domenica 31 gennaio 2016

A titolo personale

I giovani non hanno bisogno di sermoni, i giovani hanno bisogno di esempi di onestà, di coraggio, di coerenza e di altruismo.
(SandroPertini)

Ho riflettuto molto sul Family day e in particolare culla frase che il Ministro dell’ambiente ha proferito: “Sono qui a titolo personale”. Ora il dubbio che mi assale è il seguente: ma un Ministro di un Governo che si professa coerente con i principi di sinistra, (anche se fosse di destra, sarebbe la stessa cosa), può agire pubblicamente “a titolo personale”? La politica è come sei ogni ogni giorno, nel tuo quotidiano, io l’ho sempre pensata così. Da questo ne consegue che, si opera secondo i principi che si hanno e che confluiscono nella prassi di governo, sia locale sia nazionale. Ora se un Ministro la mattina si sveglia e anche su altri temi, tipo il nucleare, il trattato di Schengen, la politica economica europea, gli aiuti umanitari, cosa ne sarebbe della politica? Non sarebbe forse una Babele non solo ideologica ma del tutto personale? Il voto sui diritti civili è una cosa sacrosanta che riguarda tutta la popolazione non solo un gruppetto mal messo di cittadini. Mal messo, secondo i ferventi cattolici che non hanno neanche capito il messaggio delle Sacre scritture. Talebani anch’essi, auspicano che la famiglia sia fatta da padre, madre e figli. Ma dov’è scritto? Certo la natura fa il suo corso e ciò è incontrovertibile. Ma quante cose l’uomo ha fatto contro natura?  L’inquinamento, i genocidi, lo sfruttamento di popolazioni inermi, e tante altre vicende che la storia ci insegna, non sono forse contro natura? Perché, dunque, privare, i cittadini di una vita normale in cui regna ciò che più l’uomo dovrebbe sapere esprimere e cioè l’amore? Che cosa sono di valori occidentali? Dopo gli attentati di Parigi tutti i premier occidentali ci hanno detto che si dovevamo tornare a uscire, andare ai concerti, ai pub. Difendere così i nostri valori? Bene, se questi sono i valori per cui è nato l’Illuminismo, il Romanticismo, il Risorgimento e ancora indietro il Rinascimento siamo messi male. Al Circo Massimo c’era pure la Meloni, amica di quel Casini cattolicissimo che ha quattro famiglie. La bionda di destra ci ha annunciato la lieta notizia. Quale luogo più adatto per comunicare il lieto evento? Da quel momento si è scatenata l’ironia più sagace: “lo sa la Meloni chi è il padre?”. “Ma come proprio lei un figlio senza essere sposata”…Ironia sì, ma come sempre dentro di essa c’è la verità. E la verità oggi è che la classe politica italiana è sempre piegata verso quel cattolicesimo di maniera dimostrandosi incapace di fare con chiarezza scelte coraggiose. Che cosa stanno trasmettendo tutti i nostri politici ai giovani? Mi auguro che oggi, chi si è svegliato ed ha letto il giornale, abbia capito una cosa, che il Circo Massimo è stato un fallimento e che è arrivato il momento che l’amore sia garantito e difeso.  

martedì 26 gennaio 2016

Nessuno scrive al colonnello

Tra i romanzi che rappresentano moltissimo la letteratura meravigliosa di Gabriel Garcia Màrquez c’è, indubbiamente il romanzo “Nessuno scrive al Colonnello”. Un colonnello, un gallo e una moglie, questi i tre personaggi che s’incontrano e scontrano continuamente, nell’attesa infinita che giunga una lettera. I due coniugi, poverissimi, vivono nel ricordo costante del figlio morto troppo giovane, egli era legatissimo al suo gallo. Lo cresceva e addestrava per le gare tra galli che solitamente si disputavano in paese. Morto il figlio, è il Colonnello, contro il volere della moglie che continua ciò che il figlio aveva dovuto lasciare. Questo romanzo non è solo il legame tra un padre e un figlio, ma è quello che distingue l’uomo dall’animale. Avere un’idea, portarla avanti ad ogni costo, anche quando di mezzo c’è la fame. La lettera che il Colonnello aspetta è quella dell’agognata pensione che metterebbe lui e la moglie al riparo dalla miseria giornaliera. Ogni giorno, dunque egli spera che sia quello buono, ma i giorni passano, ottobre arriva e con lui le piogge e i malanni. Quello che però rende vivo il romanzo è proprio il gallo, le cure di cui ha bisogno e la costante e metodica attenzione del Colonnello. Può un uomo lasciare consumare pur di salvare un gallo? Nella dispensa non c’è più nulla, allora la moglie propone di mangiare il gallo. Il Colonnello non la prende neanche in considerazione. Il gallo è la loro salvezza, vincerà la gara e sarà il più bello e forte di tutti.
L’idea, aggrapparsi a essa pur di andare avanti. Superare le difficoltà per qualcosa di più umano, per un premio che, dopo tutto, ognuno di noi merita. Il Colonello è un uomo tutto di un pezzo, militare di razza, ordinato e metodico. Si fa la barba sempre nello stesso modo e non rinuncia mai alla sua camicia. Ha combattuto anche con Aureliano Buendia, il protagonista eccezionale di “Cent’anni di solitudine”. E’ uno che ne ha viste. E’ un uomo che, a ben conoscere la sua storia, mai si sarebbe potuto legare così a un gallo. La tenerezza che sprigiona nella cura e nella ostinazione che mette per salvaguardarlo fa di lui un eroe comune, uno che non rinuncia alle sue idee per nulla al mondo. Avere un’idea, ci insegna il colonnello, rende liberi. Avere una meta da raggiungere riempie le giornate, anche quando tutto sembra andare nel verso sbagliato. Andare avanti ad ogni costo, stringere i denti, ammalarsi anche, pur si salvare il principio. Questo è “Nessuno scrive al colonnello”. Romanzo fantasioso, com’è nella prassi di Màrquez e allo stesso tempo umano. Triste e malinconico ma anche ironico. Il finale, tutto da assaporare è proprio la firma di Màrquez.



Il colonnello aprì il barattolo del caffè e si accorse che ne era rimasto appena un cucchiaino. Tolse il pentolino dal focolare, rovesciò metà dell’acqua sul pavimento di terra battuta, e con un coltello raschiò l’interno del barattolo sul pentolino finché si distaccarono gli ultimi rimasugli di polvere di caffè misti a ruggine di latta. Mentre aspettava che l’infusione bollisse, seduto vicino al focolare di mattoni in un atteggiamento di fiduciosa e innocente attesa, il colonnello provò la sensazione che nelle sue viscere nascessero funghi e muffosità velenose. Era ottobre. Una mattina difficile da cavar fuori, anche per un uomo come lui che era sopravvissuto a tante mattine come quella. Per cinquantasei anni – da quando era finita l’ultima guerra civile – il colonnello non aveva fatto altro che aspettare. Ottobre era una delle poche cose che arrivavano1. Sua moglie alzò la zanzariera quando lo vide entrare nella stanza col caffè. Quella notte aveva sofferto una crisi di asma e ora era prostrata in uno stato di sopore. Ma si sollevò per prendere la tazza. “E tu?” disse. “L’ho già preso” mentì il colonnello. “Ne era rimasta ancora una cucchiaiata grande.” In quel momento cominciarono i rintocchi. Il colonnello si era dimenticato del funerale. Mentre sua moglie beveva il caffè, staccò l’amaca da un’estremità e l’arrotolò nell’altra, dietro la porta. La donna pensò al morto. “È nato nel 1922” disse. “Esattamente un mese dopo nostro figlio il sette aprile.” Continuò a bere il caffè nelle pause della sua respirazione rantolosa. Era una donna costruita soltanto di cartilagini bianche su una spina dorsale inarcata e inflessibile. I disturbi respiratori la costringevano a far domande affermando. Quando finì il caffè stava ancora pensando al morto. “Deve essere orribile essere sepolto in ottobre” disse. Ma suo marito non le fece caso. Aprì la finestra. Ottobre si era insediato nel patio. Osservando la vegetazione che prorompeva in verdi intensi, le minuscole cupole dei vermi nel fango, il colonnello sentì di nuovo il mese funesto negli intestini. “Ho le ossa umide” disse. “È l’inverno” ribatté la donna. “Da quando è cominciato a piovere ti sto dicendo di dormire senza toglierti le calze.” “È da una settimana che dormo con le calze.”  Per… arrivavano: la fine delle guerre civili, alle quali aveva partecipato con coraggio, diventa, per il colonnello, la fine della propria ragione di esistere, solo alimentata dalla speranza dell’arrivo di una lettera e dall’esistenza del gallo.  …“È ottobre” mormorò, e si mosse verso il centro della stanza. Soltanto allora si ricordò del gallo legato al piede del letto. Era un gallo da combattimento. Dopo aver portato la tazza in cucina andò nel salotto a caricare una pendola in cornice di legno intagliato. A differenza della stanza da letto, troppo angusta per la respirazione di una asmatica, il salotto era ampio, con quattro sedie a dondolo di vimini attorno a un tavolino con un tappeto e un gatto di gesso. Sulla parete opposta a quella dell’orologio, c’era il quadro di una donna avvolta in veli, circondata da amorini in una barca carica di rose. Erano le sette e venti quando terminò di caricare l’orologio. Poi portò il gallo in cucina, lo legò a un sostegno del focolare, cambiò l’acqua alla bacinella e vi mise vicino un pugno di granturco. Un gruppo di bambini entrò dallo steccato sconnesso. Si sedettero intorno al gallo, a contemplarlo in silenzio. “Smettetela di guardare quell’animale” disse il colonnello. “I galli si sciupano, a furia di guardarli.” I bambini non si scomposero. Uno di loro attaccò sull’armonica gli accordi di una canzone di moda. “Oggi non si suona” gli disse il colonnello. “C’è un morto in paese.” Il bambino si infilò lo strumento nella tasca dei pantaloni e il colonnello andò nella stanza a vestirsi per il funerale. Il vestito bianco non era stirato a causa dell’asma della donna. Di modo che il colonnello dovette decidersi per il vecchio vestito di panno nero che dopo il suo matrimonio usava soltanto in speciali occasioni. Gli costò fatica trovarlo in fondo al baule, avvolto nei giornali e preservato contro le tarme con palline di naftalina. Rigida sul letto la donna continuava a pensare al morto. “Deve aver già incontrato Agustín” disse. “Può darsi che non gli racconti la situazione in cui ci siamo trovati dopo la sua morte.” “A quest’ora staranno discutendo di galli” disse il colonnello. Trovò nel baule un ombrello enorme e antico. Lo aveva vinto la donna a una tombola politica destinata a raccogliere fondi per il partito del colonnello. Quella stessa sera avevano assistito a uno spettacolo all’aperto che non era stato interrotto malgrado la pioggia. Il colonnello, sua moglie e suo figlio Agustín – che allora aveva otto anni – avevano assistito allo spettacolo fino alla fine, seduti sotto l’ombrello. Ora Agustín era morto e la fodera di raso lucido era stata distrutta dalle tarme. “Guarda che cosa è rimasto del nostro ombrello da pagliaccio di circo” disse il colonnello con una sua antica frase. Spalancò sul capo un misterioso sistema di stecche metalliche. “Ora serve soltanto per contare le stelle.” Sorrise. Ma la donna non si prese la briga di guardare l’ombrello. “Tutto è così” mormorò. “Stiamo marcendo vivi.” E chiuse gli occhi per pensare più intensamente al morto. Dopo essersi fatto la barba a tastoni – dato che lo specchio mancava da molto tempo – il colonnello si vestì in silenzio. I pantaloni, attillati alle cosce quasi quanto le mutande lunghe, chiusi alle caviglie con fettucce scorrevoli, si sostenevano alla vita con due linguette dello stesso panno che passavano tra due fibbie dorate cucite all’altezza delle reni. Non usava cintura. La camicia color cartone antico, dura come cartone, si chiudeva con un bottone di rame che serviva al tempo stesso per allacciare il colletto inamidato. Ma il colletto inamidato era rotto e così il colonnello rinunciò alla cravatta. Faceva ogni cosa come se fosse un’azione trascendentale. Le ossa delle sue mani erano foderate di cute lucida e tesa, coperta di chiazze brune come la pelle del collo. Prima di infilarsi gli stivaletti di vernice grattò via il fango incrostato nelle cuciture. Sua moglie lo vide in quell’istante, vestito come il giorno del suo matrimonio. Soltanto allora si accorse come era invecchiato suo marito. “Ti sei messo come per un avvenimento” disse. “Questo funerale è un avvenimento” disse il colonnello. “È il primo morto di morte naturale da molti anni a questa parte”.

venerdì 15 gennaio 2016

Non ci resta che piangere

“Non credo finite le mie pene: altre ne pensano gli dèi. Ma tu, o potente, abbi pietà: dopo tanti dolori, tu sei la prima che incontro e non conosco alcuno di quelli che abitano il luogo e la sua terra. Indicami la città e dammi qualcosa per coprirmi, se mai, venendo qua, avevi una tela da involgere i panni”.
Omero- L’Odissea

L’anno appena finito ci ha fatto un ultimo dono: il bilancio comunale. Un bilancio lacrime e sangue come l’ha apostrofato il Nostro. Egli, infatti, aveva auspicato al Consiglio comunale di non votarlo neanche: “Non è il mio bilancio”….E allora, i consiglieri mappe alla mano e torcia, sono andati alla ricerca del colpevole. Gli unici che non si sono mossi che hanno contravvenuto alla richiesta del nostro sono stati proprio quelli della sua mini-maggioranza. “O Dei, Dei tutti” esclamò, “neanche gli ordini di scuderia sentono più”. E cosi, gli altri, sempre alla ricerca del colpevole, si resero conto che, il Nostro delle verità le aveva dette: “È colpa della Regione, dello Stato, dei comuni vicini, dell’Ato, delle cavallette che nell’antica storia si accanirono contro il raccolto”. La cittadinanza tutta, ha avuto un sussulto di tristezza, piange, piangono tutti. Uomini, donne, anziani e bambini. Finanche i turisti appena sbarcati nel Nostro bel paese, avvertono l’aria di tristezza e piangono anch’essi. Un pianto corale, catartico come da tradizione greca. Con gli ultimi soldi in cassa, l’amministrazione ha approfittato di un’offerta alla Conad e ha comprato quantità enormi di fazzoletti da distribuire a tutte le famiglie. Ma neanche quelli sono bastati. Le due congregazioni dell’Addolorata hanno dichiarato la loro disponibilità a sfilare ogni giorno, mestamente e piangendo per la disfatta economica del nostro comune. Bande di Bravi manzoniani si sono formate sui monti per combattere i nemici che lesinano i denari. Tutte le offerte delle messe saranno devolute all’Amministrazione per le attività culturali cui il Nostro tiene particolarmente. E’ stato anche anticipato un viaggio istituzionale all’Oracolo di Delfi per conoscere gli auspici degli Dei. Sul Ponte della Fiumara si stanno adoperando per la costruzione di una frontiera: chi, infatti, vorrà venire a Castelbuono dovrà pagare due fiorini. Lo scoramento non finisce, nessun festeggiamento, nessuna passerella, nessuna foto di visi contenti ai concerti, sagre, eventi culturali. Nulla, l’Amministrazione che di forma vive, e galleggia, manco un selfie ha potuto fare. Tempi duri, tempi di lupi e carbone. La Vecchia è dovuta ricorrere alla forestale per farsi riempire i sacchi di carbone. Uno stravolgimento impressionante. Di Castelbuono non si dice più che è una cittadina ilare e sorridente adagiata sulle colline. Per tale ragione è stato emesso un bando per la ricerca di un nuovo slogan più incline allo stato attuale di prostrazione. Questo è vero accanimento, il mantra “sordi un ci ni su” rischia seriamente di compromettere l’ultimo anno di amministrazione. Proprio adesso che si avvicinano le prossime elezioni! Non è giusto. Piange il Nostro, piange la sua giunta, il consiglio, piange l’opposizione che non si da pace e si ripete costantemente: “Ma picchì un si ni va”…tranne uno. Uno solo non piange e rimane sornione. Riunioni animate si susseguono, c’è chi suggerisce di aumentare le tasse, chi di tagliere definitivamente la mensa scolastica, chi i servizi sociali, il comando dei vigili urbani ecc. Ecc. … C’è anche chi pensa di vendere Piazza Margherita, il Castello e Piazza Parrocchia con chiesa e Milite annessi. Una cosa è certa, nel silenzio, nell’incapacità di amministrare i soldi pubblici, come un buon padre di famiglia farebbe, si vocifera che il nostro nel solo momento di verità che dobbiamo riconoscergli è tentato di affacciarsi al balcone del Palazzo comunale per parlare alla popolazione e, a quanto pare, questo dirà: “ Cari concittadini, anche gli Dei ci sono avversi, la Maga Circe non risponde neanche al telefono. A questo punto, l’unica cosa che posso sentitamente dirvi e imprimere nelle menti è non ci resta che piangere. Tutti insieme come fanno gli astuti coccodrilli dopo avere fagocitato voracemente la preda”.

martedì 22 dicembre 2015

Il Fattore K

Galleggiando dolcemente 
e lasciandosi cullare 
se ne scende lentamente 
sotto i ponti verso il mare 
verso il mare se ne và 
chi mai sarà, chi mai sarà 
quell'uomo in frack”.
D.Modugno.
C’è un elemento che distingue da quasi tre lustri la storia politica di Castelbuono. Si dirà che un uomo politico sulla breccia da così lungo tempo sarà indubbiamente affascinante, operativo, lungimirante e concreto, “uni ca si svrazza”. Non si può rimanere a galla per tanto  tempo senza avere queste particolari doti. E invece ancora una volta la comunità castelbuonese riesce ad essere “stupefacente” mediante il Fattore K.
Intendiamoci,  Il Fattore K non è nulla di tutto quello che abbiamo detto sopra. Non è operativo, lungimirante, non ha mai neanche avuto un suo ufficio. E’ l’unico ad avere una sede centrale in paese: Piazza Margherita. Lo trovi sempre lì, come la fontana, la chiesa, l’Ex Banca di corte, le macchine parcheggiate a qualsiasi ora. Il Fattore K c’è sempre è una delle poche certezze che abbiamo! Sciarpa rosso sbiadito e giornale sotto al braccio,  parla, parla, parla con tutti; uomini, donne, anziani, bambini, sedie, pietre e cestini dell’immondizia. Non si lascia scappare nessuno. E’ come la bocca della Verità a Roma. Anche i turisti lo sanno ormai, fa parte dell’itinerario storico monumentale di Castelbuono. Dicevamo che non ha tutte quelle caratteristiche che identificano un uomo politico di “razza”, però, a pensarci bene, una la tiene: la capacità di galleggiare. Lo fa da sempre è lui stesso a dirlo. Quando, infatti, l’opposizione in Consiglio comunale evidenzia le inadempiente dell’Amministrazione, il Fattore K, fa il suo mestiere, come lo ha sempre fatto, si alza e difende l’indifendibile. Lo deve fare, per dovere doveroso. Di più, la frase che dice sempre è: “ Prima puri accussì si faciva, ora vi fati meraviglia, ma sempri accussì sa fatti”. Come se fosse giusto così, dando ragione, non rendendosene conto, a chi mette in evidenza la superficialità e la poca serietà di chi amministra, quindi anche la sua. Forse in modo inconsapevole ci mette in guardia dal fatto che, lui stesso ha sempre fatto parte di amministrazioni che hanno “lavorato” in modo non adeguato? Approssimato? Senza una progettualità? Ai posteri l’ardua sentenza. Il Fattore K s’intende di tutto, il suo sapere va dalla gestione del  “personale”, all’urbanistica, ai lavori pubblici, al traffico, al decoro urbano, alla raccolta differenziata, alla cultura,  (una volta ci disse che lui aveva fatto il liceo classico e che per questa ragione aveva delle competenze provate in campo culturale). Passa dal risparmio energetico a quello della spesa di casa nostra con una nonchalance degna di uno statista. E’ un unicum, maestro-esperto nell’arte del galleggiamento forzato e permette, con la sua capacità innata, di fare galleggiare anche quei “quattro amici al bar” che fanno parte dell’amministrazione. Ora ci chiediamo, se è questo quello che sa  fare bene  il Fattore K, in cosa è stato determinante nelle scelte politiche del passato? Perché ha sempre avuto credito in quelli che hanno scritto la storia politica degli ultimi 30 anni di Castelbuono? La sinistra lo ha allevato e la destra lo ha sollevato e “mantenuto”.  Va in apnea e poi annaspa solo quando,  e gli succede spesso, perde le staffe. Anche lui sa, però, che: …  giunta mezzanotte, si spegneranno i rumori, le luci, i frastuoni;  si spegnerà anche l’insegna del Cin Cin Bar,… le strade sono già deserte, deserte e silenziose, ma un ultimo “randaggio”  moggio, moggio  se ne va….

Lo sa il Fattore K che “la sua lunga e travagliata giornata” è finita? Semmai sia mai cominciata.

lunedì 7 dicembre 2015

Un uomo: l’epica dell’eroe moderno

Leggere “Un uomo” per me è stato fondamentale, è indubbiamente il libro che mi ha cambiato la vita. Oriana Fallaci descrive, con dovizia di particolari il suo incontro con Alekos Panagulis, leader della rivolta contro il regime dei Colonnelli in Grecia. Il libro si apre proprio con la descrizione del fallito attentato che Alekos organizzò con altri, ai danni di alcuni colonnelli del regime. Il libro però è di più, è la storia dell’eroe greco che non si arrende al destino, che lotta per la libertà e per la verità. Come un passaggio di testimone, alla morte di Alekos, avvenuta in un attentato, sarà Oriana Fallaci a continuare la lotta dell’uomo greco, scrivendo la verità sulla sua storia e su parte di quella greca. E’ un libro epico, la storia del singolo diviene storia di un paese, mortificato nel presente e che cerca affannosamente la gloria di un passato glorioso. E’ la tragedia dell’eroe che narra la sua storia, il suo amore, il senso di libertà e di civiltà. E’ la poesia che descrive la realtà e i sentimenti di quest’uomo, mortificati dal regime della dittatura. Questo libro è la Grecia con tutte le sue contraddizioni, è il fiore di gelsomini fuori dalla finestra, è l’isola di creta, dove andare a fare una gita si trasforma in un inseguimento. E’ la madre di Alekos, silenziosa, presente, sempre vestita di nero. E’ il caldo soffocante della casa del giardino di aranci, sono i tanti aerei che Oriana prende per raggiungere Alekos ovunque.  E’ la fragilità di Alekos. E’ la stanchezza che arriva quando la scrittrice decide di sottrarsi a quelle atmosfere cupe e difficili per tornare nella sua quieta e rassicurante New York. E’ il terrore che ciò che è stato, ciò che Alekos ha subito a Boiati possa tornare. E’ il mare cristallino e le strade polverose. E’ un libro forte, violente a tratti che racconta l’umore, l’agitazione, la frustrazione che non si quieta mai. Leggerlo significa immergersi in un mondo che sa di antico in cui gli ideali non muoiono, ma anzi si rafforzano con le sofferenze. La scrittura minuziosa della Fallaci fa sì che il lettore sia un tutt’uno con la storia; chi legge è come se si trovasse lì, ad Atene, a Boiati, nel giardino di aranci, in tribunale…con loro. Si avvertono il senso di paura e l’incolmabile senso d’impotenza verso un mondo truce e corrotto. Il lascito del libro è importante, è un testamento morale, da storia epica, si trasforma in senso profondo di attaccamento a ciò che è il nostro mondo oggi. Sono valori universali quelli che ci racconta la Fallaci, scritto nella seconda metà degli anni settanta, sono odierni ancora oggi. Segno che la ricerca della libertà, della democrazia, del senso di appartenenza a una storia, alla dignità umana sono i valori per cui vale la pena di lottare sempre. Oriana che aveva raccontato i conflitti più cruenti degli anni sessanti, ora racconta la storia del suo uomo, non lasciandosi prendere dal senso di sconforto, ma analizzando con sentimento sì ma anche on obiettività la realtà. Ci insegna che è vero che la storia non si fa con i se, belli i capitoli finali in cui ricostruisce tutta la vicenda raccontando i documenti, non le storie che hanno decretato la morte dell’eroe. Battersi dunque per ciò che appartiene a tutti, farlo da soli, senza interessi personali, è segno di coraggio e di amore verso gli altri. “Un uomo” è tutto questo e molto altro ancora. Buona lettura.

“ Quel grido rauco, rabbioso da belva ferita e umiliata. Quel guizzo selvaggio, quelle braccia tese che mi gremivano e mi scuotevano e infine mi chiudevano dentro una morsa di ferro. Quell’alito caldo, quella bocca avida. E quegli occhi, quegli incredibili occhi nei quali avevo visto la luce d’un bosco  che brucia. Per un istante bravissimo fui sul punto di chiederti scusa, riconoscere che anch’io, sebbene non lo volessi, ti amavo. Ma poi incontrai quegli occhi e un terrore mi trattenne: perché c’era la morte in quegli occhi. Per quanto irrazionale e forzato possa apparire, io ti dico che c’era la morte in quegli occhi, l’annuncio di tutto ciò che sarebbe successo negli anni a venire e non avrebbe potuto succedere senza di me, cioè se io fossi stata lo strumento e il veicolo del tuo destino già scritto.  C’era la sconfitta nata con te, la maledizione che ti avrebbe perseguitato fino a una notte di primo maggio per scaraventarti dentro un buco nero di via Vouliagmeni, lo scivolo di un garage con la scritta Texaco. E poi c’erano le agonie, le servitù che mi avresti inflitto riducendomi a un Sancho Panza con suo ronzino, rubandomi alla mia identità, alla mia vita. Guai, ad accettare il tuo amore ed amarti : lo seppi con certezza, in un lampo. E subito mi liberai del tuo abbraccio, della tua bocca, di te, mi precipitai nell’altra stanza, riempii alla rinfusa la borsa da viaggio, chiamai Andrea, gli chiesi se poteva accompagnarmi all’aeroporto: doveva esserci un volo verso le cinque, con un po’ di fortuna sarei riuscita a prenderlo, bastavano dieci minuti? “Bastano” rispose Andrea scattando. Ritto contro il muro,le mani in tasca e un sorriso enigmatico sotto i baffi, tu seguivi la scena in silenzio e non facevi nulla per fermarmi o calmarmi. Solo dopo che abbi salutato tua madre sclamasti: “ Vengo anch’io”. Quindi mi conducesti all’automobile dove mi sedesti accanto, composto: “Andiamo”. Non dicesti altro per tutta la strada, e neanch’io del resto aprii bocca. Sembrava che non ci fosse più nulla da dire. Giunta all’aeroporto scesi, salutai Andrea, ti strinsi la mano, mi stringesti la mano, e “Ciao, iassu”. Ma avevo fatto pochi passi che la tua voce si levò, secca come un ordine: “Agàpi!”. Mi voltai. La tua destra sporgeva dal finestrino con l’indice e il medio levati a segno di V, e sul tuo volto tremava un’ironia affettuosa. “Tornerai! Vincerò! Tornerai”.
Tornai molto presto. Il primo telegramma era giunto l’indomani e diceva: “ Ti aspetto”. Il secondo dopo due giorni e diceva: “ Che aspetti?” . Il terzo dopo quattro giorni e diceva: “ Sono molto triste perché continui a non avere coraggio”. Poi, la settimana seguente, mentre ero a Bonn, mi fu recapitata una lettera dove annunciavi il ricovero alla Policlinica di via Socratous. Insieme alla notizia c’era una breve poesia: “Pensieri d’amore dimenticati/ risorgono/ e mi portano di nuovo alla vita”. C’era anche una nota: “Per te”. Da Bonn avrei dovuto recarmi a New York. Annullai la partenza e cercai un aereo diretto ad Atene. C’era soltanto quello che decollava da Francoforte nel pomeriggio ma noleggiando una macchina fino a Francoforte sarei arrivata in tempo, disse il portiere dell’albergo. Lo feci. E poche ore dopo sbarcavo nel tuo paese, succhiata dall’inevitabile sorte alla quale non sarei più riuscita a sottrarmi. Perché superava perfino l’istinto della sopravvivenza e l’equivoca insidia della felicita.
La felicità è una risata che scoppia alle nove di sera quando il mio taxi si ferma dinanzi all’ospedale e un’ombra sguscia nel buoi, apre lo sportello, mi piomba addosso e dice all’autista : “Grìgoria! Presto!”. Arrivando t’avevo trovato in una cameretta del reparto di Patologia, circondato di medici e di medicine, e sembravi l’infermo più infermo del mondo: “Sto male, molto male…” Ed ora eccoti qui, tutto vispo, risorto, che mi abbracci in un taxi: “Grìgoria! Presto!”. “Ma che fai?” Che ti prende?”. “Sono evaso!”. “Cosa significa evaso?”. “Significa che mi sono alcato, mi sono vestito, ho tirato una botta in testa all’infermiere e sono venuto qui ad aspettarti”. “Una botta in testa all’infermiere?!”. “Si, non voleva lasciarmi andare. Sosteneva che non si può. L’ho messo lì e gli ho risposto: “Guarda che si può”. “Messo dove?”. “Nel mio letto. Ci starà fino a domattina alle cinque. Alle cinque devo tornare a slegarlo”. “Slegarlo?”. “Si ho dovuto legarlo. E anche incerottargli la bocca. Sennò gridava”. “Non ci credo”. “Infatti non è vero. Non è stata un’azione di forza ma di intelligenza. Senti, gli ho detto, a che ora incomincia il tuo turno di riposo? Alle nove, risponde. E a che ora finisce? Alle cinque, risponde. Abiti lontano? Molto lontano, risponde. Ti piacerebbe dormire comodo senza andare a casa? Eccome, risponde. Bene, questo è il mio letto e questo è il pigiama, io prendo le tue scarpe. L’ho spinto su una sedia, gli ho tolto le scarpe, e via. E’ scemo, non si muoverà dalla camera finchè non torno”. “Sicchè rido, rido, libera di ogni esitazione, paura, divertita a scoprire in te un volto che non conoscevo, nemmeno sospettavo, il volto dell’istrionismo gaglioffo e dell’allegria. E tu ridi con me . confessi d’avermi imbrogliato, oggi non stavi male, fingevi, ti hanno ricoverato alla Policlinica per qualche analisi e basta, domani ti dimetteranno. Ride anche l’autista, senza sapere perché, ci osserva nello specchietto retrovisore e ride mentre il taxi attraversa la città illuminata, entra in via Vouluagmeni, passa dinanzi al garage con la scritta Texaco, ci porta al ristorante dove tre anni dopo mangerai per l’ultima volta, poco prima di andare a morire. Ma se gli Dei ce lo annunciassero per metterci in guardia, se ci dicessero che questo è il tuo destino, il nostro destino già scritto, non ci crederemmo ed io replicherei beffarda che il destino non esiste. “Dove andiamo?” “Da Tsaropulos”. “Cos’è?”. “Un posto all’aperto, vicino al mare, ci si mangia il pesce. Ti piace il pesce? “Si”. “A me no. La vigilia dell’attentato cenai  lì e mangia pesce”. “Perché ci andiamo dunque?”. “Perché stasera possa sfidare anche i pesci”.
La felicità è un orgoglio che vibra quando entriamo nel ristorante trafitti dalle occhiate indagatrici ed ostili di coloro per cui non sei un eore ma un mancato assassino, un sovvertitore dell’ordine, nel miglioredei casi un visionario che dovrebbe starsene dov’era: in un carcere ben sorvegliato. Dai loro tavoli si levano i colpetti di tosse offensivi, bisbligi impauriti: “Lui non è…?!” Un damerino da ambasciata esclama: “Look who’s there! Guarda chi si vede!”. Lo capisci e per un attimo ti coglie una specie di smarrimento, ti appoggi a me come a un bastone, incerto se andare avanti o tornare indietro, poi ti ergi con spavalderia e mi conduci a un tavolo esposto alla loro curiosità. I bisbigli crescono e ciascuno ti ferisce quanto una coltellata, lo vedo, a momenti pieghi il capo come a reprimere il male, sopportarlo meglio: che delusione la libertà, che fatica”. Ma le mie dita cercano le tue, le stringono forte per ripeterti che non sei solo, e il tuo volto s’accende: “ Lo so”. E’ bello vivere insieme la sfida. E’ bello anche accorgersi che qualcuno ti sorride, sia pure di nascosto, con la cautela di chi teme di cacciarsi nei guai. Poi un cameriere coraggioso avanza con una bottiglia di vino e ad alta voce ti dice: “Questa la offro io. E’ un onore, Alekos, averti qui”. Il cielo è uno smalto turchino e fitto di stelle, accanto a noi c’è una pianta che sboccia larghe corolle arancioni, a poco a poco ci isoliamo in un incanto che ci consegna a una specie di oblio. O di incoscienza? Entra una fioraia con un cesto di rose, ne agguanti un fascio e me le getti in grembo. Entra un gobbo con un’asta su cui sono appuntati biglietti di una lotteria, ne compri una fila lunghissima e me le posi sul piatto. Ogni tuo gesto è un ingenuo trasporto d’amore, una goffa preghiera d’essere amato, e la spavalderia di prima s’è dileguata. Ti cade la forchetta, ti cade il cucchiaio, e d’un tratto arrossisci come un bambino, mi porgi il regalo tenuto da parte per il mio ritorno: un foglio spiegazzato, coperto da una calligrafia minutissima. “Alekos! Cos’è?” “La poesia che preferisco, Viaggio. Te l’ho dedicata, guada: c’è il tuo nome ora per titolo”. Poi me la traduci con quella voce che sventra l’anima: “ Viaggio per acque sconosciute su una nave – simile a milioni di altre navi- che vagano per oceani e per mari- lungo percorsi dagli orari perfetti- E molte ancora- proprio molte anche queste- ormeggiano nei porti- Per anni ho caricato questa nave- di tutto ciò che mi davano- e che prendevo con gioia sconfinata- e poi- lo ricordo quasi fosse oggi- la dipingevo con colori smaglianti- e stavo attento- che in nessun punto vi cadesse una macchia- La volevo bella per il mio viaggio- E dopo avere atteso tanto proprio- venne infine l’ora di salpare- E salpai…” Qui ti interrompi, mi spieghi che il viaggio è la vita, che la nave sei tu, una nave che non ha mai gettato l’ancora, che non la getterà mai, né l’ancora degli affetti, né l’ancora dei desideri, né l’ancora di un meritato riposo. Perchè non ti rassegnerai mai, non ti stancherai mai di inseguire il sogno. E se ti chiedessi che sogno non sapresti rispondermi: oggi è un sogno cui dai nome di libertà, domani potrebbe essere un sogno cui dare nome verità; non conta che siano o non siano obiettivi reali, conta rincorrere il miraggio, la luce. “Il tempo passava e io- incominciavo a tracciare la rotta- ma non come mi avevano detto nel porto- sebbene la nave mi sembrasse diversa anche allora- così il mio viaggio- ora lo vedevo diverso – senza più ansia di approdi e commerci- il carico mi appariva ormai inutile- Ma continuavo a viaggiare- conoscendo il valore della nave- conoscendo il valore che portavo…” Ed io non mi stanco di ascoltarti.
La felicità è un abbandono che a mezzanotte conduce alla casa con giardino di aranci e limoni dove entriamo in punta di piedi e incuranti dei poliziotti che controllano ogni tua mossa: due agli angoli della strada e due sul marciapiede. E’ un albero di gelsomini che fiorisce sotto la finestra alla quale ci siamo affacciati perché tu ne colga un ciuffo e tu me l’offra insieme alla tua timidezza. E’ una stanza di cui non vedo più lo squallore, le poltrone unte e sbucciate, i soprammobili brutti, gli assurdi diplomi in cornice: perché ci sei tu. E’ un bacio inaspettatamente pudico sulla mia fronte, mentre il vento fruscia tra i rami d’olivo e ci porta la cantilena del mare. E’ una lacrima che inaspettatamente ti scivola già per la guancia mentre sussurri: “ Sono stato tanto solo. Non voglio più stare solo. Giura che non mi lascerai mai”. E’ il tuo volto serio che si avvicina al mio volto serio, i tuoi occhi commossi che affogano nei miei occhi commossi, le tue braccia incerte che cercano le mie braccia incerte, neanche fossimo due ragazzi al loro primo contro d’amore o sapessimo che ci accingiamo a compiere un rito da cui dipenderanno tutti i nostri anni a  venire E’ un silenzio lungo, impressionante, mentre le nostre labbra si toccano con esitazione, si uniscono con decisione, e i nostri corpi si allacciano senza timore, per adagiarsi, cercando gesti dimenticati, agognati e trovandoli per penetrarsi con armonia, di nuovo ed ancora, ed ancora ed ancora, quasi dovesse durare un’eternità. Il tempo ti appartiene ormai, nessun plotone di esecuzione avanza tra gli ordini secchi per condurti al poligono e fucilarti. Dopo ci fissiamo stremati, la testa appoggiata sullo stesso guanciale, ed esclami: “S’agapò tora ke tha s’agapò pantote”. “Cosa significa?” “Significa: ti amo ora e ti amerò per sempre. Ripetilo”. “Lo ripeto sottovoce: “E se non fosse così?” "Sarà così.” Tento un’ultima vana difesa : “Niente dura per sempre, Alekos. Quando tu sarai vecchio e…” “io non sarò vecchio”. “Si che lo sarai. Un celebre vecchio coi baffi bianchi.”. “Io non avrò mai i baffi bianchi. Nemmeno grigi.” “Li tingerai?” “No, morirò molto prima. E allora si che dovrai amarmi per sempre”. Stai parlando sul serio o scherzando? Mi costringo a credere che tu stia scherzando, una lice beffarda guizza nella tua iride nera e un’allegria fatta di molti domani scatena il tuo corpo che subito mi ricopre insaziabile. Né bisogna ripensare a un dialogo sulla veranda : “Noi greci abbiamo la mania della veggenza e della tragedia. Forse perché l’abbiamo inventata.” “Ma di quale tragedia parla?” “V’è solo un tipo di tragedia e si basa su tre elementi: L’amore, il dolore, la morte”.



giovedì 19 novembre 2015

L’Alluvione e l’attesa

“Capita che sfiori la vita di qualcuno, t’innamori e decidi che la cosa più importante è toccarlo, viverlo, convivere le malinconie e le inquietudini, arrivare a riconoscersi nello sguardo dell’altro, sentire che non ne puoi più fare a meno… e cosa importa se per avere tutto questo devi aspettare cinquantatré anni sette mesi e undici giorni notti comprese?”.
(Gabriel García Marquez)
Da qualche tempo nel nostro vocabolario la parola – alluvione- è entrata di prepotenza ed è divenuta di uso quotidiano. Notizie, filmati, scene angoscianti ci perseguitano, ci rendono chiari i nostri limiti e la pochezza politica degli ultimi decenni, che ha sacrificato la tutela del territorio a interessi personali. Nessuno può dirsi indenne dall’alluvione. Biblicamente Noè rappresenta il salvatore degli innocenti, il fidato uomo cui Dio diede il ruolo di costruire l’Arca. Dio fece un patto con Noè e la sua famiglia, li scelse e li salvò, purché portassero in salvo gli animali, affinché, una volta finito il diluvio, la terra potesse rigenerarsi. Un atto di amore infinito verso il creato. Noè lo fece e poi attese. Le alluvioni del nostro tempo, sono meno speranzose e certamente più frequenti. L’alluvione però non è solo un fatto fisico, non è solo acqua che scorre, ma è il caos che connota il nostro tempo. Anche dalle nostre parti si sta verificando una specie di alluvione e l’altra sera durante il consiglio comunale ne abbiamo avuto un esempio plastico, quando un vecchio, (il più vecchio così si definisce lui stesso) politico che ancora amministra, tentava in tutti i modi di arginare, di tamponare, con veemenza, nervosismo ma, anche con tanta stanchezza e poca convinzione, le tante incongruenze riguardanti la questione del teatro Fontanelle. E più venivano giù come l’acqua impetuosa, più di affaticava.  Dentro l’alluvione, crescono e si annidano anche vari personaggi, vecchi per lo più, che magari hanno anche avuto ruoli politici o amministrativi e che oggi, stanno a guardare. Stanno quatti, non si esprimono pubblicamente, anche se ne hanno i mezzi. Attendono e basta. Alcuni si sono rifatti in parte una nuova immagine, altri sono affacciati alla finestra a guardare l’acqua che scorre con violenza e porta via, distrugge, con foga e forza quel poco che resta. La loro arte è l’attesa, la pazienza, forse anche la certezza di fare parte di una cerchia che tornerà in auge e quindi più silenzio c’è meglio è. Meno esposizione c’è meglio è. Fanno squadra tra loro.  Pochi sono quelli che si battono perché non restino solo macerie e dagli attendisti, che danno un colpo al cerchio e uno alla botte, sono anche snobbati, attaccati, messi a tacere. Durante l’alluvione c’è uno strano clima, l’atmosfera è rarefatta, la dialettica è solo posta a livello personale, meglio attaccare chi si espone che non esporre la propria opinione su quanto sta accadendo, per esempio, al teatro “Le Fontanelle”. Il Bene Comune, questo sconosciuto. Eppure, nel passato per molto meno hanno protestato, vilipeso, forse anche offeso.

Attendono, ma non  come  l’uomo innamorato di Marquez. Loro  sanno che più attenderanno, più faranno ritardare la catastrofe e così sarà più facile la conquista del potere. Oggi in politica l’attesa è tutto. E allora cosa fare? Continuare, a scrivere, a far notare, evidenziare tenendo d’occhio tutti quelli che attendono restando in omertoso silenzio. Perché chi tace acconsente, e chi acconsente si compiace…ma alla lunga non è detto che piaccia.

giovedì 12 novembre 2015

Il Gattopardo, un libro sempre attuale.


Il Gattopardo è uno dei classici più belli ed espressivi della storia della letteratura italiana del Novecento. L’autore, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, discendente dei Principi Salina di Donnafugata, taciturno e solitario, non ebbe la fortuna di conoscere il successo del suo unico romanzo. Il Gattopardo, infatti, sarà pubblicato dopo la sua morte.
Il romanzo ebbe subito successo, vinse anche il Premio Strega, forse molti lettori ebbero la possibilità, leggendolo, di conoscere una parte della storia della Sicilia. Tra le pagine più belle del romanzo vi è l’incontro tra il Principe Fabrizio e Chavalley, incaricato dal Governo Sabaudo, di incontrarlo per proporgli un seggio nel nuovo Senato dopo l’unità d’Italia.
Il dialogo tra i due è ricco di toni solenni, malinconia, consapevolezza che il Principe oppone allo “sprovveduto” Chavalley.
Racconta il Principe cosa sono i Siciliani, come la loro storia sia piena di dominazioni, e come tutte queste dominazioni non hanno mai cambiato nulla. Siamo arabi, normanni, greci, fenici, saremo forse sabaudi ma nulla cambierà. Contro la volontà di Chavalley di volerlo convincere a tutti i costi, il Principe traccia un percorso condito di quell’amara verità di chi sa che una storia si è finita per sempre. Ha la consapevolezza che non è più il tempo dei Gattopardi ma degli sciacalli, di coloro i quali inseguiranno il potere per fini propri, non per quello che Chavalley racconta.
Nel non accettare la proposta, il Principe, non rinuncia al nuovo, all’ennesima dominazione. Egli rinuncia per coerenza rispetto a un passato che ha avvantaggiato lui e la sua stessa famiglia. Il carattere dei Siciliani, è come il clima, torrido per sei mesi e con piogge torrenziali che allagano impetuosamente. Non guadano al futuro ma all’imminente, fieri e convinti di avere il passato migliore.
In Sicilia non c’è la norma, tutto è regolato dall’altezzosità del Siciliano, dal carattere lento che il caldo ci impone. Siano proprio stanchi perché dominati, perché non ci siamo mai messi alla prova. Semplicemente qualcuno ci penserà come l’ennesimo dominatore.
Nello spaccato del dialogo, ci sono allora due realtà quella dei Gattopardi, la classe dirigente del passato che ha vissuto nei privilegi dei feudi e quella nuova dei Sedara, i nuovi arrampicatori sociali. Che hanno bisogni di acquistare i titoli nobiliari pur di emergere e di darsi una connotazione altisonante. Quella del Principe è un’autocritica spiazzante, sincera, crudele.
Tutto si può comprare, poche sono le eredità che restano, bisogna che tutto cambi perchè rimanga com’è. I Sedara rappresentano i nuovi feudatari, coloro che faranno in modo di gestire il nuovo potere.
La vecchia classe dirigente, rimarrà chiusa nei palazzi, nelle tenute di caccia, nei saloni da ballo che hanno arricchito Palermo più di Parigi.
Sono due mentalità quelle che emergono, da un lato il Principe consapevole che nulla cambierà perché il carattere dei Siciliani non è mai cambiato anzi è stato avallato dalle tante dominazioni, e l’altra quella di Chevalley che crede nel cambiamento e nell’efficienza che porterà lo Stato Sabaudo.
Siamo vecchi, dice don Fabrizio a Chevalley, siamo stanchi, proprio per questo non perdoniamo agli altri di volere fare. Noi non vogliamo fare nulla per natura. La Sicilia è sempre stata Colonia, ha affasciato, ammaliato, conquistato l’animo dei suoi conquistatori ma mai i Siciliani. Il sonno, dunque, è la sola cosa che i siciliani vogliono. Continuare a dormire come hanno fatto per millenni.
Attualissime queste pagine, oggi come allora, nulla è cambiato. Ogni nuovo politico si propone come il cambiamento, come colui che farà le tanto agognate riforme. In Sicilia le parole non hanno mai corrispondenza con la realtà, hanno sempre un altro significato. L’antimafia non è in realtà ciò che la parola significa. La politica non è occuparsi della cosa pubblica ma, del clientelismo dilagante. Il fare è solo in relazione alla corruzione. Non esiste la trasparenza, esistono i debiti di gestioni scellerate, esiste la mancanza del diritto al lavoro, perché dato solo ad alcuni.
Le strade non sono strade ma, trazzere. Le ferrovie non sono tali ma, vie ferrate dove per andate da Trapani a Ragusa ci vogliono sei ore.
Il mare restituisce solo morti e naufraghi che sperano di salvarsi.
Cosa resta? Il sole, il caldo torrido, la stanchezza millenaria; il carattere tronfio, noi siamo Normanni, Greci, Araba, Spagnoli…Noi fummo i Gattopardi e oggi la Sicilia, l’Italia è piena di Sedara, pronti a lisciarsi i baffi del potere. Attuale come allora le pagine del Romanzo sono uno spaccato della nostra società.
Leggere il Gattopardo riporta a un tempo lento e ricco di scene familiari, luoghi, luci e colori sì una Sicilia autentica, bella, rude e affascinante.
Attuale come allora le pagine del Romanzo sono uno spaccato della nostra società.


L’incontro tra il Principe Salina e Chevalley.

…”Ma allora, Principe perché non accettare?”.
“Abbia pazienza, Chevalley, adesso mi spiegherò; noi siciliani siamo stati avvezzi da una lunga, lunghissima egemonia di governanti che non erano della nostra religione, che non parlavano la nostra lingua, a sé spaccare i capelli in quattro. Se non si faceva così non si scampava dagli esattori bizantini, dagli emiri berberi, dai vicerè spagnoli. Adesso la piega è presa, siamo fatti così. Avevo detto – adesione-, non avevo detto – partecipazione-. In questi sei ultimi mesi, da quando il vostro Garibaldi ha posto piede a Marsala, troppe cose sono state fatte senza consultarci perché adesso si possa chiedere ad un membro della vecchia classe dirigente di svilupparle e portarle a compimento. Adesso non voglio discutere se ciò che si è fatto è stato male o bene; per conto mio credo che molto sia stato male; ma voglio dirle subito ciò che lei capirà sa solo quando sarà stato un anno fra noi.
 In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di – fare-. Siamo vecchi, Chevalley, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui noi abbiamo dato il là; noi siamo dei bianchi quanto lo è lei, Chevalley, e quando la regina d’Inghilterra; eppure da duemilacinquecento anni siamo colonia. Non lo dico per lagnarmi: è colpa nostra. Ma siamo stanchi e svuotati lo stesso”.
Adesso Chevalley era turnato. “Ma ad ogni modo questo adesso è finito; adesso la Sicilia non è più terra di conquista, ma libera parte di un libero Stato”.
“L’intenzione è buona, Chevalley, ma tardiva; del resto le ho già detto che in massima parte è colpa nostra. Lei mi parlava poco fa di una giovane Sicilia che si affaccia alle meraviglie del mondo moderno; per conto mio vedo piuttosto una trascinata in carrozzino all’Esposizione Universale di Londra, che non comprende nulla, s’impara di tutto, delle acciaierie di Sheffield come delle filande di Manchester, e che agogna soltanto a ritrovare il proprio dormiveglia fra i cuscini sbavati e l’orinale sotto il letto”.
Parlava ancora piano, ma la mano attorno a San Pietro si stringeva; più tardi la crocetta minuscola che sormontava la cupola venne trovata spezzata.
“Il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i Siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per potar loro i più bei regali; e, sia detto fra noi, ho i miei dubbi che il nuovo regno abbia molti regali per noi nel bagaglio. Tutte le manifestazioni siciliane sono manifestazioni oniriche, manche le più violente: la nostra sensualità è desiderio di oblio, le schioppettate e le coltellate nostre, desiderio di morte; desiderio di immobilità, voluttuosa, cioè ancora di morte, la nostra pigrizia, i nostri sorbetti di scorsonera o di cannella; il nostro aspetto meditativo è quello del nulla che volesse scrutare gli enigmi del nirvana. Da ciò proviene il prepotere da noi di certe persone, di coloro che sono semidesti; da questo il famoso ritardo di un secolo delle manifestazioni artistiche ed intellettuali siciliane: le novità ci attraggono soltanto quando sono defunte, incapaci di dar luogo a correnti vitali; da ciò l’incredibile fenomeno della formazione attuale di miti che sarebbero venerabili se fossero antichi sul serio, ma che non sono altro che sinistri tentativi di rituffarsi in un passato che ci attrae soltanto perché è morto”.
Non ogni cosa era compresa dal buon Chevalley: soprattutto gli riusciva oscura l’ultima frase: aveva visto i carretti variopinti trainati dai cavalli impennacchiati, aveva sentito parlare del teatro di burattini eroici, ma anche lui credeva che fossero autentiche vecchie tradizioni. Disse: “ Ma non le sembra di esagerare un po’, Principe? Io stesso ho conosciuto a Torino dei Siciliani emigrati, Crispi per nominarne uno, che mi son sembrati tutt’altro che dei dormiglioni”.
Il Principe si seccò: “Siamo troppi perché non vi siano delle eccezioni; ai nostro semidesti, del resto, avevo di già accennato. In quanto a questo giovane Crispi, non io certamente, ma lei forse potrà vedere se da vecchio non ricadrà nel nostro voluttuoso torpore: lo fanno tutti. D’altronde vedo che mi sono spiegato male: ho detto i Siciliani, avrei dovuto dire la Sicilia, l’ambiente, il clima, il paesaggio siciliano. Queste sono le forze che insieme e forse più che le denominazioni estranee e gl’incongrui stupri hanno formato l’animo: questo paesaggio che ignora le vie di mezzo fra la mollezza lasciva e l’arsura dannata; che non è mai meschino, terra, terra, distensivo, come dovrebbe essere un paese fatto per la dimora di esseri razionali; questo paese che a poche miglia di distanza ha l’inferno attorno a Randazzo e la bellezza della baia di Taormina; questo clima che c’infligge sei mesi di febbre  a quaranta gradi; li conti, Chevalley, li conti: maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre; sei volte trenta giorni di sole a strapiombo sulle teste; questa nostra estate lunga e tetra quanto l’inverno russo e contro la quale si lotta con minor successo; lei non lo sa ancora, ma da noi si può dire che nevica fuoco come sulle città maledette della Bibbia; in ognuno di quei mesi se un siciliano lavorasse sul serio spenderebbe l’energia che dovrebbe essere sufficiente per tre; e poi l’acqua che non c’è o che bisogna trasportare da tanto lontano che ogni sua goccia è pagata da una goccia di sudore; e dopo ancora le piogge, sempre tempestose, che fanno impazzire i torrenti asciutti, che annegano bestie e uomini proprio lì dove due settimane prima le une e gli altri crepavano di sete. Questa violenza del paesaggio, questa crudeltà del clima, questa tensione continua di ogni aspetto, questi monumenti, anche del passato, magnifici ma incomprensibili perché non edificati da noi e che ci stanno intorno come bellissimi fantasmi muti; tutti questi governi, sbarcati in armi da chissà dove, subito serviti, presto detestati, e sempre incompresi, che si sono espressi soltanto con opere d’arte per noi enigmatiche e con concretissimi esattori d’imposte spese poi altrove: tutte queste cose hanno formato il carattere nostro, che così rimane condizionato da fatalità esteriori che da una terrificane insularità d’animo”.
L’inferno ideologico evocato in quello studiolo sgomentò Chevalley più della rassegna sanguinosa della mattina. Volle dire qualche cosa, ma don Fabrizio era troppo eccitato adesso per ascoltarlo.
“Non nego che alcuni Siciliani trasportati fuori dall’isola possano riuscire a smargarsi: bisogna però farli partire molto, molto giovani; a vent’anni è già tardi: la crosta è fatta: rimarranno convinti che il loro è un paese come tutti gli altri, scelleratamente calunniato; che la normalità civilizzata è qui, la stramberia fuori. ;a mi scusi, Chevalley, mi son lasciato trascinare e la ho probabilmente infastidito. Lei non  è venuto sin qui per udire Ezechiele deprecare le sventure di Israele. Ritorniamo al nostro vero argomento: sono molto riconoscente al governo di aver pensato a me per il Senato e la prego di esprimere questa mia sincera gratitudine; ma non posso accettare. Sono un rappresentante della vecchia classe, inevitabilmente compromesso col regime borbonico, ed a questo legato dai vincoli della decenza in mancanza di quelli dell’affetto. Appartengo ad una generazione disgraziata, a cavallo fra i vecchi tempi e i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non ha potuto fare a meno di accorgersi, sono privo di illusioni; e che cosa se ne farebbe il Senato di me, di un legislatore inesperto cui manca la facoltà di ingannare sé stesso, questo requisito essenziale per chi voglia guidare gli altri? Noi della nostra generazione dobbiamo ritirarci in un cantuccio e stare a guardare i capitomboli e le capriole dei giovani attorno a quest’ornatissimo catafalco. Voi adesso avete appunto bisogno di giovani, di giovani svelti, con la mente aperta al come più che al perché, e che siano abili a mascherare, a contemperare volevo dire, il loro preciso interesse particolare con le vaghe idealità pubbliche”. Tacque , lasciò in pace San Pietro. Continuò: “Posso permettermi di fare a lei un consiglio da trasmettere ai suoi superiori?”.
“Va da sé, Principe; esso sarà certo ascoltato con ogni considerazione; ma voglio ancora sperare che invec di un consiglio vaglia darmi il suo assenso”.
C’è un nome che io vorrei suggerire per il Senato: quello di Calogero Sedara. Egli ha più meriti di me per sedervi: il casato, mi è stato detto, è antico o finirà per esserlo; più che quel che lei chiama il prestigio egli ha il potere; in mancanza di meriti scientifici ne ha di pratici, eccezionali; la sua attitudine durante la crisi di maggio più che ineccepibile è stata utilissima : illusioni non credo che abbia più di me, ma è abbastanza svelto per sapere crearsele quando occorra. E’ l’individuo che fa per voi. Ma dovete far presto, perché ho inteso dure che vuol porre la propria candidatura alla Camera dei deputati”…
“Principe, ma è proprio sul serio che lei di rifiuta di fare il possibile per alleviare, per tentare di rimediare allo stato di povertà materiale, di cieca miseria morale nelle quali giace questo che è il suo stesso popolo? Il clima si vince, il ricordo dei cattivi governi si cancella, i Siciliani vorranno migliorare; se gli uomini onesti si ritirano la strada rimarrà libera alla gene senza scrupolo e senza prospettive, ai Sedara; e tutto sarà di nuovo come prima per altri secoli. Ascolti la sua coscienza Principe, e non le orgogliose verità che ha detto. Collabori”.
Don Fabrizio gli sorrideva, lo prese per la mano, lo fece sedere vicino a lui sul divano: “ Lei è un gentiluomo, Chevalley, e stimo una fortuna averlo conosciuto; lei ha ragione in tutto; si è sbagliato soltanto quando ha detto: “i siciliani vorranno migliorare”. ….” I Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti; la loro vanità è più forte della loro miseria; ogni intromissione di estranei sia per origine sia anche, se Siciliani, per indipendenza di spirito, sconvolge il loro vaneggiare di raggiunta compiutezza, rischia di turbare la loro compiaciuta attesa del nulla; calpestati da una decine di popoli differenti, essi credono di avere un passato imperiale che da loro diritto a funerali sontuosi. Crede davvero lei, Chevalley di essere il primo a sperare di incanalare la Sicilia nel flusso della storia universale? Chissà quanti imani musulmani, quanti cavalieri di Re Ruggero, quanti scribi degli Svevi, quanti baroni angioini, quanti leghisti del Cattolico hanno concepito la stessa bella follia; e quanti vicerè spagnoli, quanti funzionari riformatori di Carlo III: E chi sa più chi siano stati? La Sicilia ha voluto dormire, a dispetto delle loro invocazioni; perché avrebbe dovuto ascoltarli se è ricca, se è saggia, se è civile, se è onesta, se è da tutti ammirata e invidiata, se è perfetta in una parola?
“Adesso anche da noi si va dicendo in ossequio a quanto hanno scritto Proudhon e un ebreuccio tedesco del quale non ricordo il nome, che la colpa del cattivo stato delle cose, qui come altrove, è del feudalismo; mia cioè, per così dire. Sarà. Ma il feudalismo c’è stato dappertutto, le invasioni straniere pure. Non credo che i suoi antenati Chevalley, o gli squires inglesi o i signori francesi governassero meglio sei Salina. I risultati intanto sono diversi. La ragione della diversità deve essere in quel senso di superiorità che barbaglia in ogni occhio siciliano, che noi stessi chiamiamo fierezza, che in realtà è cecità. Per ora, per molto tempo, non c’è niente da fare. Compiango; ma in via politica, non posso porgere un dito. Me lo morderebbero. Questi sono discorsi he non si possono fare ai Siciliani: ed io stesso, del resto, se queste cose le avesse dette lei, me ne sarei avuto a male”.
L’indomani mattina presto Chevalley ripartì e a Don Fabrizio, che aveva stabilito di andare a caccia, riuscì facile accompagnarlo alla stazione di posta. Don Ciccio Tumeo era con loro e portava sulle spalle il doppio peso dei due fucili, il suo e quello di Don Fabrizio; e dentro di sé la bile delle proprie virtù conculcate.
Intravista nel livido chiarore delle cinque e mezzo del mattino, Donnafugata era deserta e appariva disperata. Dinanzi a ogni abitazione i rifiuti delle mense miserabili si accumulavano lungo i muri lebbrosi; cani tremebondi li ramestavano con avidità sempre delusa. Qualche porta era già aperta ed il lezzo dei dormienti accumulati dilagava nella strada; al barlume dei lucignoli le madri scrutavano le palpebre tracomatose dei bambini: esse erano quasi tutte in lutto e parecchie erano state le mogli di quei fantocci sui quali s’incespica agli svolti nelle trazzere. Gli uomini, abbrancato lo zappone, uscivano per cercare chi, a Dio piacendo, desse loro lavoro; silenzio atono o stridori esasperati di voci isteriche; dalla parte di Santo Spirito l’alba di stagno cominciava a sbavare sulle nuvole plumbee.
Chevalley pensava: “Questo stato di cose non durerà; la nostra amministrazione nuova, agile, moderna, cambierà tutto.” Il Principe era depresso: “ Tutto questo non dovrebbe poter durare; però durerà, sempre; il sempre umano, beninteso, un secolo, due secoli…; e dopo sarà diverso, ma peggiore. Noi fummo i Gattopardi, i Leoni: chi ci sostituirà saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti, gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra”.
Si ringraziarono scambievolmente si salutarono. Chevalley s’inerpicò sulla vettura di posta, issata su quattro ruote color di vomito. Il cavallo, tutto fame e piaghe, iniziò il lungo viaggio.
Era appena giorno; quel tanto di luce che riusciva a trapassare il coltrone di nuvole era di nuovo impedito dal sudiciume immemoriale dei finestrini. Chevalley era solo: fra urti e scossoni si bagnò di saliva la punta dell’indice, ripulì un vetro per ampiezza di un occhio. Guardò: dinanzi a lui, sotto la luce di cenere, il paesaggio sobbalzava, irredimibile.