sabato 6 febbraio 2016

Un bicchiere d'acqua

«Ogni corpo immerso parzialmente o completamente in un fluido riceve una spinta verticale dal basso verso l'alto, uguale per intensità al peso del volume del fluido spostato».
Archimede
Da ore e ore la Giunta comunale è in riunione. Lavorano tutti alacremente per la gente. Vogliono trovare una soluzione al buco creatosi nelle casse comunali, senza alcuna intenzione. Non dormono da giorni, chiusi al piano di sopra della casa comunale, senza sosta e nessuno di loro trova risposta.
Nervi a fiori di pelle, passano in rassegna i conti senza trovare soluzione. “La Tasi l’abbiamo aumentata, la Tari e l’Imu pure. Dobbiamo avere la coscienza  a posto, tutto quel che si doveva fare, è stato fatto”. Qui, infatti, le tasse sono talmente alte da far vedere le stelle. Ad un certo punto la situazione si fa anche tragica, il Nostro stanco dalle inutili fatiche e dall’introvabile soluzione, cede ed ha un momento di mancamento. “E’ la fine”- esclama- “come faremo a fare sagre e divertimenti con questi lustri così spenti?”. Tutti si agitano, tranne una. Una sola, continua a sfogliare tranquillamente un catalogo di moda. “Dategli aiuto, subito un po’ di zucchero” dice qualcuno. “No meglio il sale” dice un altro. Ma l’anziano del gruppo che di tensione se ne intende, esclama con voce ferma e suadente : “Dategli un bicchiere d’acqua”.
“EUREKA!” esclama il Nostro, e così come Archimede, trova la soluzione per continuare senza infamia e senza gloria a galleggiare. “Mandiamo le bollette dell’acqua  arretrata e pure di quella futura, dal 1976 al 2056 in un solo anno e il gioco è fatto”.
“Sei pazzo”, grida allarmato qualcuno, “I chistiani n’acchianani di supra”. Un altro terrorizzato dall’infausta proposta dice: “ Aspè ragioniamo, io faccio l’orto tutto l’anno, quanti m’ha veniri a custari un citruolu  e ‘na  cucuzza?”.
Ma niente, il Nostro ormai sollevato, imperterrito come sempre, non ascolta più nessuno e con il suo solito sorriso inizia anche lui a sfogliare un catalogo di dolciumi e biscotti ed esordisce: “Sugni sicuru ca pua  ‘i chistiani su scordani”!

La Giunta è divisa ma come in tutte  le battaglie alla fine ci sono i vincitori e i vinti. Salvo è, però,  il Veglione, salvi i  bon bon e cotillon con il sottofondo di uno “stimolante” carillon per…. “galleggiare ancora in un mare di acqua d’oro e di sale amaro”.

martedì 2 febbraio 2016

Le Braci di Sandor Marai

Alle domande più importanti che la vita ci impone si finisce, quasi sempre, a rispondere è con la vita stessa. La nostra intera esistenza è segnata da fatti, persone, avvenimenti innumerevoli, però ci sono alcune circostanze che la segnano profondamente.  Non sono sufficienti le parole che spendiamo nel momento stesso in cui ci accade qualcosa, ma le risposte vengono con il tempo. Ci vuole pazienza e perseveranza, memoria certamente. Non dimenticare. Questo è il filo conduttore che tesse tutto il libro di Sandor Marai. Tradimento, amore, bellezza, giovinezza e infine vecchiaia e verità sono i condimenti per una storia profonda, dai legami forti e indissolubili che solo il tempo e l’insistenza del cuore hanno saputo conservare. Attende il marito di 2vendicare” il suo amore perduto, attende di farlo nel momento in cui non c’è più nulla da fare. L’amore della sua vita è morto, però egli ha adesso la possibilità di dire ciò che sapeva all’amico che lo ha tradito. Non è un semplice tradimento matrimoniale, c’è di mezzo l’amicizia e tutto quello che la vita ha concesso di vivere ai protagonisti. Seduti uno di fronte all’atro davanti ad un camino, bevendo qualcosa di buono, comincia quello che è possibile descrivere come un flusso di coscienza. Il fuoco arde e alla fine si spegne. Non è fuoco quello che non fa dormire la notte il marito, ma sono braci. La lucidità del marito e insieme la sua fermezza rendono il confronto un dialogo, mai uno scontro. Forse in cuor suo sa, che l’amico ha reso felice la moglie. Non è un uomo cornuto che tace pur sapendo, è un uomo che si è trovato a vivere una situazione a tratti assurda, complicata, amara. Lo fa però con quella posatezza che non lo lascia mai. Così, come le braci che mai si spengono, il suo pensiero è uno solo, rivendicare il suo ruolo e la consapevolezza che sempre lo ha legato agli altri due protagonisti. L’amicizia, come ricorda Cicerone è superiore alla parentela che in ogni momento può essere messa in discussione. L’amicizia è forse più forte dell’amore.  La figura della moglie emerge solo nel racconto del marito, l’altro uomo per lo più tace, ascolta. Un libro bellissimo che vale la pena leggere perché insegna, suo malgrado, che i sentimenti vanno al di là delle convenzioni, che hanno bisogno di tempo, di silenzio anche per crescere ed essere vissuti. E’ la vita stessa che da le risposte agli interrogativi che essa stessa ha generato. Così dovrebbe essere per tutti.
Testo
“Il castello era un mondo a sé stante, come quei grandi e sfarzosi mausolei di pietra in cui languono le ossa di intere generazioni e si dissolvono le vesti funebri di seta grigia o panno nero di donne e uomini vissuti in altri tempi. Esso racchiudeva in sé il silenzio, come un recluso che vegeti esanime sulla paglia marcescente di un sotterraneo, con la barba lunga, vestito di stracci e coperto di muffe. Racchiudeva anche la memoria, la memoria dei defunti, che si annidava nei recessi più occulti, così come i funghi, le mucillagini, i pipistrelli, i ratti, gli insetti si annidano nelle cantine umide dei vecchi edifici. Le maniglie delle porte conservavano il tremito di una mano, l’emozione dell’attimo in cui essa aveva esitato a completare il suo gesto. Ogni dimora in cui le passioni abbiano investito con violenza gli uomini si riempie di questa sostanza caliginosa.”…
“Vienna, l’Impero, ungheresi, tedeschi, moravi, cechi, serbi, croati e italiani, formavano un’unica grande famiglia, e all’interno di questa ciascuno intuiva in segreto che l’unico in grado di mantenere l’ordine, in quella marea di desideri, inclinazioni e passioni tumultuose, era l’imperatore, che era contemporaneamente sergente maggiore in servizio perpetuo e maestà, funzionario statale con i coprigomiti in lustrino e grand seigneur, bifolco e sovrano”…
 “L’amico, così come l’innamorato, non si aspetta di veder ricompensati i suoi sentimenti. Non esige contropartite per i suoi servizi, non considera la persona eletta come una creatura fantastica, conosce i suoi difetti e l’accetta così com’è, con tutto ciò che ne consegue.” “L’uomo e il suo destino si realizzano reciprocamente modellandosi l’uno sull’altro. Non è vero che il destino si introduce alla cieca nella nostra vita: esso entra dalla porta che noi stessi gli abbiamo spalancato, facendoci da parte per invitarlo a entrare. Non c’è infatti essere umano abbastanza forte e intelligente da saper allontanare, con le parole o con i fatti, il destino infausto che deriva, secondo una ferrea legge, dalla sua indole e dal suo carattere”


domenica 31 gennaio 2016

A titolo personale

I giovani non hanno bisogno di sermoni, i giovani hanno bisogno di esempi di onestà, di coraggio, di coerenza e di altruismo.
(SandroPertini)

Ho riflettuto molto sul Family day e in particolare culla frase che il Ministro dell’ambiente ha proferito: “Sono qui a titolo personale”. Ora il dubbio che mi assale è il seguente: ma un Ministro di un Governo che si professa coerente con i principi di sinistra, (anche se fosse di destra, sarebbe la stessa cosa), può agire pubblicamente “a titolo personale”? La politica è come sei ogni ogni giorno, nel tuo quotidiano, io l’ho sempre pensata così. Da questo ne consegue che, si opera secondo i principi che si hanno e che confluiscono nella prassi di governo, sia locale sia nazionale. Ora se un Ministro la mattina si sveglia e anche su altri temi, tipo il nucleare, il trattato di Schengen, la politica economica europea, gli aiuti umanitari, cosa ne sarebbe della politica? Non sarebbe forse una Babele non solo ideologica ma del tutto personale? Il voto sui diritti civili è una cosa sacrosanta che riguarda tutta la popolazione non solo un gruppetto mal messo di cittadini. Mal messo, secondo i ferventi cattolici che non hanno neanche capito il messaggio delle Sacre scritture. Talebani anch’essi, auspicano che la famiglia sia fatta da padre, madre e figli. Ma dov’è scritto? Certo la natura fa il suo corso e ciò è incontrovertibile. Ma quante cose l’uomo ha fatto contro natura?  L’inquinamento, i genocidi, lo sfruttamento di popolazioni inermi, e tante altre vicende che la storia ci insegna, non sono forse contro natura? Perché, dunque, privare, i cittadini di una vita normale in cui regna ciò che più l’uomo dovrebbe sapere esprimere e cioè l’amore? Che cosa sono di valori occidentali? Dopo gli attentati di Parigi tutti i premier occidentali ci hanno detto che si dovevamo tornare a uscire, andare ai concerti, ai pub. Difendere così i nostri valori? Bene, se questi sono i valori per cui è nato l’Illuminismo, il Romanticismo, il Risorgimento e ancora indietro il Rinascimento siamo messi male. Al Circo Massimo c’era pure la Meloni, amica di quel Casini cattolicissimo che ha quattro famiglie. La bionda di destra ci ha annunciato la lieta notizia. Quale luogo più adatto per comunicare il lieto evento? Da quel momento si è scatenata l’ironia più sagace: “lo sa la Meloni chi è il padre?”. “Ma come proprio lei un figlio senza essere sposata”…Ironia sì, ma come sempre dentro di essa c’è la verità. E la verità oggi è che la classe politica italiana è sempre piegata verso quel cattolicesimo di maniera dimostrandosi incapace di fare con chiarezza scelte coraggiose. Che cosa stanno trasmettendo tutti i nostri politici ai giovani? Mi auguro che oggi, chi si è svegliato ed ha letto il giornale, abbia capito una cosa, che il Circo Massimo è stato un fallimento e che è arrivato il momento che l’amore sia garantito e difeso.  

martedì 26 gennaio 2016

Nessuno scrive al colonnello

Tra i romanzi che rappresentano moltissimo la letteratura meravigliosa di Gabriel Garcia Màrquez c’è, indubbiamente il romanzo “Nessuno scrive al Colonnello”. Un colonnello, un gallo e una moglie, questi i tre personaggi che s’incontrano e scontrano continuamente, nell’attesa infinita che giunga una lettera. I due coniugi, poverissimi, vivono nel ricordo costante del figlio morto troppo giovane, egli era legatissimo al suo gallo. Lo cresceva e addestrava per le gare tra galli che solitamente si disputavano in paese. Morto il figlio, è il Colonnello, contro il volere della moglie che continua ciò che il figlio aveva dovuto lasciare. Questo romanzo non è solo il legame tra un padre e un figlio, ma è quello che distingue l’uomo dall’animale. Avere un’idea, portarla avanti ad ogni costo, anche quando di mezzo c’è la fame. La lettera che il Colonnello aspetta è quella dell’agognata pensione che metterebbe lui e la moglie al riparo dalla miseria giornaliera. Ogni giorno, dunque egli spera che sia quello buono, ma i giorni passano, ottobre arriva e con lui le piogge e i malanni. Quello che però rende vivo il romanzo è proprio il gallo, le cure di cui ha bisogno e la costante e metodica attenzione del Colonnello. Può un uomo lasciare consumare pur di salvare un gallo? Nella dispensa non c’è più nulla, allora la moglie propone di mangiare il gallo. Il Colonnello non la prende neanche in considerazione. Il gallo è la loro salvezza, vincerà la gara e sarà il più bello e forte di tutti.
L’idea, aggrapparsi a essa pur di andare avanti. Superare le difficoltà per qualcosa di più umano, per un premio che, dopo tutto, ognuno di noi merita. Il Colonello è un uomo tutto di un pezzo, militare di razza, ordinato e metodico. Si fa la barba sempre nello stesso modo e non rinuncia mai alla sua camicia. Ha combattuto anche con Aureliano Buendia, il protagonista eccezionale di “Cent’anni di solitudine”. E’ uno che ne ha viste. E’ un uomo che, a ben conoscere la sua storia, mai si sarebbe potuto legare così a un gallo. La tenerezza che sprigiona nella cura e nella ostinazione che mette per salvaguardarlo fa di lui un eroe comune, uno che non rinuncia alle sue idee per nulla al mondo. Avere un’idea, ci insegna il colonnello, rende liberi. Avere una meta da raggiungere riempie le giornate, anche quando tutto sembra andare nel verso sbagliato. Andare avanti ad ogni costo, stringere i denti, ammalarsi anche, pur si salvare il principio. Questo è “Nessuno scrive al colonnello”. Romanzo fantasioso, com’è nella prassi di Màrquez e allo stesso tempo umano. Triste e malinconico ma anche ironico. Il finale, tutto da assaporare è proprio la firma di Màrquez.



Il colonnello aprì il barattolo del caffè e si accorse che ne era rimasto appena un cucchiaino. Tolse il pentolino dal focolare, rovesciò metà dell’acqua sul pavimento di terra battuta, e con un coltello raschiò l’interno del barattolo sul pentolino finché si distaccarono gli ultimi rimasugli di polvere di caffè misti a ruggine di latta. Mentre aspettava che l’infusione bollisse, seduto vicino al focolare di mattoni in un atteggiamento di fiduciosa e innocente attesa, il colonnello provò la sensazione che nelle sue viscere nascessero funghi e muffosità velenose. Era ottobre. Una mattina difficile da cavar fuori, anche per un uomo come lui che era sopravvissuto a tante mattine come quella. Per cinquantasei anni – da quando era finita l’ultima guerra civile – il colonnello non aveva fatto altro che aspettare. Ottobre era una delle poche cose che arrivavano1. Sua moglie alzò la zanzariera quando lo vide entrare nella stanza col caffè. Quella notte aveva sofferto una crisi di asma e ora era prostrata in uno stato di sopore. Ma si sollevò per prendere la tazza. “E tu?” disse. “L’ho già preso” mentì il colonnello. “Ne era rimasta ancora una cucchiaiata grande.” In quel momento cominciarono i rintocchi. Il colonnello si era dimenticato del funerale. Mentre sua moglie beveva il caffè, staccò l’amaca da un’estremità e l’arrotolò nell’altra, dietro la porta. La donna pensò al morto. “È nato nel 1922” disse. “Esattamente un mese dopo nostro figlio il sette aprile.” Continuò a bere il caffè nelle pause della sua respirazione rantolosa. Era una donna costruita soltanto di cartilagini bianche su una spina dorsale inarcata e inflessibile. I disturbi respiratori la costringevano a far domande affermando. Quando finì il caffè stava ancora pensando al morto. “Deve essere orribile essere sepolto in ottobre” disse. Ma suo marito non le fece caso. Aprì la finestra. Ottobre si era insediato nel patio. Osservando la vegetazione che prorompeva in verdi intensi, le minuscole cupole dei vermi nel fango, il colonnello sentì di nuovo il mese funesto negli intestini. “Ho le ossa umide” disse. “È l’inverno” ribatté la donna. “Da quando è cominciato a piovere ti sto dicendo di dormire senza toglierti le calze.” “È da una settimana che dormo con le calze.”  Per… arrivavano: la fine delle guerre civili, alle quali aveva partecipato con coraggio, diventa, per il colonnello, la fine della propria ragione di esistere, solo alimentata dalla speranza dell’arrivo di una lettera e dall’esistenza del gallo.  …“È ottobre” mormorò, e si mosse verso il centro della stanza. Soltanto allora si ricordò del gallo legato al piede del letto. Era un gallo da combattimento. Dopo aver portato la tazza in cucina andò nel salotto a caricare una pendola in cornice di legno intagliato. A differenza della stanza da letto, troppo angusta per la respirazione di una asmatica, il salotto era ampio, con quattro sedie a dondolo di vimini attorno a un tavolino con un tappeto e un gatto di gesso. Sulla parete opposta a quella dell’orologio, c’era il quadro di una donna avvolta in veli, circondata da amorini in una barca carica di rose. Erano le sette e venti quando terminò di caricare l’orologio. Poi portò il gallo in cucina, lo legò a un sostegno del focolare, cambiò l’acqua alla bacinella e vi mise vicino un pugno di granturco. Un gruppo di bambini entrò dallo steccato sconnesso. Si sedettero intorno al gallo, a contemplarlo in silenzio. “Smettetela di guardare quell’animale” disse il colonnello. “I galli si sciupano, a furia di guardarli.” I bambini non si scomposero. Uno di loro attaccò sull’armonica gli accordi di una canzone di moda. “Oggi non si suona” gli disse il colonnello. “C’è un morto in paese.” Il bambino si infilò lo strumento nella tasca dei pantaloni e il colonnello andò nella stanza a vestirsi per il funerale. Il vestito bianco non era stirato a causa dell’asma della donna. Di modo che il colonnello dovette decidersi per il vecchio vestito di panno nero che dopo il suo matrimonio usava soltanto in speciali occasioni. Gli costò fatica trovarlo in fondo al baule, avvolto nei giornali e preservato contro le tarme con palline di naftalina. Rigida sul letto la donna continuava a pensare al morto. “Deve aver già incontrato Agustín” disse. “Può darsi che non gli racconti la situazione in cui ci siamo trovati dopo la sua morte.” “A quest’ora staranno discutendo di galli” disse il colonnello. Trovò nel baule un ombrello enorme e antico. Lo aveva vinto la donna a una tombola politica destinata a raccogliere fondi per il partito del colonnello. Quella stessa sera avevano assistito a uno spettacolo all’aperto che non era stato interrotto malgrado la pioggia. Il colonnello, sua moglie e suo figlio Agustín – che allora aveva otto anni – avevano assistito allo spettacolo fino alla fine, seduti sotto l’ombrello. Ora Agustín era morto e la fodera di raso lucido era stata distrutta dalle tarme. “Guarda che cosa è rimasto del nostro ombrello da pagliaccio di circo” disse il colonnello con una sua antica frase. Spalancò sul capo un misterioso sistema di stecche metalliche. “Ora serve soltanto per contare le stelle.” Sorrise. Ma la donna non si prese la briga di guardare l’ombrello. “Tutto è così” mormorò. “Stiamo marcendo vivi.” E chiuse gli occhi per pensare più intensamente al morto. Dopo essersi fatto la barba a tastoni – dato che lo specchio mancava da molto tempo – il colonnello si vestì in silenzio. I pantaloni, attillati alle cosce quasi quanto le mutande lunghe, chiusi alle caviglie con fettucce scorrevoli, si sostenevano alla vita con due linguette dello stesso panno che passavano tra due fibbie dorate cucite all’altezza delle reni. Non usava cintura. La camicia color cartone antico, dura come cartone, si chiudeva con un bottone di rame che serviva al tempo stesso per allacciare il colletto inamidato. Ma il colletto inamidato era rotto e così il colonnello rinunciò alla cravatta. Faceva ogni cosa come se fosse un’azione trascendentale. Le ossa delle sue mani erano foderate di cute lucida e tesa, coperta di chiazze brune come la pelle del collo. Prima di infilarsi gli stivaletti di vernice grattò via il fango incrostato nelle cuciture. Sua moglie lo vide in quell’istante, vestito come il giorno del suo matrimonio. Soltanto allora si accorse come era invecchiato suo marito. “Ti sei messo come per un avvenimento” disse. “Questo funerale è un avvenimento” disse il colonnello. “È il primo morto di morte naturale da molti anni a questa parte”.

venerdì 15 gennaio 2016

Non ci resta che piangere

“Non credo finite le mie pene: altre ne pensano gli dèi. Ma tu, o potente, abbi pietà: dopo tanti dolori, tu sei la prima che incontro e non conosco alcuno di quelli che abitano il luogo e la sua terra. Indicami la città e dammi qualcosa per coprirmi, se mai, venendo qua, avevi una tela da involgere i panni”.
Omero- L’Odissea

L’anno appena finito ci ha fatto un ultimo dono: il bilancio comunale. Un bilancio lacrime e sangue come l’ha apostrofato il Nostro. Egli, infatti, aveva auspicato al Consiglio comunale di non votarlo neanche: “Non è il mio bilancio”….E allora, i consiglieri mappe alla mano e torcia, sono andati alla ricerca del colpevole. Gli unici che non si sono mossi che hanno contravvenuto alla richiesta del nostro sono stati proprio quelli della sua mini-maggioranza. “O Dei, Dei tutti” esclamò, “neanche gli ordini di scuderia sentono più”. E cosi, gli altri, sempre alla ricerca del colpevole, si resero conto che, il Nostro delle verità le aveva dette: “È colpa della Regione, dello Stato, dei comuni vicini, dell’Ato, delle cavallette che nell’antica storia si accanirono contro il raccolto”. La cittadinanza tutta, ha avuto un sussulto di tristezza, piange, piangono tutti. Uomini, donne, anziani e bambini. Finanche i turisti appena sbarcati nel Nostro bel paese, avvertono l’aria di tristezza e piangono anch’essi. Un pianto corale, catartico come da tradizione greca. Con gli ultimi soldi in cassa, l’amministrazione ha approfittato di un’offerta alla Conad e ha comprato quantità enormi di fazzoletti da distribuire a tutte le famiglie. Ma neanche quelli sono bastati. Le due congregazioni dell’Addolorata hanno dichiarato la loro disponibilità a sfilare ogni giorno, mestamente e piangendo per la disfatta economica del nostro comune. Bande di Bravi manzoniani si sono formate sui monti per combattere i nemici che lesinano i denari. Tutte le offerte delle messe saranno devolute all’Amministrazione per le attività culturali cui il Nostro tiene particolarmente. E’ stato anche anticipato un viaggio istituzionale all’Oracolo di Delfi per conoscere gli auspici degli Dei. Sul Ponte della Fiumara si stanno adoperando per la costruzione di una frontiera: chi, infatti, vorrà venire a Castelbuono dovrà pagare due fiorini. Lo scoramento non finisce, nessun festeggiamento, nessuna passerella, nessuna foto di visi contenti ai concerti, sagre, eventi culturali. Nulla, l’Amministrazione che di forma vive, e galleggia, manco un selfie ha potuto fare. Tempi duri, tempi di lupi e carbone. La Vecchia è dovuta ricorrere alla forestale per farsi riempire i sacchi di carbone. Uno stravolgimento impressionante. Di Castelbuono non si dice più che è una cittadina ilare e sorridente adagiata sulle colline. Per tale ragione è stato emesso un bando per la ricerca di un nuovo slogan più incline allo stato attuale di prostrazione. Questo è vero accanimento, il mantra “sordi un ci ni su” rischia seriamente di compromettere l’ultimo anno di amministrazione. Proprio adesso che si avvicinano le prossime elezioni! Non è giusto. Piange il Nostro, piange la sua giunta, il consiglio, piange l’opposizione che non si da pace e si ripete costantemente: “Ma picchì un si ni va”…tranne uno. Uno solo non piange e rimane sornione. Riunioni animate si susseguono, c’è chi suggerisce di aumentare le tasse, chi di tagliere definitivamente la mensa scolastica, chi i servizi sociali, il comando dei vigili urbani ecc. Ecc. … C’è anche chi pensa di vendere Piazza Margherita, il Castello e Piazza Parrocchia con chiesa e Milite annessi. Una cosa è certa, nel silenzio, nell’incapacità di amministrare i soldi pubblici, come un buon padre di famiglia farebbe, si vocifera che il nostro nel solo momento di verità che dobbiamo riconoscergli è tentato di affacciarsi al balcone del Palazzo comunale per parlare alla popolazione e, a quanto pare, questo dirà: “ Cari concittadini, anche gli Dei ci sono avversi, la Maga Circe non risponde neanche al telefono. A questo punto, l’unica cosa che posso sentitamente dirvi e imprimere nelle menti è non ci resta che piangere. Tutti insieme come fanno gli astuti coccodrilli dopo avere fagocitato voracemente la preda”.

martedì 22 dicembre 2015

Il Fattore K

Galleggiando dolcemente 
e lasciandosi cullare 
se ne scende lentamente 
sotto i ponti verso il mare 
verso il mare se ne và 
chi mai sarà, chi mai sarà 
quell'uomo in frack”.
D.Modugno.
C’è un elemento che distingue da quasi tre lustri la storia politica di Castelbuono. Si dirà che un uomo politico sulla breccia da così lungo tempo sarà indubbiamente affascinante, operativo, lungimirante e concreto, “uni ca si svrazza”. Non si può rimanere a galla per tanto  tempo senza avere queste particolari doti. E invece ancora una volta la comunità castelbuonese riesce ad essere “stupefacente” mediante il Fattore K.
Intendiamoci,  Il Fattore K non è nulla di tutto quello che abbiamo detto sopra. Non è operativo, lungimirante, non ha mai neanche avuto un suo ufficio. E’ l’unico ad avere una sede centrale in paese: Piazza Margherita. Lo trovi sempre lì, come la fontana, la chiesa, l’Ex Banca di corte, le macchine parcheggiate a qualsiasi ora. Il Fattore K c’è sempre è una delle poche certezze che abbiamo! Sciarpa rosso sbiadito e giornale sotto al braccio,  parla, parla, parla con tutti; uomini, donne, anziani, bambini, sedie, pietre e cestini dell’immondizia. Non si lascia scappare nessuno. E’ come la bocca della Verità a Roma. Anche i turisti lo sanno ormai, fa parte dell’itinerario storico monumentale di Castelbuono. Dicevamo che non ha tutte quelle caratteristiche che identificano un uomo politico di “razza”, però, a pensarci bene, una la tiene: la capacità di galleggiare. Lo fa da sempre è lui stesso a dirlo. Quando, infatti, l’opposizione in Consiglio comunale evidenzia le inadempiente dell’Amministrazione, il Fattore K, fa il suo mestiere, come lo ha sempre fatto, si alza e difende l’indifendibile. Lo deve fare, per dovere doveroso. Di più, la frase che dice sempre è: “ Prima puri accussì si faciva, ora vi fati meraviglia, ma sempri accussì sa fatti”. Come se fosse giusto così, dando ragione, non rendendosene conto, a chi mette in evidenza la superficialità e la poca serietà di chi amministra, quindi anche la sua. Forse in modo inconsapevole ci mette in guardia dal fatto che, lui stesso ha sempre fatto parte di amministrazioni che hanno “lavorato” in modo non adeguato? Approssimato? Senza una progettualità? Ai posteri l’ardua sentenza. Il Fattore K s’intende di tutto, il suo sapere va dalla gestione del  “personale”, all’urbanistica, ai lavori pubblici, al traffico, al decoro urbano, alla raccolta differenziata, alla cultura,  (una volta ci disse che lui aveva fatto il liceo classico e che per questa ragione aveva delle competenze provate in campo culturale). Passa dal risparmio energetico a quello della spesa di casa nostra con una nonchalance degna di uno statista. E’ un unicum, maestro-esperto nell’arte del galleggiamento forzato e permette, con la sua capacità innata, di fare galleggiare anche quei “quattro amici al bar” che fanno parte dell’amministrazione. Ora ci chiediamo, se è questo quello che sa  fare bene  il Fattore K, in cosa è stato determinante nelle scelte politiche del passato? Perché ha sempre avuto credito in quelli che hanno scritto la storia politica degli ultimi 30 anni di Castelbuono? La sinistra lo ha allevato e la destra lo ha sollevato e “mantenuto”.  Va in apnea e poi annaspa solo quando,  e gli succede spesso, perde le staffe. Anche lui sa, però, che: …  giunta mezzanotte, si spegneranno i rumori, le luci, i frastuoni;  si spegnerà anche l’insegna del Cin Cin Bar,… le strade sono già deserte, deserte e silenziose, ma un ultimo “randaggio”  moggio, moggio  se ne va….

Lo sa il Fattore K che “la sua lunga e travagliata giornata” è finita? Semmai sia mai cominciata.

lunedì 7 dicembre 2015

Un uomo: l’epica dell’eroe moderno

Leggere “Un uomo” per me è stato fondamentale, è indubbiamente il libro che mi ha cambiato la vita. Oriana Fallaci descrive, con dovizia di particolari il suo incontro con Alekos Panagulis, leader della rivolta contro il regime dei Colonnelli in Grecia. Il libro si apre proprio con la descrizione del fallito attentato che Alekos organizzò con altri, ai danni di alcuni colonnelli del regime. Il libro però è di più, è la storia dell’eroe greco che non si arrende al destino, che lotta per la libertà e per la verità. Come un passaggio di testimone, alla morte di Alekos, avvenuta in un attentato, sarà Oriana Fallaci a continuare la lotta dell’uomo greco, scrivendo la verità sulla sua storia e su parte di quella greca. E’ un libro epico, la storia del singolo diviene storia di un paese, mortificato nel presente e che cerca affannosamente la gloria di un passato glorioso. E’ la tragedia dell’eroe che narra la sua storia, il suo amore, il senso di libertà e di civiltà. E’ la poesia che descrive la realtà e i sentimenti di quest’uomo, mortificati dal regime della dittatura. Questo libro è la Grecia con tutte le sue contraddizioni, è il fiore di gelsomini fuori dalla finestra, è l’isola di creta, dove andare a fare una gita si trasforma in un inseguimento. E’ la madre di Alekos, silenziosa, presente, sempre vestita di nero. E’ il caldo soffocante della casa del giardino di aranci, sono i tanti aerei che Oriana prende per raggiungere Alekos ovunque.  E’ la fragilità di Alekos. E’ la stanchezza che arriva quando la scrittrice decide di sottrarsi a quelle atmosfere cupe e difficili per tornare nella sua quieta e rassicurante New York. E’ il terrore che ciò che è stato, ciò che Alekos ha subito a Boiati possa tornare. E’ il mare cristallino e le strade polverose. E’ un libro forte, violente a tratti che racconta l’umore, l’agitazione, la frustrazione che non si quieta mai. Leggerlo significa immergersi in un mondo che sa di antico in cui gli ideali non muoiono, ma anzi si rafforzano con le sofferenze. La scrittura minuziosa della Fallaci fa sì che il lettore sia un tutt’uno con la storia; chi legge è come se si trovasse lì, ad Atene, a Boiati, nel giardino di aranci, in tribunale…con loro. Si avvertono il senso di paura e l’incolmabile senso d’impotenza verso un mondo truce e corrotto. Il lascito del libro è importante, è un testamento morale, da storia epica, si trasforma in senso profondo di attaccamento a ciò che è il nostro mondo oggi. Sono valori universali quelli che ci racconta la Fallaci, scritto nella seconda metà degli anni settanta, sono odierni ancora oggi. Segno che la ricerca della libertà, della democrazia, del senso di appartenenza a una storia, alla dignità umana sono i valori per cui vale la pena di lottare sempre. Oriana che aveva raccontato i conflitti più cruenti degli anni sessanti, ora racconta la storia del suo uomo, non lasciandosi prendere dal senso di sconforto, ma analizzando con sentimento sì ma anche on obiettività la realtà. Ci insegna che è vero che la storia non si fa con i se, belli i capitoli finali in cui ricostruisce tutta la vicenda raccontando i documenti, non le storie che hanno decretato la morte dell’eroe. Battersi dunque per ciò che appartiene a tutti, farlo da soli, senza interessi personali, è segno di coraggio e di amore verso gli altri. “Un uomo” è tutto questo e molto altro ancora. Buona lettura.

“ Quel grido rauco, rabbioso da belva ferita e umiliata. Quel guizzo selvaggio, quelle braccia tese che mi gremivano e mi scuotevano e infine mi chiudevano dentro una morsa di ferro. Quell’alito caldo, quella bocca avida. E quegli occhi, quegli incredibili occhi nei quali avevo visto la luce d’un bosco  che brucia. Per un istante bravissimo fui sul punto di chiederti scusa, riconoscere che anch’io, sebbene non lo volessi, ti amavo. Ma poi incontrai quegli occhi e un terrore mi trattenne: perché c’era la morte in quegli occhi. Per quanto irrazionale e forzato possa apparire, io ti dico che c’era la morte in quegli occhi, l’annuncio di tutto ciò che sarebbe successo negli anni a venire e non avrebbe potuto succedere senza di me, cioè se io fossi stata lo strumento e il veicolo del tuo destino già scritto.  C’era la sconfitta nata con te, la maledizione che ti avrebbe perseguitato fino a una notte di primo maggio per scaraventarti dentro un buco nero di via Vouliagmeni, lo scivolo di un garage con la scritta Texaco. E poi c’erano le agonie, le servitù che mi avresti inflitto riducendomi a un Sancho Panza con suo ronzino, rubandomi alla mia identità, alla mia vita. Guai, ad accettare il tuo amore ed amarti : lo seppi con certezza, in un lampo. E subito mi liberai del tuo abbraccio, della tua bocca, di te, mi precipitai nell’altra stanza, riempii alla rinfusa la borsa da viaggio, chiamai Andrea, gli chiesi se poteva accompagnarmi all’aeroporto: doveva esserci un volo verso le cinque, con un po’ di fortuna sarei riuscita a prenderlo, bastavano dieci minuti? “Bastano” rispose Andrea scattando. Ritto contro il muro,le mani in tasca e un sorriso enigmatico sotto i baffi, tu seguivi la scena in silenzio e non facevi nulla per fermarmi o calmarmi. Solo dopo che abbi salutato tua madre sclamasti: “ Vengo anch’io”. Quindi mi conducesti all’automobile dove mi sedesti accanto, composto: “Andiamo”. Non dicesti altro per tutta la strada, e neanch’io del resto aprii bocca. Sembrava che non ci fosse più nulla da dire. Giunta all’aeroporto scesi, salutai Andrea, ti strinsi la mano, mi stringesti la mano, e “Ciao, iassu”. Ma avevo fatto pochi passi che la tua voce si levò, secca come un ordine: “Agàpi!”. Mi voltai. La tua destra sporgeva dal finestrino con l’indice e il medio levati a segno di V, e sul tuo volto tremava un’ironia affettuosa. “Tornerai! Vincerò! Tornerai”.
Tornai molto presto. Il primo telegramma era giunto l’indomani e diceva: “ Ti aspetto”. Il secondo dopo due giorni e diceva: “ Che aspetti?” . Il terzo dopo quattro giorni e diceva: “ Sono molto triste perché continui a non avere coraggio”. Poi, la settimana seguente, mentre ero a Bonn, mi fu recapitata una lettera dove annunciavi il ricovero alla Policlinica di via Socratous. Insieme alla notizia c’era una breve poesia: “Pensieri d’amore dimenticati/ risorgono/ e mi portano di nuovo alla vita”. C’era anche una nota: “Per te”. Da Bonn avrei dovuto recarmi a New York. Annullai la partenza e cercai un aereo diretto ad Atene. C’era soltanto quello che decollava da Francoforte nel pomeriggio ma noleggiando una macchina fino a Francoforte sarei arrivata in tempo, disse il portiere dell’albergo. Lo feci. E poche ore dopo sbarcavo nel tuo paese, succhiata dall’inevitabile sorte alla quale non sarei più riuscita a sottrarmi. Perché superava perfino l’istinto della sopravvivenza e l’equivoca insidia della felicita.
La felicità è una risata che scoppia alle nove di sera quando il mio taxi si ferma dinanzi all’ospedale e un’ombra sguscia nel buoi, apre lo sportello, mi piomba addosso e dice all’autista : “Grìgoria! Presto!”. Arrivando t’avevo trovato in una cameretta del reparto di Patologia, circondato di medici e di medicine, e sembravi l’infermo più infermo del mondo: “Sto male, molto male…” Ed ora eccoti qui, tutto vispo, risorto, che mi abbracci in un taxi: “Grìgoria! Presto!”. “Ma che fai?” Che ti prende?”. “Sono evaso!”. “Cosa significa evaso?”. “Significa che mi sono alcato, mi sono vestito, ho tirato una botta in testa all’infermiere e sono venuto qui ad aspettarti”. “Una botta in testa all’infermiere?!”. “Si, non voleva lasciarmi andare. Sosteneva che non si può. L’ho messo lì e gli ho risposto: “Guarda che si può”. “Messo dove?”. “Nel mio letto. Ci starà fino a domattina alle cinque. Alle cinque devo tornare a slegarlo”. “Slegarlo?”. “Si ho dovuto legarlo. E anche incerottargli la bocca. Sennò gridava”. “Non ci credo”. “Infatti non è vero. Non è stata un’azione di forza ma di intelligenza. Senti, gli ho detto, a che ora incomincia il tuo turno di riposo? Alle nove, risponde. E a che ora finisce? Alle cinque, risponde. Abiti lontano? Molto lontano, risponde. Ti piacerebbe dormire comodo senza andare a casa? Eccome, risponde. Bene, questo è il mio letto e questo è il pigiama, io prendo le tue scarpe. L’ho spinto su una sedia, gli ho tolto le scarpe, e via. E’ scemo, non si muoverà dalla camera finchè non torno”. “Sicchè rido, rido, libera di ogni esitazione, paura, divertita a scoprire in te un volto che non conoscevo, nemmeno sospettavo, il volto dell’istrionismo gaglioffo e dell’allegria. E tu ridi con me . confessi d’avermi imbrogliato, oggi non stavi male, fingevi, ti hanno ricoverato alla Policlinica per qualche analisi e basta, domani ti dimetteranno. Ride anche l’autista, senza sapere perché, ci osserva nello specchietto retrovisore e ride mentre il taxi attraversa la città illuminata, entra in via Vouluagmeni, passa dinanzi al garage con la scritta Texaco, ci porta al ristorante dove tre anni dopo mangerai per l’ultima volta, poco prima di andare a morire. Ma se gli Dei ce lo annunciassero per metterci in guardia, se ci dicessero che questo è il tuo destino, il nostro destino già scritto, non ci crederemmo ed io replicherei beffarda che il destino non esiste. “Dove andiamo?” “Da Tsaropulos”. “Cos’è?”. “Un posto all’aperto, vicino al mare, ci si mangia il pesce. Ti piace il pesce? “Si”. “A me no. La vigilia dell’attentato cenai  lì e mangia pesce”. “Perché ci andiamo dunque?”. “Perché stasera possa sfidare anche i pesci”.
La felicità è un orgoglio che vibra quando entriamo nel ristorante trafitti dalle occhiate indagatrici ed ostili di coloro per cui non sei un eore ma un mancato assassino, un sovvertitore dell’ordine, nel miglioredei casi un visionario che dovrebbe starsene dov’era: in un carcere ben sorvegliato. Dai loro tavoli si levano i colpetti di tosse offensivi, bisbligi impauriti: “Lui non è…?!” Un damerino da ambasciata esclama: “Look who’s there! Guarda chi si vede!”. Lo capisci e per un attimo ti coglie una specie di smarrimento, ti appoggi a me come a un bastone, incerto se andare avanti o tornare indietro, poi ti ergi con spavalderia e mi conduci a un tavolo esposto alla loro curiosità. I bisbigli crescono e ciascuno ti ferisce quanto una coltellata, lo vedo, a momenti pieghi il capo come a reprimere il male, sopportarlo meglio: che delusione la libertà, che fatica”. Ma le mie dita cercano le tue, le stringono forte per ripeterti che non sei solo, e il tuo volto s’accende: “ Lo so”. E’ bello vivere insieme la sfida. E’ bello anche accorgersi che qualcuno ti sorride, sia pure di nascosto, con la cautela di chi teme di cacciarsi nei guai. Poi un cameriere coraggioso avanza con una bottiglia di vino e ad alta voce ti dice: “Questa la offro io. E’ un onore, Alekos, averti qui”. Il cielo è uno smalto turchino e fitto di stelle, accanto a noi c’è una pianta che sboccia larghe corolle arancioni, a poco a poco ci isoliamo in un incanto che ci consegna a una specie di oblio. O di incoscienza? Entra una fioraia con un cesto di rose, ne agguanti un fascio e me le getti in grembo. Entra un gobbo con un’asta su cui sono appuntati biglietti di una lotteria, ne compri una fila lunghissima e me le posi sul piatto. Ogni tuo gesto è un ingenuo trasporto d’amore, una goffa preghiera d’essere amato, e la spavalderia di prima s’è dileguata. Ti cade la forchetta, ti cade il cucchiaio, e d’un tratto arrossisci come un bambino, mi porgi il regalo tenuto da parte per il mio ritorno: un foglio spiegazzato, coperto da una calligrafia minutissima. “Alekos! Cos’è?” “La poesia che preferisco, Viaggio. Te l’ho dedicata, guada: c’è il tuo nome ora per titolo”. Poi me la traduci con quella voce che sventra l’anima: “ Viaggio per acque sconosciute su una nave – simile a milioni di altre navi- che vagano per oceani e per mari- lungo percorsi dagli orari perfetti- E molte ancora- proprio molte anche queste- ormeggiano nei porti- Per anni ho caricato questa nave- di tutto ciò che mi davano- e che prendevo con gioia sconfinata- e poi- lo ricordo quasi fosse oggi- la dipingevo con colori smaglianti- e stavo attento- che in nessun punto vi cadesse una macchia- La volevo bella per il mio viaggio- E dopo avere atteso tanto proprio- venne infine l’ora di salpare- E salpai…” Qui ti interrompi, mi spieghi che il viaggio è la vita, che la nave sei tu, una nave che non ha mai gettato l’ancora, che non la getterà mai, né l’ancora degli affetti, né l’ancora dei desideri, né l’ancora di un meritato riposo. Perchè non ti rassegnerai mai, non ti stancherai mai di inseguire il sogno. E se ti chiedessi che sogno non sapresti rispondermi: oggi è un sogno cui dai nome di libertà, domani potrebbe essere un sogno cui dare nome verità; non conta che siano o non siano obiettivi reali, conta rincorrere il miraggio, la luce. “Il tempo passava e io- incominciavo a tracciare la rotta- ma non come mi avevano detto nel porto- sebbene la nave mi sembrasse diversa anche allora- così il mio viaggio- ora lo vedevo diverso – senza più ansia di approdi e commerci- il carico mi appariva ormai inutile- Ma continuavo a viaggiare- conoscendo il valore della nave- conoscendo il valore che portavo…” Ed io non mi stanco di ascoltarti.
La felicità è un abbandono che a mezzanotte conduce alla casa con giardino di aranci e limoni dove entriamo in punta di piedi e incuranti dei poliziotti che controllano ogni tua mossa: due agli angoli della strada e due sul marciapiede. E’ un albero di gelsomini che fiorisce sotto la finestra alla quale ci siamo affacciati perché tu ne colga un ciuffo e tu me l’offra insieme alla tua timidezza. E’ una stanza di cui non vedo più lo squallore, le poltrone unte e sbucciate, i soprammobili brutti, gli assurdi diplomi in cornice: perché ci sei tu. E’ un bacio inaspettatamente pudico sulla mia fronte, mentre il vento fruscia tra i rami d’olivo e ci porta la cantilena del mare. E’ una lacrima che inaspettatamente ti scivola già per la guancia mentre sussurri: “ Sono stato tanto solo. Non voglio più stare solo. Giura che non mi lascerai mai”. E’ il tuo volto serio che si avvicina al mio volto serio, i tuoi occhi commossi che affogano nei miei occhi commossi, le tue braccia incerte che cercano le mie braccia incerte, neanche fossimo due ragazzi al loro primo contro d’amore o sapessimo che ci accingiamo a compiere un rito da cui dipenderanno tutti i nostri anni a  venire E’ un silenzio lungo, impressionante, mentre le nostre labbra si toccano con esitazione, si uniscono con decisione, e i nostri corpi si allacciano senza timore, per adagiarsi, cercando gesti dimenticati, agognati e trovandoli per penetrarsi con armonia, di nuovo ed ancora, ed ancora ed ancora, quasi dovesse durare un’eternità. Il tempo ti appartiene ormai, nessun plotone di esecuzione avanza tra gli ordini secchi per condurti al poligono e fucilarti. Dopo ci fissiamo stremati, la testa appoggiata sullo stesso guanciale, ed esclami: “S’agapò tora ke tha s’agapò pantote”. “Cosa significa?” “Significa: ti amo ora e ti amerò per sempre. Ripetilo”. “Lo ripeto sottovoce: “E se non fosse così?” "Sarà così.” Tento un’ultima vana difesa : “Niente dura per sempre, Alekos. Quando tu sarai vecchio e…” “io non sarò vecchio”. “Si che lo sarai. Un celebre vecchio coi baffi bianchi.”. “Io non avrò mai i baffi bianchi. Nemmeno grigi.” “Li tingerai?” “No, morirò molto prima. E allora si che dovrai amarmi per sempre”. Stai parlando sul serio o scherzando? Mi costringo a credere che tu stia scherzando, una lice beffarda guizza nella tua iride nera e un’allegria fatta di molti domani scatena il tuo corpo che subito mi ricopre insaziabile. Né bisogna ripensare a un dialogo sulla veranda : “Noi greci abbiamo la mania della veggenza e della tragedia. Forse perché l’abbiamo inventata.” “Ma di quale tragedia parla?” “V’è solo un tipo di tragedia e si basa su tre elementi: L’amore, il dolore, la morte”.