi, gli italiani, loro sono l’Europa, siamo noi.

Ed è vero anche che non far correre Kenteris è stato giusto, alla fine, se non aveva rispettato le regole.

Il doping, sì.

E’ stata l’olimpiade delle droghe, la nostra, e per questo la ricorderete: ventiquattro casi, un record, la medaglia più brutta.

Ma nessuno potrà dire che è cominciato qui, le droghe c’erano anche prima noi le abbiamo imparate.

Le abbiamo usate, certo, e ci avete puniti: avete eliminato dalle gare i nostri eroi, ci avete tolto le medaglie già vinte ma anche gli altri però, anche voi baravate avete barato persino sul sacro suolo di Olimpia.

Tutti.

E allora che sia il principio questo di una stagione nuova: si ricominci daccapo.

“Unforgettable dream games” dice Rogge il belga padrone dello sport.

Giochi da sogno.

“Cari amici greci, avete vinto”

Avete ragione.

Sentite la nostra musica, stasera.

Guardate volare i nostri palloni d’argento.

E’ stato bello la notte avervi qui.

I ragazzi per la strada – i nostri e i vostri – stavano avvolti nelle loro bandiere fino alle cinque, nella taverne della Plaka.

Siamo stati felici di conoscervi.

Vi abbiamo molto amati.

Vi abbiamo preparato strade e ponti e metropolitane e villaggi.

Abbiamo pagato dieci milioni di euro, e non li avevamo e ci costeranno cari.

Alla Grecia, dopo resteranno solo i debiti”, dicono con l’ouzo nei bicchieri i nostri vecchi.

Li pagheremo.

Ci resteranno velodromi e campi di tiro da rimanere a bocca aperta e che nessuno userà più non sapremo cosa farne, pazienza.

Li venderemo, li affitteremo.

Li abbiamo fatti per voi.

Ci resterà una città più bella, però, anche.

Di questo grazie.

“Hellas”, grida lo stadio in piedi.

Grecia, sì.

Guardate questo bambino che sale su fino alla fiaccola, ora.

Crescerà, e cresceranno tutti.

Abbiamo anche sbagliato qualche volta.

Stasera, per esempio, mentre i maratoneti arrivavano nel nostro vecchio stadio – quello bianco di pietra, quello antico in città – c’è stato un pazzo che è entrato in pista.

Peccato.

Un errore così nell’ultima corsa la più importante, la più bella di tutte qui ad Atene.

Eravamo stanchi, abbiamo aperto le maglie proprio all’ultimo.

Abbiate pazienza, succede.

Non ricordateci solo per questo.

Ricordate Baldini l’italiano sul podio che canta e che ride.

Ecco, la cerimonia è finita.

Quello sullo schermo è il Partenone, siamo noi, quest’altro è il Tempio del Cielo.

Ci rivedremo a Pechino.

Noi non verremo tutti: saremo in pochi, anzi, pochissimi rispetto a voi che siete il mondo.

Però siamo fieri di avervi avuti qui, e stasera anche tristi.

Stanchi, abbiamo ogni pietra che ci pesa millenni, e tristi di vedervi andare via.

Non c’è rimedio per una storia che finisce.

Non si ferma, se ne va.

Allora ecco cosa vi abbiamo preparato per l’ultima notte: lacrime.

Migliaia di luci disegnate come gocce, una per ciascuno di voi: migliaia di lacrime che lampeggiano, per piangere insieme.

Lasciate che vi spieghiamo una cosa, noi che siamo così ricchi così poveri, noi che abbiamo attraversato la storia.

E’ bellissimo anche essere stanchi e tristi, quando si sa piangere insieme.

Illumina le tue lacrime, mondo: esibiscile come una corona non averne vergogna.

Solo gli uomi e gli eroi sanno piangere.

La Grecia ti saluta.

(Concita De Gregorio)