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venerdì 19 luglio 2019

L'APE REGINA


“Come api attorno al miele. Perché le api sono così attratte dal miele, dato che lo producono? Potrebbe essere solo vanità.” 
Simon Murrey
A pensarci bene il mondo delle api è davvero affascinante. Volano di qua e di là, non temono il caldo, il vento…vanno veloci e certe verso i fiori. Leggere, quasi invisibili, stanno attente a tornare con tanto nettare offerto da quei fiori ignari. Lavorano tanto, alcune sono anche più attive, tornano all’alveare per soddisfare le esigenze dell’ape regina, che si sollazza della sua maestosità, ben nascosta e protetta. Lei, in effetti, ha un grande compito, quello di addestrare il suo esercito gioioso per produrre quanto più miele possibile. Le guarda, controlla ogni movimento delle piccole api ma resta lì, ferma, gloriandosi della sua stessa natura che l’ha voluta regina, “come api attorno al miele” appunto.
Vanno e vengono le altre, in modo meccanico fanno quello che la loro regina si aspetta. Non possono trasgredire, non è neanche nella loro natura, come soldatini ben addestrati, ogni giorno per loro è tempo di rendere omaggio all’ape regina. Mute, si aggirano affannosamente nel tentativo anche di essere scelte. Sì, perché tra le prerogative che ha l’ape regina, c’è quella di sceglierne una per farla diventare il suo pupillo. Si chiama fuco l’ape che sarà scelta e che diventerà la stella nascente del regno della regina. Al fuco, anche le altre api si sottomettono, in linea perfetta con il sentimento d’inferiorità che le lega all’ape regina.
L’ape regina non ha occhi che per il suo fuco, lo fa nutrire bene, riposare, lo allieta con le sue gesta affettuose. “Una vita meravigliosa” pensa il fuco che si lascia prendere sempre più, dalle avances della sua regina. Il fuco pensa così di essere ormai salvo, di avere ottenuto tutto quello che desiderava. Come negli uomini, quando arriva l’agognato benessere, qualcuno si rilassa e allora cosa succede? Quando il fuco ormai è certo che occuperà il posto della sua regina, anche perché lei glielo ha fatto credere, essa lo uccide senza pensarci, dicono anche sia una morte atroce. Essa, senza alcun sentimento, smette di amarlo, di coccolarlo e lo uccide violentemente. “Nessuno può pensare di occupare il mio posto, che sia di esempio per tutte quello che ho fatto al fuco” dice alle altre impaurite e tremanti di paura.
Se solo le api capissero che non di solo miele di vive, la storia sarebbe diversa.
Il mondo delle api è sempre più simile a certi uomini e ai loro gesti, è affascinante e ci insegna a osservare più attentamente certi Api Regine piene di vanità e standone attenti per prenderne le distanze.






lunedì 15 ottobre 2018

Risate di gusto



“Quando il sole della cultura è basso, i nani hanno l’aspetto di giganti”.
Karl Kraus
Strani tempi, pieni di odio e rancore. Dialoghi che esistono solo sui social a uso e consumo di chi il tema non sa neanche cosa sia ma, accusa e mortifica ancora. Serve sempre un capro espiatorio pronto a immolare sull’altare il cattivo di turno contro l’inadeguatezza e la mediocrità di certa politica.
Diritti umani barattati a favore dei voti di personaggi più scuri che chiari che, ne siamo certi, non decifrano neanche l’italiano.
Sindaci onorati da tutto il mondo, nel nostro caso anche copiati da certi asini, sbandierati come merce da mercato, da un governo urlatore.
Assistiamo inerti al cambiamento dei diritti umani e culturali che i nostri genitori ci hanno insegnato.
La precarietà che c’è stata data in dote, mette in discussione sempre tutto ma, senza affrontare nessuna discussione. Una politica che non ha nulla raccontare, che non si confronta, priva d’idee, che usa, come nel nostro caso, il consiglio comunale, (vedi Consiglio comunale sul tema della raccolta differenziata), solo come strumento per prendere tempo, senza assumersi la responsabilità di una scelta. Una politica che non sa cosa sia il coraggio si nutre giorno dopo giorno solo di Risate di gusto. Appunto nessun tema, nessuna dialettica, solo panini e bevande e risate che non fanno ridere nessuno. E’ questo dunque il tempo che meritiamo? Se c’è una colpa che ha commesso la nostra generazione, è proprio quello di avere alimentato questa deriva.
Oggi per questo motivo, abbiamo bisogno di tutti quelli che nel passato hanno saputo segnare la differenza. Abbiamo bisogno dei loro esempi, del loro lavoro e della loro testimonianza. Abbiamo bisogno di menti superiori che ci insegnino la strada che abbiamo perso o che a fatica cerchiamo di fare in questo guazzabuglio di risate.
Noi non abbiamo nulla da ridere, facciamo con fatica cultura in questo paese che vive, ormai da tempi, solo di raduni e sagre di piazza, sponsorizzando solo cibo di strada, di cui per altro, Castelbuono non è mai stata testimone.
Abbiamo bisogno che emerga la cultura vera, fatta d’insegnamenti solidi e diritti civili veri, che non sia strombazzata dalla pagina Facebook del Comune, che sembra più la pagina di una radio di provincia che quella di un’Istituzione.
Agli intellettuali chiediamo di afferrarci per mano, di strigliarci se abbiamo permesso questo, se abbiamo dimenticato l’associazionismo per valorizzare l’individualismo.
Abbiamo bisogno di essere capiti e compresi, abbiamo bisogno, in definitiva, che il pensiero si faccia presente e pressante contro chi, oggi, continua a sponsorizzare solo risate di gusto, sperando che non siano indirizzate a noi.






lunedì 13 agosto 2018

L'assente


 Questa è tradizione, la parola tradizione viene dal latino tradere, significa tramandare/consegnare quindi oggi ai giovani, ai ragazzi ai bambini è consegnato questo tesoro che è la devozione a sant’Anna”.
Discorso del Vescovo Mons. Marciante alla comunità di Castelbuono
Tum, tum, tum…inizia presto la festa, la mattina del 22 luglio, alle prime luci del giorno, “i Maschiati” ci svegliano per dirci che la festa è iniziata. Santa Maddalena apre la “fera”, voluta dai Ventimiglia tanti secoli fa. Dentro il Castello è tutto una tempesta di riti sacri e devoti ad Anna. Aprite il portone centrale, chiudete la biglietteria, non si paga biglietto in quei giorni. D’altronde la devozione non ha prezzo. Mettete il tavolino dietro il portone centrale e che inizi la raccolta per la festa. Sali su, chiudi le porte, apri le finestre. Attenti ai bambini che non se infilino nell’inferriata, pulite la Sacra Cappella, il mattino presto c’è la prima messa e iniziano ad arrivare i fedeli. Già i fedeli, quelli che non si stancano mai, quelli che vengono più volte al giorno per stare lì anche in silenzio, lì accanto a lei. Mi raccomando i cordoni, non facciamo che passino dietro, dove non si può. Il balcone della Sacrestia deve rimanere aperto perché si possa ammirare il magnifico panorama che hanno scelto di farci vedere secoli fa i Ventimiglia. E’ arrivato il frigorifero che servirà a tenere fresca l’acqua per tutti i volontari del Comitato di Sant’Anna, è una fatica ma mattetelo nelle carceri. Alle 19.00 chiudete le porte del Museo, si va solo su in cima nella Sacra Cappella. La sera accendete presto le luci, ci sono i Vespri, quelle preghiere sussurrate al tramonto che è uno spettacolo ascoltare. E’ il venticinque finalmente esce, ed è esposta, dopo un anno era ora, l’abbiamo attesa tanto. Tac, tac, tac.  sette volte, in un silenzio irreale. I turisti si affollano, i devoti hanno l’atteggiamento della commozione e della fierezza insieme. Per questo li distingui, guardano la loro nonna con occhi diversi dagli altri. Sali, scendi, mille volte le scale, mille botti e tum, tum, tum è mezzogiorno, e poi di nuovo tum, tum, tum è l’imbrunire. La vita, il tempo sono scanditi dai colpi di cannone, come nelle feste che si rispettano. Sali e scendi mille volte e non senti la stanchezza. Il ventisette, chiusi a doppia mandata dentro la Sacra Cappella, il Presidente del Comitato di Sant’Anna, il Direttore del Museo Civico e qualche volontario del Comitato, cuciono finalmente l’oro e preparano con attenzione la Cappa dorata del Sacro Reliquario. Poi scende, bellissima, austera, brillante ed è commozione per tutti, si piange, si ride, si alzano le braccia al cielo, si prega il Rosario in dialetto antico, si abbellisce la Vara che la porterà il giro per la gioia di tutti. Ci sono da preparare le candele, centinaia e centinaia per tutti i confrati e tutti coloro che parteciperanno alla Solenne processione. Un turbinio continuo la festa dentro il Castello, che chi non l’ha mai vissuta, non può comprendere o forse sapere. Un lavoro enorme, massacrante perché tutto sia rispettato, onorato com’è giusto che sia. Un lavoro che va Diretto, governato nei minimi dettagli. Peccato che chi avrebbe dovuto dirigerlo non c’è stato, neanche quando, per quel terribile vento di tramontana che si è alzato nelle notti scorse, creando una forte corrente, ha distrutto le lampadine, (speriamo solo quelle) dei bellissimi lampadari della Cappella. Ora, e sappiamo di non essere fuori da coro, chi avrebbe dovuto, per contratto di lavoro e per rispetto istituzionale, essere presente e lavorare a tutto quello che in poche righe abbiamo raccontato, non solo ha fatto un torto ai presenti che non si sono risparmiati, ma anche a tutti i cittadini di Castelbuono, considerato che ruolo ricopre e perché. Siamo consapevoli che, le istituzioni si onorano solo se si onorano i cittadini. Tutto il resto è manifesto estetico, giusto per occhi di chi guarda l’’ultima sera la solenne Processione. Manifesto estetico che, certamente non passerà alla storia e non farà tradizione, come ci ha magnificamente ricordato il vescovo.




venerdì 20 luglio 2018

La palla


“L'uomo che si lamenta del modo in cui la palla rimbalza è probabilmente quello che l'ha fatta cadere.” 
Lou Holtz
Da circa un anno assistiamo a una preoccupante assenza di dialettica politica, culturale e sociale che ha ridotto a lume di candela il dibattito pubblico. Assente, ormai da qualche tempo, qualsiasi tema propagandato in campagna elettorale, riguardante grandi progetti, meravigliose visioni, enormi sogni…che mai si sono realizzati, e non solo nell’ultimo anno.
Il dibattito, invece, è tra due competitor che evidentemente peccano in due cose: non avere capito che la campagna elettorale è finita da un pezzo e seconda cosa non avere capito i ruoli che ricoprono.
Siamo ormai abituati a una mancanza istituzionale che ha avvilito il clima politico e sociale della nostra amata Italia, ma qui le cose non vanno meglio.
Post su facebook avvelenati e privi, non solo di sintassi, ma anche di rispetto, si rincorrono in continuazione esasperando, non solo i temi che non sono spiegati per quello che sono, ma anche i toni e le intenzioni.
Come il gioco della palla, qualcuno non fa altro che lanciarla, ora a te, ora a me, prima c’eri tu, ora non ci sono io ecc.…è tutto un susseguirsi di rimpalli verbali, di accuse personali, di antipatie portate all’ossimoro. E i temi? E i cittadini che hanno coccolato in campagna elettorale promettendo quei sogni appunto di cui si diceva prima? Anche l’aumento del pane diventa tema per attacchi e insinuazioni, mai quello della benzina che a Castelbuono è diventato vergognoso. E mentre la cronaca locale, ci preoccupa per quello che sta accadendo ai nostri giovani, alle donne, ai bambini indifesi, la politica fa scena nelle piazze, nelle feste e nell’imminente estate che, ovviamente, tutti ci invidieranno. (sic!)
Sarebbe ora di smetterla, di mettersi dentro le cose, di studiare, di avere rispetto, di finirla nel cercare pretesti inutili, anche perché non ci sono più alibi, per due ragioni. Chi oggi è all’opposizione non si può dire ignaro di quanto accaduto nel passato. Fa specie pensare che a qualcuno dia fastidio l’aumento del biglietto del Museo Civico, quando l’ha amministrato, sempre nel passato, senza alcun rispetto per l’Istituzione e in modo leggero.  Sempre le carte parlano, no vox populi, come fa qualcuno. O cadere dal pero per la questione Teatro le Fontanelle, o la vergona assoluta della frana della via Tenente Ernesto Forti. Al contrario chi oggi amministra, invece di tirare sempre in ballo il predecessore, dovrebbe dirci come intende risolvere i veri problemi di questo paese. No. Il pane, oggi conta di più, fingendo un’inutile vicinanza ai cittadini, tirando fuori crisi economiche e storture populiste varie.
Sarebbe opportuno, capire a questo punto chi ha fatto cadere la palla, chi ha iniziato il rimbalzo, intanto noi aspettiamo che ci sia finalmente una dialettica vera, intelligente e profonda.




lunedì 19 giugno 2017

CASTELBUONO E’ LIQUIDA



 
“Se oggi si può ancora parlare di «rivoluzioni» lo si può fare solo a posteriori – quando, guardando indietro, ci rendiamo conto che si sono accumulati tanti cambiamenti piccoli e apparentemente insignificanti, ma sufficienti a produrre una trasformazione qualitativa, e non solo incrementale, della condizione umana. Privata dei suoi originari referenti, l’idea di «rivoluzione» è stata banalizzata: la usano e ne abusano quotidianamente gli autori di spot pubblicitari, per presentare come «rivoluzionario» ogni prodotto «nuovo e migliorato».” 

Z. Bauman

La campagna elettorale è finita, portando via con sé speranze, certezze, delusioni, soddisfazioni e lacerazioni. Sentimenti diversi hanno agitato i movimenti politici, prima, durante e dopo.

Sono stati mesi intensi, lunghe notti a pensare strategie, a incontrare i cittadini, a scrivere, pensare e riordinare le idee per il futuro. E’ stato un tempo lungo per la voglia di credere che Castelbuono potesse cambiare davvero, che fosse finalmente arrivato il tempo del nuovo, al contrario è stato un tempo breve per i toni che hanno condizionato tutta la campagna elettorale.
A differenza di molti, non abbiamo scritto nulla il giorno dopo l’esito elettorale, perché abbiamo voluto attendere, meditare, riflettere…E’ bastato poco per decidere di scrivere questo pezzo, è bastato, infatti, andare a rileggere quello che nei mesi precedenti avevamo scritto. Tutto molto prevedibile.
Una campagna elettorale, agitata da una parola che ne ha fatto da filo conduttore: tradimento.
Iniziò tutto da un tradimento, prima umano poi politico; traditi, sono stati i militanti, traditi coloro i quali volevano il cambiamento e non la restaurazione. Traditi amici che sono stati messi alla berlina da chi ha deciso di sostenere candidati insostenibili. Tradito, è stato il futuro preferendogli il passato. Un mancato ricambio generazionale, non voluto dai tanti che democraticamente hanno eletto l’uomo forte e non il cambiamento. Deliri dai comizi contro gli uomini e non contro gli avversari politici; attacchi personali e non alle idee, poche in verità ne abbiamo sentite; dicono solo che il leader che ha paura della testa parla alla pancia dei cittadini, ai loro bisogni. Castelbuono è come un corpo umano, in cui i pensieri non bastano a governare gli istinti. Allora la restaurazione, li favorisce, li corteggia, li incoraggia, come humus della sua azione politica vincente. La paura prende alla pancia, come un pugno non alla testa; la paura è male fisico, il leader lo sa, e spinge quel pugno, con un sorriso imbonitore, agitando dal palco accuse e toni da stadio. Il leader che vince senza compagni, che abbraccia uomini che non hanno nulla a che vedere con la sua storia, rinuncia definitivamente al ruolo di padre “nobile” per ricoprirne un altro, meno politico, molto tattico, autoreferenziale e, dunque, spudoratamente populista. Abbiamo sempre difeso la democrazia, non solo quella delle primarie, e anche oggi lo faremo, il leader ha vinto e quindi merita di governare. Quello che ci preoccupa è però il clima che si è istaurato a Castelbuono; dopo la vittoria, i vincitori non hanno fatto altro che aggredire e prendersi beffa dei vinti. Con un crescendo di parole, post, atteggiamenti; i vinti, da parte loro, hanno risposto con altrettanta veemenza alle aggressioni verbali, neanche fossero una corazzata, contro gli altri. L’hanno fatto  in campagna elettorale quando hanno attaccato le persone e non i politici. Sembrano essere svaniti nel nulla i principi basilari di una comunità: la solidarietà, il rispetto verso l’altro, il riconoscere le competenze e le appartenenze; questo disconoscimento continuo, rende Castelbuono liquida, come l’acqua che prende la forma del contenitore in cui si trova, senza  fare opposizione…liquido che scivola via senza attrito, così la moltitudine si fa portare ora a destra ora a sinistra, tanto non cambia nulla…
Incoerenze, finzioni, tatticismi, amici che si sono rivelati peggiori dei nemici, sorrisi ingannevoli, maschere, tutte, avrebbe detto Pirandello. Maschere che hanno avuto in testa solo la vittoria di uno contro il modello di un rinnovamento di tanti. Contro l’idea che anche altri sono capaci di fare politica, e invece no, l’ego ha vinto sui molti, l’arrivismo sulle idee, i veti sulle persone. Chi vince, in democrazia deve legittimamente governare, e dovrebbe farlo con i “compagni”, con chi ha valori, ideali e progetti di politica amministrativa-gestionale da condividere …Castelbuono merita in fin dei conti questo esito, lo merita perché da dieci anni ha smesso di interessarsi della politica, lo merita perché il livello culturale e civico relativo al bene comune si è inabissato per rincorrere l’interesse personale. Lo merita perché l’unico partito strutturato ha dimostrato di avere i piedi di argilla e di subire ancora la sudditanza del leader, che prima se ne va, poi piazza i suoi, poi li toglie…una politica che assomiglia sempre più a Monopoli o a Risiko!
Le rivoluzioni per essere compiute hanno bisogno di tempo, esse però sono rivoluzioni anche quando invece di andare avanti tornano indietro. Castelbuono ha dimostrato di avere perso di vista la sua castelbuonsità, quel senso di appartenenza, quel senso di Comunità, perché i vincitori non salutano più neanche i vinti. Non osiamo pensare cosa diranno di queste nostre righe… Dovrebbero sapere però che quella democrazia che loro sbandierano secondo i casi, permette a chiunque di esprimere ogni  diritto di critica. E noi lo abbiamo sempre fatto e continueremo.
Ed è questo il dato più importante, Castelbuono non è pronta a cambiare, a chiudere il libro per scriverne uno nuovo. Ha, invece, ancora bisogno dell’uomo forte che risolve i problemi, che sa rispondere all’avversario tuonando e non ragionando. Ha bisogno ancora di contraddizioni, di non trovare spiegazioni ai tradimenti, ai volta gabbana, agli amici che deludono e non rispondono più.
Ha bisogno di non entrare nelle cose, di sentirsi abbastanza distante per non assumersi la responsabilità.
Un paese diviso, lacerato, forse anche umiliato che però è connivente con lo stato delle cose.
Governeranno ed è giusto che sia così, ma non necessariamente stavolta dobbiamo aspettare cinque anni per giudicare. Li conosciamo, sono un libro aperto, mosse, parole, tattiche…
Noi pensiamo al contrario, che avere idee diverse, dimostrare senso critico sia il sale vero della democrazia,  dell’azione e della crescita umana.
 Essere in disaccordo, avere lo scontro tra diverse opinioni, tra diverse visioni del giusto, dell'ingiusto, e così via, è quello che avremmo voluto come confronto politico e auspichiamo che sempre ci possa essere.
Vi lasciamo con una frase di Bauman che rende bene quello che pensiamo…e che è solo rimandato…
“Nell'idea dell'armonia e del consenso universale, c'è un odore davvero spiacevole di tendenze totalitarie, rendere tutti uniformi, rendere tutti uguali. Alla fine questa è un'idea mortale, perché se davvero ci fosse armonia e consenso, che bisogno ci sarebbe di tante persone sulla terra? Ne basterebbe una: lui o lei avrebbe tutta la saggezza, tutto ciò che è necessario, il bello, il buono, il saggio, la verità. Penso che si debba essere sia realisti che morali. Probabilmente dobbiamo riconsiderare come incurabile la diversità del modo di essere umani”
Castelbuono ha  ancora tanta strada da fare e ha bisogno di tanto coraggio per scrivere ancora… perché siamo sempre più consapevoli che certi valori non cambiano con il tempo. Rimangono alla base del nostro vivere quotidiano e di una società. In qualunque epoca. A maggior ragione, oggi, in cui molti “ideali” sembrano sbiadirsi perché giudicati meno importanti o vengono sostituiti da pericolosi rigurgiti populisti, abbiamo bisogno di persone intellettualmente oneste e corrette che dimostrino con il loro esempio che i valori etici e culturali sono fondamentali per poter sostenere e far andare avanti una società civile.




 




giovedì 23 febbraio 2017

Il precedente


 

“Colui che fece per viltà il gran rifiuto”

Dante  Alighieri,  Inferno III canto

Difficile in questi giorni non pensare a quanto la storia e la letteratura ci vengano in soccorso per decifrare quanto sta succedendo. Difficile ancora è credere che, tra le pieghe della realtà, non si celi qualcosa di pericoloso. Non siamo stupiti della decisione del “Già visto” a candidarsi per la poltrona di sindaco, lo abbiamo scritto mesi fa, era nelle cose, nel suo carattere autoreferenziale, giungere a questo risultato. Conosciamo la storia politica di questo paese, ne conosciamo gli attori, i passaggi, le fasi drammatiche che hanno condotto a quanto sta avvenendo. In politica, così come nella vita, bisogna avere la memoria lunga e non dimenticare volutamente, ma ricordare per migliorare. Oggi, al contrario, assistiamo a un’involuzione. Il “Già visto”, grida dal palco la parola “Compagni” nei confronti di quelli cui sta tendendo la trappola, li invita a una riflessione che lui ha “Già rivisto”, li scuote a suo dire, perché loro avranno le regole democratiche, ma lui ha la società civile. Le regole appunto, quelle tanto maltrattate da chi oggi amministra,  sono definitivamente surclassate dalla autoreferenzialità di chi crede che da solo, possa vincere. Il Metodo, quello che dà valore al merito, da lui prima condiviso, viene  messo da parte, superato dagli eventi, dalle firme richieste e non raccolte a furor di popolo (quale popolo?). Si sottrae dunque alla democrazia interna per “applicarne”  qualche altra pro domo propria. Con lui si vince, non con le scelte democratiche. Lui ha le idee, gli altri no. Pur di vincere va con chi non gli è stato mai Compagno, con chi non ha nulla a che vedere con la sua storia, con chi, non ha altro interesse che salire sull’eventuale (pensano!) carro del vincitore. Crea il precedente dunque, da questo momento in poi non avrà più senso avere regole, avere un progetto, rispettare i passaggi, perché basterà assoldare qualcuno, raccogliere delle firme e il gioco è fatto. Tutto e il contrario di tutto, purché si  vinca, purché sia lui a vincere.  Non c’è più una strada da percorrere insieme con chi condivide, democraticamente, le  stesse idee per la realizzazione di un progetto politico, ma vincere. Sembra quasi di assistere alla “performance” di un novello grillino, contrario per definizione a tutto, purché si vinca, purché si rompa. Ecco, ha rotto con quel movimento che lo ha deluso, che non è stato subordinato a lui. Ci chiediamo: finché era il candidato sindaco del coordinamento, le regole andavano bene? Il movimento era giusto e corretto? Finché c’è stata quella sudditanza atavica che ha investito il centrosinistra in questo paese, andava tutto bene? Si scaglia contro il partito democratico, provocando anche una pantomima grottesca, nell’illusione, forse, di convincere i più “resistenti”  a credere che i partiti siano il male oscuro. Se la prende con  quelli che chiama ancora spudoratamente compagni, mentre si fa coccolare da chi gli è stato sempre contro. Si bea di essere incontrollabile, si gloria di un passato amministrativo a cui in tanti hanno partecipato, non solo lui. Ritiene di essere la luce alla fine del tunnel, è l’aurora boreale, quella chimera che tutti aspettano. Tutti chi? Fuggire dai 43 e abbracciare i 723 è quello che lo metterà probabilmente ai margini. Chi fugge e non combatte, chi si allontana e non accetta le “regole democratiche” si getta con tutto se stesso verso l’ignoto. Grida dal palco e lo fa con il piglio dell’uomo politico che non si arrende e macina tutti, offende la dignità altrui, ”con lui si vince con lei no”.  Inveisce contro il candidato designato, dicendo subito però che ne ha grande stima. Si arrampica sugli specchi cercando una giustificazione che non ha presa nella piazza che ascolta. Il sogno che ha sempre in mente è solo suo, crede che quella folla fosse lì per acclamarlo, non per ovvia curiosità. Pochi quelli che alla fine si congratulano, per lo più “ex altrui”, oggi folgorati dal “Già visto”.  Gli “ex Compagni” da una parte, gli avventori con le lacrime agli occhi, dall’altra. Come Celestino V che fece per viltà il gran rifiuto. Rifiuta la democrazia, rifiuta di assumersi la responsabilità che l’assemblea gli ha affidato, quella di mettersi al servizio della Comunità e non del proprio Io. Da ex compagno, lui non gli altri, va veloce altrove. Non ammetterà mai che quel sogno che racconta sempre era talmente debole che oggi, di tutto il lavoro svolto negli anni, non ne è rimasto quasi  nulla. Si dice lacerato, combattuto e, con fare compiaciuto, ripete che:  lui non può abbandonare il “popolo“ che gli ha  affidato questa grande responsabilità”. Si arrampica, cade, dice tutto e il contrario di tutto. Sostiene che tanti processi devono essere governati, ribadisce che da via Sant’Anna bisogna uscire per fare rinascere Castelbuono. Fa serpeggiare l’idea che un “impegno così gravoso” non può essere svolto  da una donna già occupata a lavare, stirare, dedita alla  famiglia, che non può avere tempo per la politica. Serve un uomo, l’Uomo di esperienza.  Cerca appigli, si gira, si dimena, fa un cerchio con le mani, non indica ma addita con le parole. Lui che in Piazzetta è cresciuto e che in Piazza Margherita ha governato, richiama la piazza che non lo va a salutare ma, che lo guarda con gli occhi di chi ha “già visto” queste scene.  Tenta di far presa sulla sua popolarità che lo metterà al riparo dagli avversari, convinto che solo con quella i giochi sono fatti. Dimentica volutamente che, a “segnare la differenza” non sarà la gente  che riempie la piazza per ovvia curiosità, ma quella che si sentirà coinvolta a partecipare ad un progetto politico  di rinascita seria per Castelbuono. A nostro parere Il “Già visto” è andato davvero oltre; oltre l’amicizia, oltre quegli uomini e donne che evoca sempre come scelti da lui, inventati quasi dal suo genio politico. E’ andato oltre le regole, la democrazia, l’appartenenza. E’ andato oltre il rispetto della sua stessa storia politica.

martedì 21 giugno 2016

L’interrogazione popolare



Alexander Dubcek

E’ Giugno ed è tempo di esami. Ogni anno questo è il periodo in cui i nostri ragazzi sono esaminati per il lavoro che hanno svolto con i loro insegnanti. I professori hanno presentato un programma, l’hanno svolto e gli studenti l’hanno studiato. I più bravi saranno promossi e potranno continuare il loro percorso di studi. Ci piace pensare che anche la politica possa andare alla prova degli esami. Essa ha presentato un programma sulla base del quale è stata eletta a governare. Sono passati degli anni, sarebbe opportuno che si facesse il Bilancio sociale di cosa è stato fatto e di quello che si è perso per strada. Non un elenco ma cose vere, concrete per comunicare ai cittadini la verità. Oggi, invece, continuano a dirci che soldi non ce ne sono, vero anche questo, negli ultimi dieci-quindici anni, diciotto miliardi di tagli agli Enti locali (Fonte Anci) non sono bruscolini, però, alzano le tasse, fanno gli eventi, si continua a spendere. La domanda è: si fa in base al programma, o com’è percepito, lo stesso è messo di lato il giorno dopo le elezioni? Anche l’opposizione dovrebbe esporre in modo trasparente il percorso che ha fin qui fatto. Non servono al momento comizi, non servono dibattiti nelle pubbliche piazze. Quello della politica si è ridotto a invettive personali e polemiche inutili. La politica che non sa rispondere si ciba di questo corto circuito. Cambia argomento, indirizza l’attenzione su altro, non sul suo lavoro. Per questo è sempre colpa di qualcun altro se le cose non si sono fatte. Non siamo stupidi. C’è bisogno di capire, è la politica che ha a cuore il Bene Comune e il rispetto delle Istituzioni che deve dettare i temi e dare le risposte. Solo se lo fa, il cittadino sarà in grado di fare le sue valutazioni, chiedere nello specifico se è solo questione di soldi o di volontà e programmazione. Sarebbe bella una democrazia partecipata, sarebbe bello un confronto come fanno le democrazie anglosassoni. E allora, fatevi avanti diteci quello che avete fatto fin qui. Noi staremo attenti, faremo la parte dei curiosi che vogliono sapere. Vi faremo tante domande, non vi faremo sconti. Anche i più distratti, se la politica li va a prendere uno a uno a casa non potranno fare finta di nulla. E’ l’interrogazione popolare, la via della trasparenza. Non andate alle elezioni sordi e tronfi, avete molto da fare. C’è un tessuto sociale distaccato dalla Cosa pubblica che va ricreato. Lo dimostrano le piazze deserte e la lontananza dei cittadini da quello che dite ogni volta. Sempre le stesse cose, sempre i soliti scarica barile. Oh, lo sappiamo, anche noi avremmo dovuto fare di più, avremmo dovuto essere più attenti, seguire i consigli comunali, leggere i documenti all’Albo pretorio. Siete proprio sicuri che non lo abbiamo fatto? La politica che si sottrae al confronto, non è sicura di se, fugge, si nasconde, fa si che si crei quella cappa per cui, è meglio non esporsi. Non ci piace questo clima, siamo per la partecipazione consapevole. Adesso, finite di fare i compiti, studiate bene, perché il tempo degli esami sta per arrivare.