giovedì 23 febbraio 2017

Il precedente


 

“Colui che fece per viltà il gran rifiuto”

Dante  Alighieri,  Inferno III canto

Difficile in questi giorni non pensare a quanto la storia e la letteratura ci vengano in soccorso per decifrare quanto sta succedendo. Difficile ancora è credere che, tra le pieghe della realtà, non si celi qualcosa di pericoloso. Non siamo stupiti della decisione del “Già visto” a candidarsi per la poltrona di sindaco, lo abbiamo scritto mesi fa, era nelle cose, nel suo carattere autoreferenziale, giungere a questo risultato. Conosciamo la storia politica di questo paese, ne conosciamo gli attori, i passaggi, le fasi drammatiche che hanno condotto a quanto sta avvenendo. In politica, così come nella vita, bisogna avere la memoria lunga e non dimenticare volutamente, ma ricordare per migliorare. Oggi, al contrario, assistiamo a un’involuzione. Il “Già visto”, grida dal palco la parola “Compagni” nei confronti di quelli cui sta tendendo la trappola, li invita a una riflessione che lui ha “Già rivisto”, li scuote a suo dire, perché loro avranno le regole democratiche, ma lui ha la società civile. Le regole appunto, quelle tanto maltrattate da chi oggi amministra,  sono definitivamente surclassate dalla autoreferenzialità di chi crede che da solo, possa vincere. Il Metodo, quello che dà valore al merito, da lui prima condiviso, viene  messo da parte, superato dagli eventi, dalle firme richieste e non raccolte a furor di popolo (quale popolo?). Si sottrae dunque alla democrazia interna per “applicarne”  qualche altra pro domo propria. Con lui si vince, non con le scelte democratiche. Lui ha le idee, gli altri no. Pur di vincere va con chi non gli è stato mai Compagno, con chi non ha nulla a che vedere con la sua storia, con chi, non ha altro interesse che salire sull’eventuale (pensano!) carro del vincitore. Crea il precedente dunque, da questo momento in poi non avrà più senso avere regole, avere un progetto, rispettare i passaggi, perché basterà assoldare qualcuno, raccogliere delle firme e il gioco è fatto. Tutto e il contrario di tutto, purché si  vinca, purché sia lui a vincere.  Non c’è più una strada da percorrere insieme con chi condivide, democraticamente, le  stesse idee per la realizzazione di un progetto politico, ma vincere. Sembra quasi di assistere alla “performance” di un novello grillino, contrario per definizione a tutto, purché si vinca, purché si rompa. Ecco, ha rotto con quel movimento che lo ha deluso, che non è stato subordinato a lui. Ci chiediamo: finché era il candidato sindaco del coordinamento, le regole andavano bene? Il movimento era giusto e corretto? Finché c’è stata quella sudditanza atavica che ha investito il centrosinistra in questo paese, andava tutto bene? Si scaglia contro il partito democratico, provocando anche una pantomima grottesca, nell’illusione, forse, di convincere i più “resistenti”  a credere che i partiti siano il male oscuro. Se la prende con  quelli che chiama ancora spudoratamente compagni, mentre si fa coccolare da chi gli è stato sempre contro. Si bea di essere incontrollabile, si gloria di un passato amministrativo a cui in tanti hanno partecipato, non solo lui. Ritiene di essere la luce alla fine del tunnel, è l’aurora boreale, quella chimera che tutti aspettano. Tutti chi? Fuggire dai 43 e abbracciare i 723 è quello che lo metterà probabilmente ai margini. Chi fugge e non combatte, chi si allontana e non accetta le “regole democratiche” si getta con tutto se stesso verso l’ignoto. Grida dal palco e lo fa con il piglio dell’uomo politico che non si arrende e macina tutti, offende la dignità altrui, ”con lui si vince con lei no”.  Inveisce contro il candidato designato, dicendo subito però che ne ha grande stima. Si arrampica sugli specchi cercando una giustificazione che non ha presa nella piazza che ascolta. Il sogno che ha sempre in mente è solo suo, crede che quella folla fosse lì per acclamarlo, non per ovvia curiosità. Pochi quelli che alla fine si congratulano, per lo più “ex altrui”, oggi folgorati dal “Già visto”.  Gli “ex Compagni” da una parte, gli avventori con le lacrime agli occhi, dall’altra. Come Celestino V che fece per viltà il gran rifiuto. Rifiuta la democrazia, rifiuta di assumersi la responsabilità che l’assemblea gli ha affidato, quella di mettersi al servizio della Comunità e non del proprio Io. Da ex compagno, lui non gli altri, va veloce altrove. Non ammetterà mai che quel sogno che racconta sempre era talmente debole che oggi, di tutto il lavoro svolto negli anni, non ne è rimasto quasi  nulla. Si dice lacerato, combattuto e, con fare compiaciuto, ripete che:  lui non può abbandonare il “popolo“ che gli ha  affidato questa grande responsabilità”. Si arrampica, cade, dice tutto e il contrario di tutto. Sostiene che tanti processi devono essere governati, ribadisce che da via Sant’Anna bisogna uscire per fare rinascere Castelbuono. Fa serpeggiare l’idea che un “impegno così gravoso” non può essere svolto  da una donna già occupata a lavare, stirare, dedita alla  famiglia, che non può avere tempo per la politica. Serve un uomo, l’Uomo di esperienza.  Cerca appigli, si gira, si dimena, fa un cerchio con le mani, non indica ma addita con le parole. Lui che in Piazzetta è cresciuto e che in Piazza Margherita ha governato, richiama la piazza che non lo va a salutare ma, che lo guarda con gli occhi di chi ha “già visto” queste scene.  Tenta di far presa sulla sua popolarità che lo metterà al riparo dagli avversari, convinto che solo con quella i giochi sono fatti. Dimentica volutamente che, a “segnare la differenza” non sarà la gente  che riempie la piazza per ovvia curiosità, ma quella che si sentirà coinvolta a partecipare ad un progetto politico  di rinascita seria per Castelbuono. A nostro parere Il “Già visto” è andato davvero oltre; oltre l’amicizia, oltre quegli uomini e donne che evoca sempre come scelti da lui, inventati quasi dal suo genio politico. E’ andato oltre le regole, la democrazia, l’appartenenza. E’ andato oltre il rispetto della sua stessa storia politica.

sabato 18 febbraio 2017

La sorpresa


“Quando ci si smarrisce, i progetti lasciano il posto alle sorprese, ed è allora, ma solamente allora, che il viaggio comincia”.
Nicolas Bouvier

Alla fine la sorpresa c’è stata, troppo semplice sembrava la Restaurazione contro il Nulla. Banale, tragico come la realtà che stiamo vivendo, il tempo effimero in cui ci hanno trascinato. E invece, quando meno te lo aspetti, qualcuno trova lo spirito giusto, forse anche l’orgoglio per alzarsi e dire finalmente no, ci sono anch’io. Mentre in un’aula il Nostro beveva acqua inquinata per raccogliere e convincere la gente che non era il caso di preoccuparsi del fatto che non sa governare, nell’altra aula si consumava il rito della fine dell’uomo forte. Ora, non neghiamo di essere un po’ preoccupati per le conseguenze che ci saranno, lotte interne di certo, delusioni, uomini e donne che lasceranno per altri lidi, appena capiranno quale sarà il carro del vincitore. Ed è proprio questo il punto, cambiare la visione, non più legata alla vittoria ad ogni costo, ma a una politica vincente che sia da collante verso tutte quelle energie disperse e che abbia ben saldi ideali e valori comuni. Il compito è arduo, la strada in salita certamente, però questo è il momento di prendere le distanze anche da quei “compagni” ( si fa per dire) che ancora oggi danno un colpo al cerchio e uno alla botte solo per interesse personale. Lasciare a casa chi ha dimostrato di non avere valori e di sapere fare, pure male, politica solo su facebook. La sorpresa sarà compiuta quando non ci saranno più interessi di uno ma di tutti, quando si tornerà ad avere una visione per questo paese. I figli hanno “ucciso” il padre, ora questi figli devono essere capaci di “andare oltre” veramente, di avere il coraggio di prendere posizione, di fare politica per le strade, di parlare alla gente e non scrivere post lontani che lasciano il tempo che trovano. Il padre, di conseguenza, che tiene a questi figli, deve restare per sorreggerli, per guardare loro le spalle. Per essere presente nel momento in cui ci sarà bisogno. Perché ci sarà bisogno. C’è bisogno che quel carro non sia assalito da avvoltoi, ma da persone che sanno, quanto costa la fatica e quando sia importante spingere e non salire. Tornare dunque alle idee, ad avere punti di riferimento non barattabili, a non scendere a compromessi personali, ma di volare alto. Legalità, senso delle istituzioni, rispetto per le persone e per i ruoli, nessun attacco personale, troppi da ambo le parti ce ne sono stati. Li abbiamo visti gli avvoltoi in quell’assise, pronti a sfregarsi le mani per agguantare un ruolo, una poltrona, siamo sicuri, facendolo all’oscuro dei due candidati. Gente senza scrupoli che ha tentato invano di “fare suo” questo o quel candidato, li abbiamo visti, poi delusi e senza punti di riferimento. Questo accade a tutti quelli che hanno della politica una visione distorta, personale, del “Levati tu che mi ci metto io”, che hanno cambiato lidi, non morale, per condurre politiche opache e senza contenuto. Opportunisti della prima e della seconda ora, che non partecipano, non si sporcano le mani, ma che al momento giusto calano o cercano di calare l’asso. Il metodo stavolta, è andato oltre loro.   Dobbiamo rendere onore a chi non si è sottratto al volere di un’assemblea, che ha messo in conto di perdere purché davvero si andasse oltre. Questo adesso è il momento più delicato, andare oltre davvero, superare il lassismo e la mediocrità del presente, non parlare con tutti, ma farlo con chi si dimostra capace di portare avanti un progetto. Andare oltre il populismo e l’inutilità degli ultimi cinque anni. Andare oltre ai sorrisi formali e fermarsi accanto alle critiche sostanziali. Avere voglia di crescere e di passare la parola, alla passione, alla visione, alla politica, senza la quale non ci sarà alcun futuro. Che il viaggio cominci.

mercoledì 18 gennaio 2017

Le Fontanelle e le mille verità


“Ci sono due errori che si possono fare lungo la strada per la verità: non andare fino in fondo e non partire”.

Buddha

Si è alzato il sipario, va in scena la verità, la possibilità sul Teatro Le fontanelle. Gira per le vie una nuova verità, è su tutte le bocche, gli occhi si strabuzzano e nella piazza del Castello, tanti cittadini lo guardano con occhi nuovi. Non sembra più così brutto, basta abbassare la quota, fare delle modifiche all’interno, non stravolgerlo e lui potrà essere di nuovo nostro, grande e ampio come solo un teatro merita. Molti non credevano, perché la politica non ha mai spiegato a nessuno il perché dei mille finanziamenti andati perduti, dei tanti progetti faraonici e milionari buoni solo a realizzare l’ennesima sala convegni. Più si faceva silenzio sull’argomento, più crescevano gli interrogativi e anche lo scoramento. Ormai tutto è perduto. Venticinque anni, tanto è durato il silenzio sul Teatro Le Fontanelle. Eppure, dopo l’assemblea pubblica che il Comitato “Rivogliamo Le Fontanelle” ha tenuto di recente, molti di quegli interrogativi sono stati chiariti. La novità è importante, è un fatto in sé. Non ci sono fazioni politiche apertamente che ci spiegano il fallimento di tutti questi anni, il bue che dice cornuto all’asino! Cittadini attenti e competenti che hanno avuto l’ardire di mettersi a studiare i progetti e capire che le soluzioni per riavere il teatro ci sono. Lo dicono i tecnici, le norme, e le soluzioni economiche. Alcuni di questi cittadini hanno facce nuove, finalmente, intelligenze del nostro paese che hanno a cuore il Teatro. Nessun clientelismo alle porte, solo idee. Ah le idee…è proprio con esse che la politica, di tutti gli schieramenti, adesso si deve confrontare. E’ un fatto, dicevamo, che tanti cittadini, moltissimi per la verità, abbiano aderito al Comitato, nell’intento comune di creare quella necessaria massa critica capace di potere ottenere, senza chiedere nulla di personale in cambio, che ci sia attenzione per i bisogni dei cittadini. Questa posizione, potrebbe essere quella rivoluzione culturale di cui abbiamo sempre scritto, che aggreghi i cittadini verso il Bene comune, e che non deleghi ai soliti noti, progetti di propaganda. E’ dai bisogni dei cittadini che si deve partire perché il nostro paese possa rinascere dalla mediocrità culturale e sociale in cui è precipitato. Il teatro dai noi più che necessario, anche storicamente ha avuto la funzione di svegliare le coscienze, di rendere liberi gli uomini, di fare crescere una Comunità. Studio, conoscenza, proposta, questo è il metodo che serve e che dovrebbe riguardare anche con attenzione i nostri musei, gli edifici pubblici di pregio e tutte le altre attività strategiche. La verità che è stata svelata in quell’assemblea, dovrebbe fare riflettere e forse anche indurre a chiedere scusa a tutti quelli che a vario titolo e negli anni, si sono intestati la ricostruzione del Teatro Le Fontanelle. Eppure, sarà anche la scusa delle feste, nessuno di loro ha scritto, nessuno che ha lanciato il solito comunicato privo di sostanza, in cui si prende atto che c’è una nuova situazione in atto. Eppure, il sale della democrazia è il confronto aperto e vero con i cittadini. Infine, poiché ormai il treno è partito, speriamo vivamente che l’unica cosa da fare sia non demordere, e andare fino in fondo per il bene di tutti, perchè quello che non dobbiamo più permettere è che si qualcuno cali il sipario per noi.
P.S: mentre andiamo in stampa, apprendiamo che la politica tutta è ben felice delle istanze proposte dal Comitato. Insieme ad altri, vigileremo che sarà davvero così.

lunedì 2 gennaio 2017

Sadiq, sirano di Damasco

Sadiq è un ragazzo siriano di Damasco. Sadiq è molto gentile e pieno di sana curiosità per la vita. Sadiq, che in arabo significa amico, così lo chiamo io, lotta ogni giorno per continuare a vivere in mezzo ad una guerra che da cinque anni lo sta logorando. E mentre lotta contro il freddo, la ricerca continua di cibo, di acqua e di ogni cosa possa fare vivere lui e la sua famiglia, sente il bisogno di comunicare con il mondo esterno tramite un social rimasto in Siria. Lo fa, e un giorno trova Fresche Frasche, comincia a leggere, di Renzi, della politica, trova anche divertenti i pezzi ironici. Così, continua a seguire questo blog e in un certo modo se ne innamora. E allora, un giorno decide di scrivermi e si presenta, facciamo amicizia, è facile con lui. Sadiq ama il nostro paese, qui ha studiato l’italiano, nella bellissima Siena e si lascia affascinare dalla bellezza di quei luoghi, dal cibo, dalla lingua che ama tanto. Pochi giorni fa, io e Sadiq, abbiamo parlato, lui è un grafico molto raffinato, e così discutendo e mettendo insieme un po’ d’idee, Sadiq, in pochi minuti crea la nuova immagine di Fresche Frasche, perché per lui, siriano di Damasco, Fresche Frasche è un luogo fresco, come un prato, dove ti puoi sdraiare a leggere un libro e a contemplare il cielo. Un cielo pulito, azzurro, senza minacciosi aerei. Sadiq, ama la bellezza e tutte le sue forme, è generoso, vivace e nonostante tutto, pieno di vita. A Sadiq, amico e siriano di Damasco, voglio dire, anche a nome di tutti i lettori di Fresche Frasche, che gli staremo vicini, perché lo merita e perché lui per noi rappresenta la speranza che, in questo mondo, solo la conoscenza può generare bellezza.

giovedì 22 dicembre 2016

A Natale puoi


Natale è una matita che fluttua nell’aria per dare armonia. E’ una batteria color rame che segna il tempo a più di duecento tra musicisti e cantanti. Tanti sono gli studenti dell’I. C. Francesco Minà Palumbo che cantano e suonano augurandoci un sereno e felice Natale. Canta e suona la scuola di Castelbuono, canta che a Natale si può fare, che è arrivato il momento di fare quello che non sei riuscito a fare mai secondo i principi della solidarietà e della partecipazione. Suona e canta la speranza e l’irrequietezza degli anni dell’adolescenza. Anni cari a tutti noi che sempre ricordiamo come i migliori della nostra vita. Canta e suona aiutandoci a spezzare quell’aria di tristezza che ha avvolto Castelbuono negli ultimi mesi. E’ stato un anno faticoso per molte ragioni, fatto di sacrifici e assenze, ma la sera del concerto, finalmente quell’aria è stata lieve. Sono giovanissimi, dicevamo, questi musicisti, questi cantori che coltivano nello studio e nella passione la musica. Lo fanno e questo grazie alla lungimiranza della nostra scuola, li farà crescere capaci di sapere ascoltare. La musica, in fondo, è questo, sapere ascoltare, cogliere le sfumature delle innumerevoli armonie, come dovrebbe essere un po’ la vita. Sono menti giovani che assorbono i guizzi del jazz, le sonate classiche e le canzoni più giovanili e orecchiabili. Sono irrequieti, lo dicevamo, si fanno richiamare e anche rimproverare e perdono tempo, presi come sono dalla voglia di essere e sentirsi protagonisti, anche noi abbiamo provato queste sensazioni alla loro età. Quando però, il maestro auspica il silenzio e comincia a fare fluttuare la sua matita, sono presto pronti, disciplinati, ognuno corre al suo posto. Sono armoniosi, come la migliore melodia. Allora da quel momento si apre un mondo bello e felice; si odono campanelli allegri, il coro intona la canzone di Natale, gli occhi si commuovono, lo confessiamo, non solo quelli dei tanti genitori, nonni e zii presenti, ma proprio i loro piccoli ma grandi protagonisti capaci di emozionare. Bianca l’orchestra, rosso il coro, canta e suona la scuola descrivendoci l’anima di colore blu, battono le mani, si alzano in piedi, spavaldi e pieni hanno gli occhi di speranza. E allora, a Natale puoi tornare a giocare e a dire quello che non riesci a dire mai, che è bello stare insieme e tornare a sognare. Che ogni cosa può crescere, che si ha voglia di gridare e correre verso luoghi migliori e persone che ci accolgono senza reticenze. Fidarsi, amare e avere coraggio, sono semplici principi, che solo l’età rende più pesanti e difficili da realizzare, ma non per questi giovani studenti dell’I.C. di Castelbuono che ormai sono un punto di riferimento per chi, come noi, ha fiducia che la scuola, le famiglie e gli altri attori che si occupano della crescita culturale di questi ragazzi, siano capaci di non disperdere questi valori importanti. A questa scuola che suona e canta, ai docenti dello strumento musicale, alle maestre della scuola primaria di secondo grado, e a tutti gli operatori scolastici, in primis alla Dirigente orgogliosa di tutti, noi diciamo grazie e auguriamo loro buon Natale.
 
 
 

lunedì 19 dicembre 2016

Il valore delle cose

“E come possiamo intenderci se nelle parole che io dico metto il senso e il valore delle cose che sono dentro me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente, le assume col senso e il valore che hanno per sé nel mondo che egli ha dentro?”
Luigi Pirandello


E’ trascorso un altro anno, abbiamo cercato di raccontarlo, di essere attenti ai percorsi, alle persone, alle parole e ai gesti. Abbiamo avuto la presunzione di ritagliarci un ruolo, anche scomodo, per dire la nostra, per svolgere, come crediamo di sapere fare, il nostro ruolo civico. Abbiamo avuto la fortuna di essere letti e seguiti, da detrattori e non e di questo siamo grati a tutti. L’anno è stato lungo e tormentato, abbiamo conosciuto amici e perso nemici, abbiamo inseguito la trasparenza e ci siamo ritrovati muri invalicabili. Abbiamo cercato di essere presenti, con l’ironia, con la tempestività, con la rabbia e l’orgoglio di chi pensa che valga la pena scrivere per questo paese. Tante parole e più loro crescono più cresce la voglia di starci dentro quelle parole, di sceglierle bene, una a una, per ricamare la tela culturale e civica di questo paese. Ci siamo occupati del passato, del presente, adesso vogliamo occuparci del futuro. E abbiamo pensato, come fanno i bambini quando scrivono la lettera a Babbo Natale, di scrivere anche noi il regalo che ci aspettiamo. Cari lettori, conoscete la tecnica del kintsugi? Viene dall’Oriente, da molto lontano, da una cultura molto diversa dalla nostra, che distrugge e non conserva, abituata a gettare e non costruire. Il kintsugi insegna a non buttar via i pezzi di ceramica rotti, ma a ripararne le crepe con oro e argento. Il kintsugi è l’arte di valorizzare ogni piccolo fallimento, di riprendere e rimettere insieme con valore, (ecco l’oro e l’argento), i pezzi caduti. Ci vuole tempo, pazienza e costanza per rimettere i pezzi al loro posto e una volta sistemati, l’oggetto sarà ancora più prezioso. Ogni fallimento dunque se valorizzato, può rivelarsi come la cosa più bella e preziosa che abbiamo. Questo è quello che vorremmo come regalo, un candidato sindaco che sappia essere capace di ricucire i pezzi dispersi, che con autorevolezza metta fine alle beghe personali e che sia capace di una dialettica alta. Che parli di politica e che valorizzi la critica facendone arte proficua, che sappia ascoltare e non attaccare. Abbiamo bisogno di una personalità trasversale che unisca i cittadini attorno ad un progetto comune, capace di farci uscire tutti, dalle case così come dalla mediocrità cui ci ha relegati la politica tutta. Non sogni, ma progetti reali, non chimere, non scuse e piagnistei del “soldi non ce ne sono”, non mercificazione delle intelligenze e valorizzazione delle clientele. Per fare questo, c’è bisogno di una classe dirigente che capisca che non può vincere difendendo il passato e criticando il presente, ma di una che sappia comprendere che solo demolendo il presente si può costruire il futuro. Bisogna uscire dalla mentalità provinciale di quelle figure che escono solo durante le elezioni, presenti in tutti gli schieramenti. Bisogna guardare oltre, dire -grazie, ma facciamo da noi-. La dialettica politica a Castelbuono è divenuta una Babele, anche all’interno degli stessi partiti chi non la pensa nello stesso modo ed ha il coraggio di dirlo, è subito attaccato personalmente e messo alla berlina. Pochezze di uomini senza argomenti e politici improvvisati. Non capiscono, loro signori, che quest’atteggiamento, metterà alla berlina proprio loro, allontanandoli dai cittadini e dal buon senso comune. Non servono più strategie e tatticismi, serve qualcuno che attui quella rivoluzione culturale di cui tante volte abbiamo scritto. Volare alto, avere idee, sapere mettere e diffondere entusiasmo, non rancore, non lotte individuali ma capacità di trascinare un forte movimento di opinione. Serve una personalità che abbia una grande capacità di ascolto lontana da chi, oggi, si gira lo sguardo altrove pur di non dare risposte. E allora si sarà bellissimo correre insieme verso un senso diverso delle cose, verso la valorizzazione delle nostre istituzioni, verso quei luoghi che dovrebbero appartenere a tutti ma, che sono finiti con l’essere poltrone e basta. Siamo convinti che sia la persona a fare il ruolo e non viceversa e per questo crediamo che solo rompendo gli schemi, possa nascere una nuova fase. Tornare dunque a dare valore alle cose e alle persone, a quello che dicono, che pensano e che vogliono fare. La vera lezione che questa classe dirigente deve capire, prima che sia troppo tardi, è che c’è bisogno di tutti, dei vecchi e dei giovani, e non solo di essa.



lunedì 21 novembre 2016

Gli scomparsi


“Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si era visto in estate, vedere di giorno quel che si era visto di notte.” 

J.Saramago.

Come chiusi dentro un Grande Fratello di letteraria memoria, la nostra attenzione è pilotata dalla comunicazione politica solo su alcuni temi. Castelbuono è nello stesso tempo, il paese della musica, del pane, del fungo, della natura, dei dolci, dei fiori, del teatro.  Siamo talmente tante cose da non essere più nulla e questo nulla diviene esso stesso evento. Tutto è EVENTO da cavalcare e propagandare diventando il cavallo di battaglia di un’Amministrazione senza idee e senza obiettivi. Appropriarsi dei successi e delle capacità delle associazioni che organizzano a vario titolo le manifestazioni, significa vantarsi del nulla. Bisognerebbe ringraziare e non vantarsi. Chi non ha idee, non plaude mai a chi le ha, ma le nasconde cercando di farle proprie al momento opportuno. E contro questo tipo di comunicazione grandiosa che vuole nascondere il resto, noi, al contrario, proprio del resto vogliamo parlare. Così come un locale “Chi l’ha visto?”, vogliamo sapere che fine hanno fatto al Museo Civico, il Premio Tesi e il Premio Castelbuono Architettura che non sono banditi da due anni? Legati al Premio Architettura che fine hanno fatto i restauri da realizzare con i fondi di accantonamento del Museo Civico? Progetti di restauro già pervenuti al Museo, relativi a Fontana Venere Ciprea, Portone della Sala del Principe, Fontana di San Paolo e uno dei due altari laterali della Matrice Nuova. Perché non si è più fatto il restauro già finanziato del pavimento d’ingresso del Castello?  A che punto è il progetto di restauro della Cappella Palatina, annunciato in consiglio comunale dagli amministratori del Museo? Nessuno che abbia ricordato culturalmente e storicamente la nascita del Castello avvenuta esattamente settecento anni fa. Ma qui una ragione forse c’è, e forse è legata al fallimento del Cinquantesimo anniversario della nascita del Museo Civico. Ma andiamo avanti. Sono o no arrivati i fondi di rendicontazione regionali al Museo naturalistico? Esiste ancora il Centro studi Marco e Rosa Speciale? Cosa realmente si consuma dentro Casa Speciale? Qualcuno ha notizia del Tavolo tecnico delle Istituzioni culturali, o della Commissione sul lascito Paolo Cicero, che di “speciale” ha solo il fatto di essere nata con il botto ed essere finita nel silenzio più totale? Il Consorzio universitario che “gestiva” in parte Palazzo Failla, che progetti ha per Castelbuono? E Palazzo Failla, qualcuno se ne ricorda o ormai è divenuta anch’esso sala banchetti privati e basta? Chissà come è ridotto il giardino dei Ventimiglia che si trova al suo interno.  Il piano traffico, il mercato del contadino? Di Centropolis ci occuperemo con una riflessione ad hoc perché lo merita. Sono solo alcuni esempi che abbiamo voluto ricordare, ai quali non sappiamo se ci saranno delle spiegazioni, come su altri temi e altri interrogativi la politica da ambo le parti tace. Tace l’Amministrazione intenta solo a rifarsi il look in vista del passaggio elettorale e tace l’opposizione, in linea su come ha agito. Nessuno si rende conto di quanta identità stia perdendo Castelbuono, siamo tutto e siamo niente, siamo proiettati verso un’idea di paese turistico data per realizzata, ma che manca di tutto. E a quelli che dicono che in passato si è scommesso sulla cultura, ricordiamo che si in parte è vero, ma che se ancora dopo più di venti anni ancora parliamo di come ricostruire il Teatro Le Fontanelle, di come sarebbe necessaria una Fondazione culturale che gestisca il patrimonio storico e artistico, evidentemente qualcosa non ha funzionato. Per scrivere una nuova storia, bisogna fare chiarezza, fare quella sana autocritica che nella politica è mancata, per cui la colpa non è mai di nessuno. Il nuovo ha bisogno del vecchio solo per evolversi; è il nuovo che deve scrivere il futuro non il vecchio che appartiene al passato. Come un film, bisogna tornare a guardare e riguardare la storia degli ultimi venti  anni, sequenza dopo sequenza, analizzare, segnare, per comprendere e non solo capire, come e perché le nostre Istituzioni culturali oggi navigano a vista, senza un progetto coeso e senza tenere conto né dei fini istituzionali, né dei bisogni dei cittadini. Fintanto che esse, si rivolgeranno solo al probabile turista, dimenticandosi dei castelbuonesi non ci sarà mai una crescita culturale.  Occorre tornare a guardare, dunque, e ricreare quel mondo di cose perdute dietro un’improvvisata politica che distrugge e non costruisce.  Dovremmo tutti ricordare che l’idealismo non è difendere le nostre idee quando non costa niente. Ma è quando costa che vale la pena praticarlo.

N.B: apprendiamo con favore che, nei giorni in cui l’articolo andava in stampa, finalmente è stato bandito il Premio Tesi del Museo Civico.